La bellissima immagine di "olhar 43" mi ha davvero immerso nei meandri profondi della memoria: in quella luce fredda, senza sfumature, bianca e nera, degli amati maestri giapponesi! che per anni ho tentato di catturare con una Rolleiflex 6x6 presa in prestito, e con la mia Nikkormatt 35 mm ad ottica intercambiabile. Erano gli anni '60. E tutto il mondo sembrava allora non offrire altra scelta che non l'impegno, la pace o la guerra, Ho Chi Min o Lyndon Johnson, Che Guevara o i "gorilla" fantoccio degli Stati Uniti nell'America Latina. Vedevo intorno a me oscure ragazzine di campagna e di paese, ognuna con una distinta identità, animate da una forza emotiva, da un desiderio di liberarsi delle ancestrali catene che le legavano a quel mondo selvatico, a quella sensualità primitiva e, se vogliamo, priva d'amore. Volevo poter catturare il loro spirito inquieto e il loro sorriso sulla pellicola e sui sali d'argento di uno sviluppo portato oltre ogni limite; dare, a quelle immagini, il soffio della vita e dell'immortalità. Non ci sono riuscito, se non una volta. Un volo di colombe bianche nella nera notte di Praga, dal Ponte Carlo! Ed ora, sommerso da immagini fotocopia, replicanti, multipli, mi risveglio vedendo "olhar 43"! C'è un'altra strada.Grazie!
La mia banale autobiografia è stata accolta dal Centro Diaristico Nazionale. Copre soltanto i primi venticinque anni della mia vita. Di ciò sono felice perchè come mi è stato scritto sul semplice "attestato": anche grazie a me la storia degli italiani, tra due o trecento anni, si scriverà in un altro modo! Cioè, la storia dei ceti popolari, dei dominati, non dei dominanti! L'indirizzo del Centro Diaristico è: www.archiviodiari.it e la posta elettronica adn@archiviodiari.it
In un breve paragrafo dell'autobiografia parlo del Borgo dove vivevo tra il 1946 ed il 1949, e sono andato a ripescarlo dopo aver scritto il raccontino della "capra mangolla". Lo propongo, perchè mi piace!
Un mondo perduto.
Il Borgo era un mondo a sè, che io ho colto soltanto fugacemente nel momento della sua estinzione, perchè la guerra aveva posto un confine tra mondo vecchio e mondo nuovo. Erano gli anni del trapasso, del rimescolamento di tante famiglie e parentele, che interrompevano secoli e secoli di vita trascorsa nell'immobilità a *** Ho assistito, molto distaccato, da questo palcoscenico, da questo teatro, al declino della vita di una umanità negletta, povera, tipicizzata da personaggi irripetibili che allora lo popolavano, perchè facevano parte, erano funzionali ad un modello di vita che è scomparso: Pellegrino, con il suo morbo di Parkinson aveva "il palletico", e trovavo sempre sul muro della fonte il "mignattaio", e Pia Lunga con la sua gobba, e la Gesua con i suoi ganzi, Eufemia, la strega, poi povera donna, credo non abbia mai fatto alcuna stregoneria e la sua condanna era di essere brutta, avere il naso adunco e una gran gobba, e gli altri personaggi, da Bazzino al Nangi, alla Roga e al Rogo, al Borra, a Bioccolino e Bioccolina, a Pecione ed alla Peciona, agli storpi, ai ciechi, ai trecconi, ai briaconi, che numerosi affollavano i vicoli e le piazzette del Borgo. Chi ci faceva paura, chi ci incuteva rispetto e chi aveva per noi un dono: un frutto dell'orto, una noce, chi ci faceva ridere, un insieme di legami, di storie, di minacce. C'era sempre su un muricciolo a solatia, un vecchio o una vecchia che ci raccontava una storia: "la Stregaia", la "Carrozza di fuoco", la "Capra Ferrata", un misto di fantastico e di orrore che alimentava i nostri sogni e le nostre fantasie. Quando eravamo "cattivi" ci dicevano che ci avrebbero portato a Mutti da Creme e lasciati in consegna a suo marito "Beppe di Ferro", e che nessuno ci avrebbe più riaccompagnati alla nostra casa! Da Creme c'era "la capra mangolla", che mai era satolla, e che alla sera, quando dalla pastura veniva riportata nella stalla da qualche ragazzo, di quei bambini presi e tenuti prigionieri, nonostante le attenzioni che avevano per la capra diabolica, quando veniva interrogata: "Capra mangolla, sei ben satolla?" rispondeva: " Son mal satolla e male abbeverata e ed anche bastonata!" Così sul povero bambino ricadevano le minacce e le percosse dei tenebrosi Creme e "Beppe di ferro"! Che in realtà erano due poveri contadini che non hanno mai fatto del male a nessuno e avevano solo la sfortuna di vivere in un casolare, Mutti, così lontano dagli uomini e da Dio, alla fine del mondo visibile oltre il quale, per noi, c'erano il nulla e l'ignoto:
Per far paura a noi bambini/minacciavano di regalarci a Creme/una donna che talvolta/arrivava nel borgo da Mutti/con Beppe di Ferro e la Capra/Mangolla che mai era satolla./Si, anch'io avevo timore di loro,/della perfida capra che tradiva il pastore/alla malga petrosa,/del buio che c'era sui monti,/le magiche fonti dove il serpente/beveva, e la strega./Tutti si fuggiva al sicuro,/un pò anche per gioco,/e le bimbe a noi insieme/si stringevano/con gli occhi ridenti,/quando calava la sera.
Rimasi nella casa del Borgo due o tre anni, poi il padrone, Giulio di Pereta, ci disse di lasciarla perchè ci doveva tornare lui con la famiglia. D'altra parte, con la morte del nonno, quella casa era diventata troppo grande, la pigione troppo cara, così si trovò una casa di due stanze con il gabinetto esterno in comune, in un'altra zona, in centro, in via della Repubblica, al quinto piano, l'ultimo, di una delle case più alte del paese.