sabato, 29 settembre 2007

<Los frutos del amor son intangibiles. Este es uno de sus enigma.>

Tutti i poeti cantano l'amore, come i cani che abbaiano alla luna nelle notti d'estate, quando la brezza montanina porta aromi di femmine innamorate. Il mio cane, Otto, è stato nella sua lunga vita un menestrello canoro, eppure soltanto una volta risulta fidanzato e, a detta di Mario, padre. Fu un amore rapido e intenso, per una inaspettata libertà, poi si adattò alle severe (e tristi) convenzioni degli uomini. Mi sovviene spesso di far paragoni fra la mia vita e la sua, che molto mi assomiglia, adesso che soffriamo entrambi di dolori reumatici e il passato ci avvolge nel sogno di ogni notte, giovani, liberi, immortali e...irresistibili! Una gamma pressochè infinita di amori e di addii, e di bruschi risvegli col sapore sulle labbra di ardenti baci (pardon, di annusamenti e leccate non proprio sulla bocca!), che piuttosto goffamente io e lui ci siamo prefissi di rendere pubblici. Perdonateci perciò questa impudenza e con Dante cantate: "amor che a nullo amato amar perdona..." Siano dunque, anche le vostre, lievi pene d'amore e benché sordi o ciechi o afflitti dai malanni di troppi ultimi anni, vi resti l'anima perdutamente innamorata.

Gatto Grigio

Teneramente abbracciati sotto gli olmi/di fronte al mare nella notte immensa/only you ci rubava le parole/tra i baci sussurrate come una speranza./Il mare capriccioso e sempre vivo/pareva esausto dopo il caldo giorno,/l'onda sinuosa nell'ultimo volo/sfiorava il gabbiano dalle candide ali./Luna bandiere torri aperte sul golfo/suoni luci odori amori promesse/inganni e certezze d'un tempo irripetibile/e puro, nulla e tutto/era nelle nostre carezze./Lontana l'aurora le dita impazienti/s'aprivano un varco nella veste fiorita/e la tua bocca umida e rosa/tra le labbra stringevo come fosse la vita./Ragazza maliziosa e ingenua insieme/che avevi un cuor ribelle conquistato/perché, perché fuggir per sempre/l'hai lasciato, spuma d'onda bevuta/dal vento?

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venerdì, 28 settembre 2007

MI VOZ

He nacido una noche de verano/entre dos pausas. Hàblame: te escucho./He nacido. Si vieras qué agonìa/rapresenta la luna sin esfuerzo./He nacido. Tu nombre era la dicha;/bajo un fulgor una esperanza, un ave./Llegar, llegar. El mar era un latido,/el hueco de una mano, una medalla tibia./Entonces son posibles ya la luces, las caricias, la piel, el horizonte,/ese decir palabras sin sentido/que ruedan comoòidos, caracoles,/como un lòbulo abierto que amanece/(escucha, escucha) entre la luz pisada.

(Vicente Aleixandre )

"...i grandi poeti non hanno biografia, ma destino, e il destino non si narra, si canta".

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giovedì, 27 settembre 2007

A proposito del "lupo" segnalo, con ritardo, la stupenda Tesi di Laurea di Viviana Viviani discussa presso l'Università degli Studi di Pisa/Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali/Corso di Laurea in Scienze Naturali/AA.AA. 2002-2003: INDAGINE SU ALCUNI ASPETTI DELLA BIOLOGIA DEL LUPO (Canis Lupus) IN AREA TIRRENICA (Val di Cecina, Provincia di Pisa). Ho avuto rapporti diretti con la Dott. Viviani, apprezzandone competenza e passione. Si potrà facilmente reperire su internet. Segnalo cmq. il suo indirizzo: viv.viv@inwind.it.

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giovedì, 27 settembre 2007

FRANK LLOYD WRIGHT (1867-1959)

Sabato 29 settembre 2007, ore 11,00 alla VILLA PALAGIONE (Località Palagione, Volterra) l'Associazione Amici di Frank Lloyd Wright e Villa Palagione - Centro Interculturale, invitano all'inaugurazione dell'esposizione sul precursore dell'architettura moderna FRANK LLOYD WRIGHT.

Saranno presenti: le autorità cittadine, ex allievi di Frank Lloyd Wright ed il Console Generale degli USA a Firenze.

L'esposizione resterà aperta dal 29 settembre al 28 ottobre 2007. Orario di apertura 10.00 - 19,30. Ingresso libero.

Nell'ambito di questa eccezionale iniziativa, alla quale hanno contribuito, tra gli altri, la Fondazione CRV e la Cassa di Risparmio CRV SpA, si terranno i seguenti eventi:

13-14 ottobre, Centro Studi Santa Maria Maddalena, Volterra. Conferenza sul tema: "Frank Lloyd Wright - Attualità dell'architettura Organica".

16 -25 ottobre, Mostra d'arte "Frank Lloyd Wright, the Romantic Spirit", Cantine del Palazzo Minucci-Solaini, Volterra.

Per informazioni: www.Villa-Palagione.org

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martedì, 25 settembre 2007

La bellissima immagine di "olhar 43" mi ha davvero immerso nei meandri profondi della memoria: in quella luce fredda, senza sfumature, bianca e nera, degli amati maestri giapponesi! che per anni ho tentato di catturare con una Rolleiflex 6x6 presa in prestito, e con la mia Nikkormatt 35 mm ad ottica intercambiabile. Erano gli anni '60. E tutto il mondo sembrava allora non offrire altra scelta che non l'impegno, la pace o la guerra, Ho Chi Min o Lyndon Johnson, Che Guevara o i "gorilla" fantoccio degli Stati Uniti nell'America Latina. Vedevo  intorno a me oscure ragazzine di campagna e di paese, ognuna con una distinta identità, animate da una forza emotiva, da un desiderio di liberarsi delle ancestrali catene che le legavano a quel mondo selvatico, a quella sensualità primitiva e, se vogliamo, priva d'amore. Volevo poter catturare il loro spirito inquieto e il loro sorriso sulla pellicola e sui sali d'argento di uno sviluppo portato oltre ogni  limite; dare, a quelle immagini, il soffio della vita e dell'immortalità. Non ci sono riuscito, se non una volta. Un volo di colombe bianche nella nera notte di Praga, dal Ponte Carlo! Ed ora, sommerso da immagini fotocopia, replicanti, multipli, mi risveglio vedendo "olhar 43"! C'è un'altra strada.Grazie!

La mia banale autobiografia è stata accolta dal Centro Diaristico Nazionale. Copre soltanto i primi venticinque anni della mia vita. Di ciò sono felice perchè come mi è stato scritto sul semplice "attestato": anche grazie a me la storia degli italiani, tra due o trecento anni, si scriverà in un altro modo! Cioè, la storia dei ceti popolari, dei dominati, non dei dominanti! L'indirizzo del Centro Diaristico è: www.archiviodiari.it  e la posta elettronica adn@archiviodiari.it

In un breve paragrafo dell'autobiografia parlo del Borgo dove vivevo tra il 1946 ed il 1949, e sono andato a ripescarlo dopo aver scritto il raccontino della "capra mangolla". Lo propongo, perchè mi piace!

Un mondo perduto. 

Il Borgo era un mondo a sè, che io ho colto soltanto fugacemente nel momento della sua estinzione, perchè la guerra aveva posto un confine tra mondo vecchio e mondo nuovo. Erano gli anni del trapasso, del rimescolamento di tante famiglie e parentele, che interrompevano secoli e secoli di vita trascorsa nell'immobilità a *** Ho assistito, molto distaccato, da questo palcoscenico, da questo teatro, al declino della vita di una umanità negletta, povera, tipicizzata da personaggi irripetibili che allora lo popolavano, perchè facevano parte, erano funzionali ad un modello di vita che è scomparso: Pellegrino, con il suo morbo di Parkinson aveva "il palletico", e trovavo sempre sul muro della fonte il "mignattaio", e Pia Lunga con la sua gobba, e la Gesua con i suoi ganzi, Eufemia, la strega, poi povera donna, credo non abbia mai fatto alcuna stregoneria e la sua condanna era di essere brutta, avere il naso adunco e una gran gobba, e gli altri personaggi, da Bazzino al Nangi, alla Roga e al Rogo, al Borra, a Bioccolino e Bioccolina, a Pecione ed alla Peciona, agli storpi, ai ciechi, ai trecconi, ai briaconi, che numerosi affollavano i vicoli e le piazzette del Borgo. Chi ci faceva paura, chi ci incuteva rispetto e chi aveva per noi un dono: un frutto dell'orto, una noce, chi ci faceva ridere, un insieme di legami, di storie, di minacce. C'era sempre su un muricciolo a solatia, un vecchio o una vecchia che ci raccontava una storia: "la Stregaia", la "Carrozza di fuoco", la "Capra Ferrata", un misto di fantastico e di orrore che alimentava i nostri sogni e le nostre fantasie. Quando eravamo "cattivi" ci dicevano che ci avrebbero portato a Mutti da Creme e lasciati in consegna a suo marito "Beppe di Ferro", e che nessuno ci avrebbe più riaccompagnati alla nostra casa! Da Creme c'era "la capra mangolla", che mai era satolla, e che alla sera, quando dalla pastura veniva riportata nella stalla da qualche ragazzo, di quei bambini presi e tenuti prigionieri, nonostante le attenzioni che avevano per la capra diabolica, quando veniva interrogata: "Capra mangolla, sei ben satolla?" rispondeva: " Son mal satolla e male abbeverata e ed anche bastonata!" Così sul povero bambino ricadevano le minacce e le percosse dei tenebrosi Creme e "Beppe di ferro"! Che in realtà erano due poveri contadini che non hanno mai fatto del male a nessuno e avevano solo la sfortuna di vivere in un casolare, Mutti, così lontano dagli uomini e da Dio, alla fine del mondo visibile oltre il quale, per noi, c'erano il nulla e l'ignoto:

Per far paura a noi bambini/minacciavano di regalarci a Creme/una donna che talvolta/arrivava nel borgo da Mutti/con Beppe di Ferro e la Capra/Mangolla che mai era satolla./Si, anch'io avevo timore di loro,/della perfida capra che tradiva il pastore/alla malga petrosa,/del buio che c'era sui monti,/le magiche fonti dove il serpente/beveva, e la strega./Tutti si fuggiva al sicuro,/un pò anche per gioco,/e le bimbe a noi insieme/si stringevano/con gli occhi ridenti,/quando calava la sera.

Rimasi nella casa del Borgo due o tre anni, poi il padrone, Giulio di Pereta, ci disse di lasciarla perchè ci doveva tornare lui con la famiglia. D'altra parte, con la morte del nonno, quella casa era diventata troppo grande, la pigione troppo cara, così si trovò una casa di due stanze con il gabinetto esterno in comune, in un'altra zona,  in centro, in via della Repubblica, al quinto piano, l'ultimo, di una delle case più alte del paese.

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martedì, 25 settembre 2007

Penso che il blog vada tenuto vivo, se non nella vicenda politica (stucchevole), in quella culturale e nel diario personale.

Inserirò riflessioni e notizie in:

NOTIZIE DAL SOTTOSUOLO: flash personali, poesia, narrativa.

EVENTI: avvenimenti nel territorio delle Colline Metallifere Toscane.

NEWS FONDAZIONE: attività della Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra.

LIBRI, MUSICA, FILM, ARTE: segnalazioni di novità locali, letture, ascolti personali.

GASTRONOMIA: ricette e piatti tipici locali, dove si mangia bene, i formaggi di San Martino.

Chi vorrà segnalarmi qualcosa può mandare un mail a karl38cg@libero.it  oppure lasciare un commento sul blog.

Divertiamoci, con intelligenza e ironia (a volte, con malinconia!) - Karl.

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sabato, 22 settembre 2007

Il lupo zuccheroso, di tutti i lupi è il più insidioso!

Discepolo di Viviana Viviani, nume tutelare dei quattro o cinque lupi erranti nei boschi profondi delle Colline Metallifere Toscane, ripropongo alcuni proverbi sul lupo, nati quando nell'antico e immobile universo della pastorizia, il lupo era amato e odiato, tanto da prevedere negli Statuti medievali dei Comuni apposite ricompense per chi l'avesse catturato o ucciso insieme ai suoi "lupicini":

Lupo no cura/fa preda in pastura!

Pecora conta, il lupo la mangia!

Ragazzo crescente/ha la lupa nel ventre!

Avere una fame da lupi!

E' una stagione da lupi!

Piove, il lupo gode./Pioviscola, il lupo scodinzola./Grandina, il lupo scianguina./Nevica, il lupo predica!

E' meglio vedere il lupo.../che il sole, il giorno di Maria!

Chi non digiuna la vigilia di Natale,/corpo di lupo e anima di cane!

Chi pecora si fa, lupo la mangia!

Quando il popolo parla.../o è lupo o è agnello!

La sera lupi e la mattina agnelli!

Ha provato il morso del lupo!

Il lupo non caca agnelli!

Chi nasce lupo non muore agnello!

Esser lupo in veste d'agnello.

"Accidenti al meglio!" disse quello che aveva cento lupi.

Chi ha il lupo per compare,/porti il can sotto il mantello!

La morte dei lupi è la salute delle pecore!

Oh! Che hai visto... il lupo?

Avere un verso come il lupo a chiappare le passere!

Si ringrazia chi vorrà suggerire proverbi e modi di dire sul mondo della pastorizia delle alte valli dei fiumi Cecina e Cornia!

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sabato, 22 settembre 2007

Ieri sera, anzi nella silente e tiepida notte dell'equinozio d'autunno, tante emozioni sul belvedere di Belforte aperto sul cielo stellato. Gli amici del Gruppo Astrofilo di Volterra, coi loro pacifici cannoni astronomici, ci aiutavano, ancora una volta, ad alzare lo sguardo, dalle miserie del mondo all'immensità del cosmo profondo! E, intorno a loro, un gioioso rincorrersi di bambini, tra i quali Enrichetta si autoproclamava "vicepresidente del Club delle Stelle" al vertice del quale metteva la mia amica astrofila Annalisa! E lassù, scienza e poesia, ancora una volta, riuscivano a sostanziare pochi attimi intensi del senso della vita. "Ho vegliato le notti serene..." insieme a Lucrezio, e ritorno sempre con il pensiero alla sua opera immortale "De rerum natura" che  è sempre stata per me "occasione e stimolo a una nuova poesia". Qualcuno ricorderà la "Lettera a Epicuro" pubblicata in questo blog, lo chiamo "Maestro", ma, devo ammetterlo, è solo Lucrezio, con l'ardimento della sua fantasia, che ha reso immortale l'epicureismo, verbo in sè arido e monotono. Lucrezio si avventura impavido per mondi misteriosi e innumerabili liberandosi dalla paura e ritrovando la serenità del suo spirito agitato. La serenità per tutti gli uomini. "Nec Veneris fructu caret is qui vitat amorem..." (Libro IV).

"...E se una parola ambigua/esce dalla bocca di lei che nell'avido cuore/serpeggia come fiamma, tu soffri e la vedi/che manda troppo in giro gli sguardi/e una sola traccia di riso nel suo volto/ti fa dolore."

"... Ecco che i forti, gli audaci corrono dietro/alla schiera dei ricchi e non sanno/che sola ricchezza è quella dell'animo libero.

Per concludere questa piccola meditazione mi sia permesso di citare  pochi versi di un altro grande contemporaneo, Bertolt Brecht, nella sua opera "Der kaukasische Kreidekreis", versi che sembrano dettati per le vicende attuali:

"O cecità dei grandi! Incedono come fossero eterni,/alti sulle schiene curvate, forti/di pugni mercenari,/fidando nella violenza/che dura da tempo immemorabile./Ma immemorabile non è eterno./O mutamento dei tempi, speranza del popolo!"

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giovedì, 20 settembre 2007

Agilulfo, il fabbro.

In un certo reame, in un paese lontano, tra le montagne di rame e d'argento, vivevano una volta minatori e fabbri potenti. Gli uni scendevano per stretti pozzi e cunicoli nelle viscere della terra per cavarne i tesori; gli altri, nelle loro fucine, fondevano i metalli, battevano moneta, forgiavano le armi più scintillanti e gli attrezzi più desiderati da Principi e da Re. Nella corte dei Castelli di Fosini, Gerfalco e Travale regnavano gli Abati longobardi di una grandiosa e ricca Abbazia che estendeva il suo dominio su un vastissimo territorio tra il mare ed i monti della Marca d'Etruria. E proprio in queste terre ebbe grande rinomanza il nome di Agilulfo, che fu Re longobardo, successore di Autari e sposo di Teodolnda. E siccome il suo nome, agil-wulfa, stava a significare "il lupo che incute paura", veniva trasmesso di generazione in generazione, come un amuleto portafortuna,  ai discendenti di quel glorioso popolo e primi fra tutti ai fabbri, ai minatori e agli strati più umili dei "lambardi", ossia i "freiherren". Passarono i secoli come uno sciame d'api d'oro in volo verso un nuovo favo, fino a quando dal Castello di Fosini, ormai spopolato e cadente, anche l'ultimo fabbro emigrò verso il popoloso Borgo di*** e là aprì la sua fiammeggiante e tonante officina. Sull'enorme maglio conficcato al centro della grande sala, Agilulfo il fabbro, fondeva i metalli e forgiava ogni sorta di arnese agricolo, brocche e ferri per i piedi dei quadrupedi: cavalli, muli, ciuchi e tutte le specie di bestie vaccine. Mentre il garzone teneva fermo il pezzo sull'incudine, il gigantesco fabbro batteva il martello avvolto da un turbine di faville di fuoco e vapori. In quei momenti sembrava che una grande orchestra suonasse un inno alla forza ed alla vita. A differenza dei suoi antichissimi antenati il fabbro Agilulfo non era religioso, anzi, seguace delle moderne teorie di due infaticabili predicatori, Bakunin e Angela Balabanoff, si vantava di tenere in spregio ogni divinità, ogni superstizione ed ogni magia. Il suo motto era: "Né Dio, né padroni!"

Il villaggio di*** festeggiava la sua divina protettrice, raffigurata in una tavola antica di origine sconosciuta da un ignoto artista bizantino, custodita in una remota chiesetta di campagna. Era in corso una imponente processione alla quale prendevano parte, oltre a numeroso popolo, per la maggior parte donnesco, tutti i principali notabili e possidenti, il clero, le suore i commercianti e le scolaresche coi loro maestri. Il corso principale era addobbato con drappi di velluto colorato e da ricche infiorate di petali di rosa. In segno di reverenziale rispetto ogni attività era cessata. Ma non quella del fabbro Agilulfo che, al contrario, pareva avesse impegnato col ferro fuso e rovente una battaglia di inaudita violenza. La scintille e il rimbombo delle martellate uscivano dalla grande porta direttamente sulla via, dova stava passando la solenne parata religiosa, soverchiando le litanie dei preti e il salmodiare delle pie donne e dei sagrestani. Ma ecco, in una breve pausa del termendo fracasso, proprio davanti all'officina, una stridula voce di donna, commerciante in legna, carbone e carbonella, nota per rubare indistintamente a tutti i paesani non lesinando di annacquare il monte di carbone del suo magazzino per farlo pesare di più, intonò, arrestando il suo passo e volgendo il viso in segno di sfida verso l'antro di "Vulcano" e l'odiato eretico: "Ave Maria, Mater Dei..." Ma dall'interno, in quell'attimo di quiete, il fabbro rispose: "Piglialo nel culo te e lei!", a cui seguirono "Birbaccione! Birbaccione!" "Ma te mettevi l'acqua nel carbone!" Fu solo questione di qualche secondo, ma parve che il velo dell'ipocrisia, come il velo del Tempio e il cielo del Golgota, si squarciassero per l'eternità, rivelando, ancora una volta, l'insoluto dilemma fra teoria e prassi, fra fede predicata e di mestiere e fede vissuta nell'anima. Agilulfo era soltanto un modesto fabbro di paese, morì incorrotto come aveva vissuto.

Stretta è la foglia, larga è la via, dite la vostra che io ho detto la mia!

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martedì, 18 settembre 2007

Ora avvenne che giunti alla sera il bambino-pastore dicesse alla sua capra che portava a pascolare sulle rocce di Pietralata:

Capra mangolla/sei ben satolla?/e la capra gli rispondeva:

son ben satolla/e bene abbeverata/montami in groppa/ti porto fino a casa.

Quando arrivavano allo stazzo, e la capra si presentava al cancello per essere munta, il mungitore le chiedeva:

Capra mangolla/sei ben satolla? e la capra gli rispondeva:

son mal satolla/e male abbeverata/e il pastorello/ mi ha bastonata!

A queste parole della perfida capra il bambino-pastore veniva messo in castigo. Chiuso con il verchione in uno stanzino buio, a pane ed acqua. Solo la vecchia buona nonna andava di soppiatto a consolarlo e, quando tutti, morti dalla fatica, russavano, apriva il verchione e lo portava a letto con se', ma da piedi.

Ed ecco il perchè ed il come le povere capre divennero malvage:

"Nostro Signore aveva ormai creato tutti gli animali e si era scelto i lupi, che gli facessero da cani; aveva dimenticato soltanto la capra. Allora ci si mise il diavolo, che voleva creare qualcosa anche lui, e fece le capre con lunghe code sottili. Quando andavano al pascolo, le code s'impigliavano di solito tra i rovi e allora il diavolo doveva andar là in mezzo e scioglierle con gran fatica. Alla fine s'irritò, afferrò le capre una dopo l'altra e con un morso staccò a tutte la coda, come si può vedere ancora oggigiorno dai mozziconi. E ormai le lasciava pascolare sole, ma avvenne che Nostro Signore le vedesse o rosicchiare un albero da frutta, o danneggiare le preziose viti, o rovinare altre piante delicate. Ne fu così addolorato che, per pura misericordia, aizzò i suoi lupi, e ben presto i lupi dilaniarono le capre che passavano di là. Quando il diavolo lo seppe si presentò al Signore e disse: - Le tue creature han dilaniato le mie -. Il Signore rispose: - Le avevi create per il male! - Disse il diavolo: - Per forza! Così come il mio spirito l'hai creato per tendere al male, quel che ho creato non poteva avere altra natura; e tu devi pagarmela cara. - Te la pagherò appena cadon le foglie dalle querce; vieni allora, e troverai il denaro contato -. Quando le foglie delle querce furon cadute, il diavolo venne ad esigere il suo credito. Ma il Signore disse: - Nella chiesa di Costantinopoli, c'è un'alta quercia che ha ancora tutte le foglie -. Infuriando e bestemmiando, il diavolo corse a cercar la quercia; errò sei mesi nel deserto, prima di trovarla, e quando tornò tutte le altre querce si erano ricoperte di foglie verdi. Allora egli dovette rinunziare al suo credito, e nella rabbia cavò gli occhi a tutte le capre ancor vive e li sostituì con i suoi. Per questo tutte le capre hanno gli occhi da diavolo e le code mozze; e la lingua biforcuta!"

(fratello Karl e fratelli Grimm)

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