martedì, 30 ottobre 2007

Letture d’autunno

 

1 Si comincia con una “rilettura”, 38 anni dopo. “Il gatto Murr” di E.T.A. Hoffmann , un libro meraviglioso, che ho citato spesso da quando il mio vecchio cane - (umanamente parlando, conta oltre 105 anni di età) - s’è messo in testa di raccontarmi, in forma poetica, qualche episodio della sua vita dato che mi ama perché “quando gli ho dato un buon piatto di zuppa bollita con la carne macinata, non gli e lo tiro via di sotto il naso mentre lo sta mangiando di gusto” (lui dice così, ma credo che se lo facessi mi morderebbe!) <O Natura, sacra, sublime Natura! Le tue delizie, i tuoi incanti mi inondano il cuore commosso – il tuo respiro arcano mi avvolge come una frusciante carezza! La notte è piuttosto fresca, ed io vorrei…

Ma nessuno fra i lettori – (o i non lettori…) – di queste pagine potrebbe valutare il mio trabocchevole entusiasmo senza conoscere l’altezza a cui mi sono librato. Sarebbe più esatto dire: “mi sono arrampicato”; ma i poeti non amano parlare dei propri piedi, e non lo farebbero neppure se ne avessero quattro come ne ho io. I poeti parlano unicamente delle proprie ali, anche se queste sono opera di un abile meccanico, e non congenite. Sopra di me si stende l’immensa volta stellata. Tetti e torri, all’intorno, scintillano negli argentei raggi della luna piena. Il fragore, giù in istrada, si smorza poco a poco – la notte diventa sempre più silenziosa e muta. Nel cielo corrono le nuvole – una colomba solitaria ruota intorno al campanile, tubando una trepida lamentazione d’amore! …E se la cara piccina mi si avvicinasse?...Sento sommuoversi in me qualcosa di strano, direi un certo incoercibile appetito…Ah!... Se venisse, la dolce fata, me la stringerei al cuore innamorato per non lasciarla mai più. Ahi, ahi!...Ecco – ora entra svolazzando nella piccionaia, la falsa, e mi lascia a bocca asciutta sul mio tetto! – Quant’è rara la vera simpatia delle anime, in questi tempi duri, aridi, meschini.>. Fiabesco gatto Murr, compagno solitario, maestro saggio, ti prometto di passare insieme intriganti ore notturne a filosofeggiare sull’amore e sulle  “trippe”, “sanelli” e “animelle”!

 

2. Tutti gli altri libri li citerò soltanto, senza dilungarmici. Nulla in paragone al “Gatto Murr”! Pramoedya Ananta Toer: Questa terra dell’uomo, romanzo, Il Saggiatore, 1999: Antonio Machado, Solitudini,poesie, Crocetti, 1997; Sèlim Nassib, Ti ho amata per la tua voce, romanzo, e/o, 2005; Norberto Bobbio, De senectute e altri scritti autobiografici, Einaudi, 2006; Margherita Hack, L’amica delle stelle, autobiografia, Rizzoli, 1998; Folco Quilici, I miei mari, Mondatori, 2007.

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domenica, 28 ottobre 2007

LA FESTA

 

Ieri è stato il giorno della dolce nostalgia! Ho partecipato, come relatore e “storico della Resistenza”, ad una manifestazione del Partito della Rifondazione Comunista a Monterotondo Marittimo, sul cui territorio si svolsero eccezionali, eroici e tragici episodi durante la lotta armata dei partigiani della III Brigata Garibaldi “Camicia Rossa”, della Divisione Monte Amiata, Banda “Camicia Bianca” e della XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”. C’erano tante persone nel salone del Circolo ARCI, quante non avevo mai avuto la fortuna di incontrare in simili iniziative: donne, anziani, ex partigiani e molti giovani! E tutte attente, silenziose, partecipi, ed anche commosse. Le ringrazio tutte, insieme ai “compagni” organizzatori. Lo so, la parola “compagni” è una parola ormai desueta, confinata in un gergo di piccole minoranze: ora non siamo più nessuno, solo numeri per le statistiche ed i sondaggi di opinione: né fratelli, né compagni, né amici. Siamo percentuali, audience, voti, vacanzieri, consumatori, blogghisti, precari, casalinghe, pensionati, contribuenti…pazienti…che tristezza! Ho incontrato qualche antico conoscente che ha risvegliato in me ricordi lontani, di persone che ho amato, come Sauro Marconi, Ferdinando Battini, Mario Calvani, Giuseppe Pasquinelli, il mitico “Pollo”…che mi aiutarono a crescere in quella grande e umana fabbrica di Larderello, fin da quando vi arrivai per la prima volta coi calzoni corti, nel 1951! Dopo la “cena sociale”, senz’altro degna di essere immortalata dall’arte, magari come parodia della “cena di Babette”, le note un po’ sgangherate della “Banda Militante della Maremma”, soverchiate dalla tromba del coriaceo Giuliano Nencini, si sono alternate all’esile, gioiosa voce (una volta anche tragica, nella ballata per gli 83 minatori di Niccioleta trucidati dai militi della RSI al soldo di ufficiali delle SS tedesche), di Irene, che ha avvinto tutti i presenti, fin verso la mezzanotte. Mi hanno colpito, in particolare, l’umanità e il senso di fraterna condivisione di ideali che permeavano l’intrecciarsi di diverse generazioni, ideali si direbbe “romantici” o “utopistici”, se non ci si trovasse di fronte nel mondo a tremende contraddizioni sociali, guerre di potere e di alimentati fanatismi religiosi, a interi continenti senza speranza, sfruttati e sacrificati al “profitto” ed al “capitale”, per tacere sulla distruzione pervicace dello “spazio vitale” del pianeta Terra, attraverso un consumismo ed uno sfruttamento delle risorse dissennato, che ce le rendono più attuali e necessarie di quanto non si potrebbe credere. Certo, a molti, e forse anche a me, che aspiro a mantenere ed a godere di beni effimeri in sovrappiù, fa paura la parola “comunismo”, “rivoluzione”. Meglio professarsi “democratici” e lasciare che il sonno della ragione generi mostri? In quella diffusa luce giallastra che fluttuava nella grande sala, guardavo Irene che cantava accompagnandosi con la chitarra: la testa ricciuta e bionda reclinata indietro, minuta in un vestitino contro tendenza, e, chissà perché, mi si sono affacciati alla mente gli Angeli musicanti di Michelozzo, cioè il simbolo di una bellezza, di una pace, di un appagamento che non mi sarei aspettato di trovare proprio lì, tra quel popolo semplice e generoso di sognatori. Grazie compagni!

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venerdì, 26 ottobre 2007

Ho ultimato la lettura del libro di Margherita Hack <Vi racconto l'astronomia>,  che il "Corriere della Sera" aveva recensito "come spiegare l'universo in modo semplice", catturando così la mia curiosità di neofita. Semplice un corno! Anzi, se posso dirlo, m'ha confuso ancor più le idee. Specialmente la parte finale, capitolo 4, "La galassia e l'universo extragalattico". Vi si afferma, ricapitolando, che la nostra galassia, la Via Lattea, è una grande famiglia di stelle, 400 miliardi circa, distribuite su una specie di disco. Il diametro di tale galassia è circa 100.000 anni luce (cioè la luce impiega 100.000 anni per andare, alla velocità di 300.000 km/secondo, da una estremità all'altra), e lo spessore del disco è di appena 2.000 anni luce. La Via Lattea è simile a un disco piatto, con un rigonfiamento al centro e la materia non vi è distribuita uniformemente.

La sua età è di circa 12 miliardi di anni. nella Via Lattea le stelle più antiche, della prima generazione, o primordiali, si trovano isolate o raggruppate in ammassi globulari contenenti da 100.000 a 500.000 stelle fittamente addensate.

Il sole ruota intorno al centro galattico impiegando 250 milioni di anni per compiere tutto il giro.

La maggior parte della materia che compone la galassia è la "materia oscura", una materia che resta ancora misteriosa.

Una galassia simile alla nostra è quella di Andromeda, a 2 milioni di anni luce di distanza. Essa fa parte, insieme ad altre circa 2.500 galassie del nostro universo. I progenitori delle galassie normali, come la Via Lattea,  o la galassia di Andromeda, sono probabilmente galassie lontane, a 8 o 10 o più miliardi di ani luce...

La scoperta di Hubble (1929) mostra che tutte la galassie si stanno allontanando...

ma in realtà è lo spazio stesso ad espandersi e a trascinarsi dietro le galassie...

l'universo è vecchio 13 miliardi di anni...

la geometria dell'universo è quella euclidea, o in altre parole, che l'universo è piano...

sebbene non sappiamo come sia cominciato l'universo, tuttavia possiamo supporre che doveva esserci una zuppa di particelle elementari, le più elementari possibili...si suppone siano i quark, oggi imprigionate dentro i neutroni, i protoni ed i mesoni...

neutroni e protoni non sono dunque particelle elementari, bensì formate da 3 quark; i mesoni particelle instabili formate da 2 quark. Altre particelle elementari sono gli elettroni, i neutrini e molte altre che oggi non si osservano ma che si ritiene che ci siano...

non sappiamo come sia cominciato l'universo e come abbia avuto origine l'espansione...

ci si domanda anche se l'universo è tutto ciò che esiste, oppure esiste uno spazio e un tempo infiniti in cui si formano casualmente regioni, in grado di dar origine ad altri universi, sia simili al nostro che completamente diversi...

infine Margherita Hack pone la domanda risolutiva: nell'antichità l'uomo, ingannato dai propri sensi, riteneva che la Terra fosse il centro dell'universo. Poi ha capito che la Terra e i pianeti ruotavano attorno al Sole, posto al centro del sistema solare. In seguito ha compreso che il Sole è una stella come miliardi di altre, mentre l'inganno dei sensi aveva ancora fatto ritenere che il Sole si trovasse al centro della Via Lattea, e che questa abbracciasse tutto l'universo. Nel tempo, ha scoperto che il Sole occupa una posizione periferica nella Via Lattea, che questa è una galassia fra miliardi di altre, e che tutte insieme costituiscono il nostro universo. E ora ci domandiamo: ma questo è veramente tutto ciò che esiste, o è solo un universo fra infiniti altri?

...e nei miliardi di galassie, ognuna delle quali può annoverare oltre 400 miliardi di stelle, la vita e l'uomo, riguardano soltanto la nostra Terra?

A voi, Annalisa e Maurizio ed altri amici del GAV l'arduo compito di volgarizzare qualcuno di questi temi per i "terrestri" visitatori del BLOG!

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giovedì, 25 ottobre 2007

Da diversi anni il mio carissimo amico don Luigi Campinoti è partito per un'altra piccola parrocchia toscana. Ne sento la mancanza. Aveva sempre saputo consolare la mia "aridità dell'anima" invitandomi alla meditazione silenziosa, all'attesa. In più aveva apprezzato i miei sentimenti e la mia poesia e mi aveva accolto senza remore a parlare nel suo Oratorio di Carlo Marx e di Cellule Comuniste diffuse tra i mezzadri dell'Alta Val di Cecina! Anzi, mi aveva donato un piccolo libro di poesie, un gioiello, scritto da un suo docente al Seminario di Siena, don Martino Ceccuzzi (1904-1988), più popolare con il nome di "Idilio Dell'Era", brillante scrittore di novelle e racconti della Toscana minore e modesto prete della campagna maremmana e senese. Ho ritrovato tra i miei libri le poesie di Idilio Dell'Era "Voci e lamenti", pubblicato nel 1955 a Firenze. Come sempre mi hanno avvinto e commosso. Ne riporto una, "Lamento dell'estinta madre del minatore". Un testo non casuale perchè il giovane Martino fu negli anni della sua infanzia e della sua giovinezza, immerso nella terra dei minatori, dei quali condivise le interminabili tragedie.

Ora che le mani/ho consegnate alla notte,/non posso più, figlio,/accarezzarti: odo rugiade;/mi fa paura/il loroscorrersull'erba./Non ricordi che alla brezza/delle dita amorosa i tuoi capelli/s'intenerivano e che era la mia gola/fresca come la prugna delle siepi?/Discendi anche tu nella terra/tenebrosa, ma lo schianto/della mina ricopre la mia voce,/nemmeno mi è dato vedere/il tuo viso di rughe/nel vetro opaco della lanterna./Mi addolora il tuo pane/e ti sono vicino/come quand'eri bambino.                                                                                                                 

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lunedì, 22 ottobre 2007

Nel post di venerdì 12 ottobre ho pubblicato la poesia "Bentornato, amico!", che ho cercato maldestramente di tradurre in lingua spagnola. Ho chiesto aiuto ad una amica inviando sia il testo in italiano che il "tentativo" di traduzione. E stamattina, gradita sorpresa, m'è arrivata via e mail una meravigliosa "versione" che, da quant'è bella non resisto dal pubblicarla! Lo faccio anche come ringraziamento a Susana!   

Bienvenido amigo!

 

Viejo otoño, bienvenido amigo!

Me encanta el lento ritmo de tus días nebulosos,

y la dulzura que esparces sobre las despedidas de la vida.

En ti me descubro, al alba, entre tibias sábanas

ricas en sueños y en amores sin lágrimas,

porque mientras tu llamabas a mi puerta

ella, si, precisamente ella, la mujer a la que llevaste

el cesto de fruta madura,

se ha ido!. No, no temas, no es para siempre!

Gocemos de esta soledad reparadora,

enviando a través del aire suaves besos

más allá de las cimas que aparentemente nos separan,

a la tenue claridad de la luna que renace.

 

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lunedì, 22 ottobre 2007

Mi alzo prima dell'alba per salutare mia figlia **che parte. Non riesco più a dormire. Il cielo è strano con lame di nubi nere a oriente. Il termometro segna 0 °C. Sull'Appennino, all'orizzonte, di fronte alla mia finestra, è nevicato. A Castagno di Andrea ieri sera ne erano caduti ben 40 cm.! Il riscaldamento è al massimo. Penso alla poesia che in questa fase della vita mi accompagna quotidianamente, a:

...stanchezze di popoli caduti in oblio/non posso rimuovere dalle mie palpebre,/né tenere discosto dall'anima atterrita/il muto crollo di stelle lontane.Molti destini si agitano accanto al mio,/alla rinfusa li incarna il gioco dell'esistere,/e la mia parte è più che di questa vita/fiamma sottile o tenue lira...

Mi immalinconiscono i versi di Hugo von Hofmannsthal (1874-1929) e le canzoni che ascolto, tra le mie preferite, <Vida tem um so vida> di Cesaria Evora nella bellissima antologia "mornas&coladeras" Lusafrica, 2002; e "Terra de Noel", "Boi de lagrimas" di Flavia Bittencourt nella meravigliosa raccolta "Sentido".  Ci metto del mio:

Ora mi avvedo, man mano che invecchio

<Ya noto, al paso que me torno viejo> A. Machado

 

 Era proprio il mio acerbo amore…

 

Nel luminoso mattino ho incontrato una donna,

a colmare un’assenza infinita! Al crepuscolo

 il tenue chiarore della nuova luna

m’ha guidato sul sentiero dei ricordi malinconici.

Ho stentato a riconoscerla, minuta e sorridente,

il seno alto, il culo sodo, d’ebano le lisce nudità;

lei m’ha chiamato avanzando per un bacio

in ritardo sulla storia, una ingannevole carezza,

un abbraccio di gioia ritrovata e di rimpianto.

Era proprio il mio acerbo amore, il bocciolo

mai schiuso, la mia fata ignorante,

proprio la vita che avanza al tuo fianco

e non riesci ad afferrare, per gli occhi abbagliati

da evanescenti sogni!

 

 Autunno

 

Al Pozzo dei Cavalli

mi specchio in acque nuove;

mi faccio grigio sasso,

morto e vivo, uno, immenso:

in me si serra

la pena del mondo.

 

Un cardellino, nel fogliame,

di madreperla,

spicca un breve volo.

Rompe l’incantesimo

una lamina d’iride sull’acqua

d’ali leggere.

 

Una luce? Un’illusione?

Mistero dell’amore

nell’ambigua stagione

delle caduche speranze.

 

Ai tuoi vent’anni

 

Ai tuoi vent’anni porto l’amore

e una coppa di vino spumeggiante

d’antichi pastini rinnovati:

brinda insieme a me

anche se non mi ami

in questo tuo felice giorno,

perch’io t’ho amata

nell’estremo sogno della vita,

mia piccola dolce amica,

ebbrezza d’un solo bacio,

speranza dell’eterno ritorno!

 

 

Pietralata.

 

La rosa dei venti non c’è più!

La selva l’ha accerchiata e vinta,

i bianchi massi nummulitici

modellati dal ghiaccio e dal sole

giacciono muti sotto la borraccina,

in rovina  gemono le travi

della capanna scoperchiata,

 - ricordi? - dove tre volte godemmo

di una brama impetuosa, mai appagata.

Ricordi? Ricordi? Ma a qual fine,

se nemmeno d’un bacio

restò in te una pallida ombra?

 

E domani?

 

Forse è perché questo primo,

improvviso freddo d’autunno,

m’ha trafitto le carni,

là, proprio in quello snodo

nevralgico tra L5-S1,

e mi fa piegare dal dolore,

che mi sento così malinconico,

più dei miei anni

che appena stanotte mi parevan

sì gioiosi,

mentre danzavamo avvinti

e sorridenti!

Com’è mutevole il tempo!

E come incerto il destino dell’uomo!

Ieri l’amore struggente,

oggi il freddo pungente!

E domani?

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sabato, 20 ottobre 2007

La vecchia che rimpiange il tempo di sua giovinezza.

XLVII  da “Le Testament” di F. Villon

(1431-1463, da questa data il poeta fa perdere definitivamente le proprie tracce)

 

Mi par di sentire i lamenti

della bella che fu l’Elmiera:

giovane si vorrebbe qual era

e si duole con questi accenti:

<Ohi! Vecchiezza perfida e trista,

perché sì presto m’hai colpita?

Chi mi tiene che non mi ferisca,

che a quest’insulto non m’uccida?

 

Tutti m’hai tolti i privilegi

di cui beltà mi fe’ signora

su mercanti, chierici e preti:

non c’era un uomo solo allora

che non m’avrebbe dato tutto,

senza curarsi dei pentimenti,

sol che pronta gli avessi ceduto

quel che rifiutano i pezzenti.

 

Io l’ho negato all’uno e all’altro,

e in ciò non mostravo saggezza,

per l’amore di un giovinastro,

al quale ho dato con larghezza.

Se con altri usavo scaltrezza,

giuro che lui l’amavo, e quanto!

Non aveva per me che durezza

e mi amava pei soldi soltanto.

 

Anche trascinarmi poteva

e pestarmi, l’avrei amato.

Se di soddisfarlo mi chiedeva,

e m’avesse le reni spezzato,

avrei scordato ogni malanno.

 Il ribaldo, di male impregnato,

m’abbracciava…Gran bel guadagno!

Che mi rimane? Onta e peccato.

 

Da trent’anni lui non è più,

e io qui resto vecchia, canuta.

Se penso al bel tempo che fu,

qual ero, quale son divenuta,

allor che mi guardo svestita,

e mi vedo così mutata,

povera, scarna, impicciolita,

mi sento quasi dissennata.

 

Che siete mai ora, liscia fronte,

capelli biondi, ciglia inarcate,

occhi spaziati, vezzose occhiate,

i più accorti a vincere pronti;

bel naso di linea perfetta,

e le piccole orecchie aderenti,

il dolce, chiaro viso, a fossetta

il mento, e quelle labbra ardenti?

 

Minute spalle graziose,

lunghe braccia, mani delicate,

piccoli seni, anche carnose,

alte, giuste, ben appropriate

a sostenere lizze amorose;

le reni larghe, e quel fichino

tra cosce salde, maestose,

nel suo minuscolo giardino?

 

Fronte rugosa, capelli grigi,

sopraccigli radi, occhi spenti,

che mandavano sguardi e sorrisi

e attiravano molti clienti;

naso ricurvo, beltà passata!,

orecchie pelose, pendenti,

faccia spenta, smorta, sbiancata,

mento grinzoso, labbra cadenti.

 

Dell’umana bellezza è la sorte!

Corte braccia, mani rattrappite,

e le spalle tutte contorte;

mammelle, che mai? Tutte avvizzite;

e le anche son come le tette;

la fica, puah! Le cosce, infine,

non son più cosce, ma coscette

come salsicce, a macchioline.

 

Così piangiamo il buon tempo andato,

tra noi, povere, stolte vecchiette,

giù in terra tutte rannicchiate,

come gomitoli strette strette,

di sterpi attorno a un focherello

che appena acceso già si spegne;

e fummo un tempo tanto belle!...

A molti e molte questo avviene.>

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venerdì, 19 ottobre 2007

Domande senza risposta

 

Solitaria la  montagna si innalzava

dalla nebbia mattutina, in tutta la sua bellezza,

lassù, in alto, già danzava la luce;

tra le pietre rosate di mari primordiali

spirali palpitavano d‘acque profonde.

Il campano di un gregge e l’abbaiar

di un cane cadenzavano la mia ascesa:

su, su, in vetta, per scoprir nuovi orizzonti!

Nessuno mi inseguiva, né m’era compagno,

nessuno era rimasto indietro,

 nessuno avevo innanzi.

Ero solo con i miei sogni e le mie pene.

 

La cima, un pianoro allungato, erboso,

 con strani pinastri modellati dal vento,

solo una piccola porzione dell’orizzonte

si rivelava, in basso, salmastra d’acque

immote e ignote. Montagne inaspettate

serravano lo sguardo, e sembravano

non aver fine.

 

Allora, mi son chiesto, fu vana la fatica? Vano

questo tendere ansioso verso l’alto?

Non è forse la vita una illusione?

Domande senza risposta.

 

 

AdR, trascrizione di karl.

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venerdì, 19 ottobre 2007

Sognare il nostro sogno

 

Ho scoperto un poeta, e adesso leggo, studio, decifro i suoi disordinati quaderni che non ha avuto il tempo di correggere e di pubblicare. Come incipit ha lasciato scritto un pensiero che faccio mio: <Affermo il diritto della lirica a narrare la pura emozione, cancellando la totalità della storia umana. Siamo vittime di un duplice miraggio. Se guardiamo fuori di noi e cerchiamo di penetrare nelle cose, il mondo esterno perde solidità e finisce col dissolversi quando giungiamo a credere che non esista per se stesso, ma grazie a noi. Ma se, convinti dell’intima realtà, guardiamo dentro di noi, allora tutto ci sembra che venga da fuori, ed è il nostro mondo interiore, siamo noi stessi a svanire. Che fare dunque? Tessere il filo che ci viene dato, sognare il nostro sogno.”

 

Il poeta è Antonio di Roccabruna (1874 – 1943), nato a Sorano da un modesto commerciante di stoffe e da una casalinga, di religione ebraica. Studiò alcuni anni a Viterbo ottenendo il diploma magistrale. Fu maestro elementare in piccoli villaggi della Tuscia, di cui canterà per tutta la vita  il ricordo degli orti di aranci e limoni, degli oliveti argentati, dei pioppi flessuosi sulle rive di profondi precipizi scavati dalle necropoli rupestri,  paesaggi di tufo e di vento, e di uomini e donne severi, immutabili, in gesti di solenne regalità ereditati dagli antenati. A Sorano sposò  Eleonora, di cui era perdutamente innamorato, mortagli giovanissima. Ed alla quale, rimase legato per tutta la vita. Pur non prendendo parte attiva alla vita politica, manifestò sempre alti ideali di libertà e di tolleranza, conducendo una vita appartata, dedita alla scuola, alla poesia ed a rari contatti con il mondo esterno. In questo mondo esterno conobbe l’amore brevissimo ed intenso di una giovane poetessa romana,  che gli ispirerà numerose liriche, tra le più intense del suo canzoniere. Alla promulgazione delle leggi razziali di Mussolini  fu dapprima schedato come cittadino non “ariano” e, poco dopo, allontanato dall’insegnamento e da qualsiasi altra professione. Deciso a non sottostare a tali degradanti disposizioni riuscì, attraverso pericolose ed estenuanti peripezie, a raggiungere la Palestina, giungendo a Jaffa nel febbraio 1943. Ma il suo fisico, provato dalla fatica e da una improvvisa malattia respiratoria, non resistette. Morì un mese dopo aver accarezzato il suo “sognato sogno”.

 

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mercoledì, 17 ottobre 2007

Gastronomia

 

Finalmente, dopo le due ricette di “Mastro Martino” (POST 9 e 12 oct. 2007), parliamo del vino, riprendendo una interessante pubblicazione del GAL (Gruppo Archeosub Labronico) dal titolo “Vini Etruschi e anfore di Calafuria” (www.archeosub.net)

Il vino cominciò ad essere prodotto su ampia scala in Italia verso la fine dell’VIII sec. a. C., in Etruria e, nel sud, dai coloni greci.

E’ quasi certo che i “freiherren” di Castri Novi de Montanea producessero il vino; sia ottenendolo da una vite coltivata e domestica, detta vitis vinifera sativa, sia da una vite selvatica dei boschi, detta vitis vinifera silvestris.

Gli Etruschi producevano vino dalla vite selvatica prelevata dai loro immensi boschi con tralci maritati a olmi parecchio alti, ottenendo una gamma di vini che andava da quelli aspri e zuccherini, a quelli aciduli e acerbi,  in particolare vini soprattutto bianchi di piacevole beva. Tra i vini più noti si ricordano quelli prodotti dai vitigni: Prototrebbiano, Protoasprino, Protolambrusco, Falangina Aminee. Il Prototrebbiano era il vitigno più diffuso nell’intero territorio etrusco. Il vino degli Etruschi  piaceva così tanto ai barbari “Celti” di Brenno, stanziati nell’Europa Centrale, da costituire, secondo lo storico Livio, uno dei motivi della loro invasione: “…Eam gentem traditur fama dulcedine frugum maximeque vini, nova tum voluptate, captam Alpes transisse agrosque ab Etruscis ante cultos possedisse.”  Insomma, si può affermare, che il vino etrusco, per gradazione ideale, sapore e fragranza, sia stato il primo vino popolare europeo. E dagli Etruschi al vino “Chianti”, “Brunello”, “Sassicaia”, Vernaccia, Monteregio,  ecc. ecc. il passo è breve! Prosit!

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