venerdì, 29 febbraio 2008

X.

1768, La Liberazione.

 

 Stesso luogo. Giorno imprecisato.

 

MARIE DURAND (con una Bibbia in mano)   Victorie, amo sempre più la storia di Ruth, mi colpisce la resistenza di Naomi, moglie di Elimelec, perché alla fine una straniera si congiunge al popolo ebraico.

 

VICTORIE   Che significa?

 

MARIE DURAND   Che non si entra nella Chiesa secondo diritto ereditario, ma grazie all'elezione del Signore, conta la nostra fede, insomma.

 

VICTORIE   Cosa volete dire? Quando partite da una citazione biblica voi arrivate sempre a commentare il presente.

 

MARIE DURAND   Cara amica mia le famiglie non mantengono saldi i legami solo perché fondate su un medesimo ceppo. Il patto talvolta si infrange. Si può essere fedeli, ma può succedere anche il contrario. Nella famiglia Durand siamo stati gli uni agli altri fedeli, mio padre ha passato a me e a Pierre la fiaccola della verità. Credo che entrambi l'abbiamo tenuta accesa, lui con il martirio, io con la resistenza in questa Torre. Guardate invece il ramo degli zii materni: hanno profittato della nostra assenza per impadronirsi di beni che non gli appartenevano e i parenti di mia cognata - pensate che ho servito sua madre con devozione nella Torre, - non hanno ricompensato le mie cure altro che con l'acredine.

 

VICTORIE (gentile)   Marie Durand è la prima volta che vi sento giudicare qualcuno.

 

MARIE DURAND   Che il Signore mi perdoni. Descrivevo ciò che è successo. La carne umana mormora, è debole...(fra le lacrime aggiunge) la mia famiglia siete voi Victorie e quando usciremo potreste vivere con me! La famiglia elettiva vale quanto quella di sangue. Non ho altri al mondo e i vostri figli sono grandi e ben maritati, avete numerosi nipoti, vi voglio molto bene amica mia, pensateci, vi prego.

 

Victorie la guarda radiosa. Le due donne si abbracciano fortemente.

 

VICTORIE (ricomponendosi)   siamo rimaste in poche, sette, in una stanza così grande ci perdiamo!

 

Con evidente sorpresa le prigioniere odono passi sulle scale e vedono aprirsi i battenti della grande porta. Entrano il principe Beauveau e il cavaliere di Boufflers, seguiti dal Major e da alcuni gendarmi.

 

Timidamente le prigioniere si accostano agli importanti personaggi.

 

PRINCIPE   Orsù prigioniere, qual'è il vostro crimine?

 

MARIE DURAND   Il nostro crimine è quello di essere state allevate nella vera religione cristiana. Da trentotto anni io sono qui rinchiusa, le altre almeno da trenta e Clarisse, detta "la Frizole", sono quarantuno anni che non vede l'erba dei prati...

 

PRINCIPE (turbato e commosso)   Siete tutte libere! La giustizia, la tolleranza e l'umanità parlano alla stessa maniera per voi sfortunate. Quando sarete uscite farò chiudere questa Torre nella speranza che non si apra giammai a nessuno per una simile causa!

 

Veloci come sono arrivati il Principe e i suoi amici escono dalla grande cella rotonda della torre.

 

MARIE DURAND   Oggi, se non erro, è il mese di aprile dell'anno 1768 e questa volta, sorelle, lasceremo la Torre sul serio. Racconteremo, ma forse, chi non ha provato la prigionia non comprenderà veramente.

 

VICTORIE   Sorelle, devo dirvi una cosa magnifica. Andrò a rivedere le gole dell'Ardeche perché voglio pregare al mio paese, Saint Georges des Bains, poi tornerò indietro, in Vivarais: vado ad abitare con Marie Durand a Bouchet de Pranles!

 

Le prigioniere intonano il salmo cinquantuno finché il buio della Torre non le avvolge per l'ultima volta.

 

 

Misericorde au povre vicieux,

Dieu tout puissant, selon ta grand’clemence,

Use à ce coup de ta bonté immense,

Pour effacer mon faict pernicieux.

Lave moy, Sire & relave bien fort,

De ma commise iniquité mauvaise:

Et du péché, qui m’ha rendu si ord,

Me nettoyer d’eau de grace te plaise.

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venerdì, 29 febbraio 2008

ASIA&DANTE ALIGHIERI: SPOSI

 

A Serrazzano sono andato a far visita alla tomba della mia amica poetessa, Asia Castellini. Sulla semplice lastra che chiude il suo sepolcro ci sono poche parole: “Asia Castellini/1912 – 2000/Amai la poesia/Amai la vita”. Parole semplici e  vere. L’ho incontrata tardi, Asia, ma sono stato fortunato. Nel 1997 mi rilasciò una bellissima intervista ripercorrendo, con lucida memoria, la sua vita e mi regalò una decina di poesie. Le scattai alcune foto. Infine, come presidente di una piccola associazione culturale, “Il Chiassino”, le dedicai la tradizionale “Giornata della poesia – La Luna Nova “, il 22 novembre 1998. C’erano tante persone, amici ed amiche di Asia, alcune venute da lontano…Credo che per Asia sia stato uno dei momenti più belli della vita. Lei, così piccolina, tra il sindaco Bernardini e me, spariva dietro un mazzo di fiori che stringeva al petto. Ho pubblicato il testo dell’intervista sotto il titolo “Mi chiamo Asia Olinda Castellini, scrivo poesie ed amo la vita”, ma la lunghezza mi impedisce di proporla sul blog. Ne riporterò solo una parte: “…sono nata il 15 febbraio 1912, nel paese di Serrazzano, figlia di piccoli affittuari. Ho sempre avuto questa voglia della poesia, fin dai tempi della scuola; ho fatto la quinta a Serrazzano con la maestra Mazzinghi, ero piccina di statura e la maestra mi aveva messo il soprannome “Bruscolo”. A scuola ero brava in italiano (in aritmetica piuttosto scarsa) e mi ricordo che in seconda (tutte le classi erano insieme) la maestra leggeva i miei temi e diceva: “Sentite Asia cosa ha scritto”. Un giorno disse: - Fate un pensierino sulla farfalla – (s’era all’inizio dell’anno e avevo imparato a scrivere da poco), io svelta svelta scrivo il pensierino:

 

La farfalla è carina

ha le ali di vari colori,

vola dolcemente per l’aria

posandosi spesso sui fiori!

 

Da allora non ho più smesso. Sono diventata una ragazza allegra, di comitiva…avevo molti amici e mi garbava stare con loro. Ero bionda, avevo l’oro nei capelli. “O Bionda che vai già via?” “Si” “Stai un altro po’!” Allora dicevo: “La Bionda Castellini come un lampo/lascia gli amici sul limite del campo!” E un altro giorno ripetevano “Stai un altro po’!” Allora dicevo: “La Bionda Castellini in un baleno/lascia gli amici e va’ a rimette il fieno!” La rima mi veniva spontanea, ed anche ora mi viene. Ad esempio, sto’ qualche periodo un po’ più ferma, ad un tratto mi si comincia a risciogliere, la notte mi levo e scrivo…Penso spesso alla mia gioventù lontana. Il sole quando andava sotto tramontava dietro il fossetto di Monterufoli, ora non ci arriva più, il giorno è più corto! L’ho detto e lo ripeto a tutti. Anche gli scienziati hanno constatato che è cambiato qualcosa, il sole non tramonta più nello stesso punto! Fa il giro più corto e non è più luminoso come una volta, l’atmosfera è regliata, non è più limpida come cent’anni or sono…ma, forse, il cambiamento è soltanto nei nostri pensieri. Io, quando tagliavo il grano, guardavo il sole, era tardi, eppure era sempre lì nel mezzo ed io falciate, ma il sole non voleva andar giù! Nella mente mi s’affacciavano le rime e le storie, gli stornelli e gli indovinelli. Mi venivano in testa parole strane ed io dovevo controllare il vocabolario per vedere se esistevano davvero…ho letto pochi libri oltre quei due o tre della scuola. Non avevo le possibilità di comprarli. Ho conosciuto Dante Alighieri, anzi, ci siamo sposati, ma la Divina Commedia non l’ho mai letta! Ho deciso di sposare Dante quando sono ritornata a Serrazzano dopo decenni di assenza e di vita in città, facendo la bambinaia in famiglie che mi amavano, e stentavo a riambientarmi. Dante viene in Campocotto e mi fa la serenata…mi son decisa a sposare per problemi familiari e poi per fare una cerimonia semplice, caratteristica, originale, come ai tempi primitivi. Dante sapeva che ero nei guai e una bella notte venne con un misero strumento di terracotta e uno zufoletto di canna… Senti l’ottava rima sul nostro matrimonio che ho composto nel mese di maggio 1967, incominciò così:

 

Sei bella, svegliati,

fiore di simpatia,

ti voglio fare mia,

non mi far aspettar più!

 

Sei bella, svegliati,

affacciati al balcone,

accendi lo lampione,

illumina il mio cuor!

 

Sei bella, svegliati,

fiore di primavera,

amabile e sincera,

ti voglio insieme a me!

 

Rispondo al suo richiamo dicendo così:

 

Accendo il mio lampione,

illumino il balcone,

l’amore c’è per te

come ce l’hai per me!

 

Finita la dichiarazione, messi d’accordo, giurano eterno amore. S’incomincia subito a parlare di matrimonio che invia così:

 

E’ ritornato Dante e m’ha veduta,

m’ha detto <cosa fai lì pensierosa?

Lo so, ormai sei ciccia venduta;

vieni con me ti voglio fare sposa,

giacché t’ho ritrata e ‘un t’ho perduta,

noi parleremo lingua, rima e prosa,

non aspettare tanto e non tardare

in breve tempo si deve sposare.

 

Stretta tra le mie braccia devi stare

e seduti staremo su una sedia,

di tutto quanto mi devi ascoltare,

leggiamo il libro la Divin Commedia,

tendi bene l’orecchio e ‘un ti scostare

anche se calcolando dai una media,

ma t’assicuro con sincero viso

c’è Inferno, Purgatorio e Paradiso.

 

Il vestiario viene da Treviso

anche se rosso, lungo, all’anticaglia,

le labbra tremolanti d’un sorriso

l’asino nel campo che ci raglia,

e nella siepe un fiore di narciso

sull’aia non mancan pula, strame e paglia,

abbiamo scelto un albero gigante,

l’uccelli ci ricolmano di cante>.

 

(Spiegazione del matrimonio: due alberi scelti, prosperi e accoglienti: uno fronzuto con foglie fresche e profumate, l’altro con la chioma tutta in fiore di un colore rosa antico. Dante mi prende per mano, mi fa fare tre giri al gambo della pianta con le foglie dicendo ad ogni giro):

 

Quest’albero ha le foglie,

vuoi esser tu mia moglie?

 

Io rispondo: “Si!” per tutte e tre le volte. Poi vado all’albero fiorito, lo prendo tra le mani, gli giro intorno canterellando:

 

Quest’albero è fiorito

vuoi esser tu mio marito?

 

Dante risponde “Sì” per tutte e tre le volte e il matrimonio è fatto ed è valido: abbracci, baci, e uno sbatter d’ali da tutti gli uccellini per dimostrare un poetico EVVIVA!

 

Il matrimonio mio è intorno alle piante

come facevano prima gli antenati,

pronuncio il Sì e lo pronuncia Dante,

è una cosa da rimaner incantati;

e delle cose ne diremo tante,

parleremo più che avvocati,

come facciamo noi è originale

non c’è nessun che possa fare uguale.

 

Anche senza trinati e niente gale,

il sottanone lungo, e giù di sotto

neppure apparecchiato nelle sale,

si svolge tutto quanto in Campocotto

fra forche, zappe, vanghe e pale.

Ci gettiamo sull’erba giù di botto

e lì si mangerà con allegria

dove stavan Trionfo con Maria.

 

E’ tutta verità, non è bugia,

vivevano imboscati e solitari,

prima quella terra era anche mia,

si lavorava coi miei familiari,

ma noi la sera si veniva via,

Maria e Trionfo invece stazionari

fra pini, aceri, sorbi e una lecceta

la sera gli scendeva la cometa.

 

La luna dolce la farò in Rogheta

tanto l’abbigliamento è di fustagno,

meglio così che l’abito di seta

io son contenta tanto, non mi lagno,

e poi proseguiremo per Farneta

rasente il fosso si può fare il bagno,

e con l’aiuto del buon Padreterno

avremo il Paradiso e non l’Inferno!

 

Certo che ho vinto un grosso terno,

anche se mai mi son provata al Lotto,

e dei versi n’ho scritti un quaderno

e ho elogiato Dante perché dotto,

la legna prepariamo per l’inverno

di selvaggina facciamo lo stracotto

e per dormire al gambo d’un bel faggio

col sacco e paglia e con tanto coraggio.

 

Se per caso piove ho preparato

un enorme ombrello d’incertao.

More, fragole, mirtilli e lamponi:

si scelgon sempre bocconcini buoni,

frutta di produzione naturale

quella di bosco non ci farà male!

Quanti funghi! In quella fitta macchia

è un’allegria, una pacchia!

 

Di fa’ un figliolo non glielo prometto:

è secca la fontana e non c’è il getto!

Mormora il ruscello e non si cheta

illumina la luna e la cometa

e così, senza pensieri,

ci firmiam Dante e Asia d’Alighieri.
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giovedì, 28 febbraio 2008

I FORMAGGI DI SAN MARTINO

 

San Martino, de’ becchi è il padrino!

 

Il caseificio “San Martino” si trova nell’Alta Maremma, nel comune di Monterotondo Marittimo, in provincia di Grosseto, in Toscana. Si tratta di una azienda modulare, medio-piccola, ma moderna e rispondente a tutti i requisiti che l’odierno settore alimentare richiede, ed agli standard qualitativi della Comunità Europea. Il processo di produzione dei formaggi, che utilizza latte di pecora proveniente da allevamenti locali, trae il calore necessario a tutte le fasi della lavorazione, da fluido geotermico fornito da Enel Green Power.  Il fluido geotermico è una “fonte di calore ed energia” che proviene direttamente dall’interno del nostro pianeta. L’uso di tale calore-energia ha meritato al Caseificio San Martino speciali premi da parte della Regione Toscana, e l’autorizzazione all’uso del bollino: “prodotto con il 100% di energia rinnovabile”. L’idea portante del progetto industriale consiste nell’utilizzazione delle risorse locali: energia geotermica, latte di pecora, recupero di ex strutture rurali, con un inserimento armonioso nell’ambiente. L’utilizzazione della geotermia permette inoltre alti livelli di rendimento a vantaggio della qualità e quantità del prodotto, nonché l’eliminazione dei gas della combustione nell’atmosfera (oltre 300 tn/anno di CO2), oltre ad un consistente beneficio economico ed alla possibilità di incremento dell’occupazione giovanile.

 

Dai prati arborati dei Re Longobardi, il “Cacio Forte” di pecora ha dato per secoli nell’Alta Maremma Toscana energia e sapore a pasti frugali e banchetti sontuosi. Oggi, grazie all’arte antica ed a moderne tecnologie, i giovani casari Massimo e Barbara offrono formaggi di pecora “fatti con amore” dal latte di allevamenti locali accuratamente selezionati. La vasta gamma dei prodotti e tutte le indicazioni per eventuali acquisti si trovano su:

 

web: www.formaggisanmartino.it

 

e-mail: info@formaggisanmartino.it

 

Tel. E fax.: 0566-910024

 

Indirizzo: Azienda Agricola San Martino, Località Muriglioni, 34, 58025 Monterotondo Marittimo (GR).

 

Cheese-Diary: San Martino

 

The farming factory San Martino is a young factory arised, some years ago, on the initiative of the owner, Massimo Ricci. It is situated in the Upper Maremma, near by Monterotondo Marittimo (GR), proceeding on the road towards Piombino and following then on the left side indications for Enel Geothermal Electrical Central “San Martino”.

The cheese –Diary consists of a medium-small modular structure, but modern and respondent to all necessary requirements in the today’s food sector.

The process of cheese production, working un sheep milk produced by local breedings, differs from the normal iter for using a different source of heat. Inside the closely situated Geothermal Central indeed, has been installed a heat exchanger furnisching pure water steam for the cheese-diary, in which it is used in all working phases  where an elevated contribution of energy is needed. The idea on the ground of the industrial project consists in using the resources disposable in the territory: geothermal heat at low costs, sheep milch from rural production, accompanied with a harmonious insertion in the country.

The project is also qualificated for exportation of the technology, wherever geothermical heat sources are disposable. It can be also used for a remarkable scale of applications still in study. Using geothermal heat permits a remarkable flessibility and rapidity of production, for the advantage in quantity and quality of the product and also the elimination of exhaust gas in the atmosphere, in addition to a consistent benefice for business economy and an increment of occupation.

 

(nota e traduzione di Karl. E mi si chiederà <ma cosa c’entri tu ed il tuo blog con I “Formaggi di San Martino”? Ebbene, la casara è mia figlia! Inoltre, mi piace moltissimo il cacio che fanno e come lo fanno!).

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mercoledì, 27 febbraio 2008

Come gli uccelli golmendadori sono muti nell’isola Sonante.

 

Mentre ci avviciniamo all’incontro attesissimo con il Pappagallo (libro Quinto, capitolo Ottavo, delle mirabolanti imprese di Gargantua e Pantagruele nell’edizione integrale del capolavoro di F. Rabelais, così come fu stabilito or non sono molti decenni da Jaques Boulenger per la sua edizione delle “Euvres complètes” di Rabelais pubblicata nella collezione della Pléiade dell’editore Gallimard di Parigi), ci vien da  pensare: <tale lettura avrà destato un piccolo interesse in qualche “curioso” tra coloro che navigano tra gli elettroni e le onde elettromagnetiche di internet, adusi come saranno, a linguaggi barbari e gelidi? Oppure, avrà suscitato l’effetto contrario, di annoverare tra gli “indesiderabili” e gli “intoccabili” i due meravigliosi Giganti? Si da fuggirli per sempre come Don Chisciotte o Murasaki? Infatti ho esperienze negative nel consigliar libri: avendo suggerito ad una ragazza la lettura di “Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea” e “L’uva puttanella” di Rocco Scotellaro, non soltanto riebbi indietro in modo scortese i due volumi, ma misi fine ad un nascente amore! Questa volta è diverso, perché mi diverto.

 

“…e mentre Editus aveva finito il misterioso accenno all’altarino, presso di loro si posarono venticinque o trenta uccelli di colore e piumaggio quali non ne avevano ancor visti nell’isola. Le lor penne erano cangianti da un momento all’altro come la pelle di un camaleonte. E tutti avevano sotto l’ala sinistra un marchio che per gli uni era bianco, ad altri verde, ad altri rosso, ad altri violetto e ad altri azzurro. Si trattava degli uccelli <golmendadori>, ossia dei “Commendatori”, una specie rapace e ghiotta, appartenente agli Ordini religiosi militari, come quelli di Malta, di San Lazzaro, di San Jacopo della Spada e di Sant’Antonio, monaci guerrieri e marinai dai costumi generalmente licenziosi.

-          Chi sono, - domandò Panurge, questi qui, e come li chiamate?

-          Sono, - rispose Editus, - meticci, e li chiamiamo golmendadori, e hanno gran numero di ricche commendatizie nel vostro mondo.

-          Vi prego, - dissi io, - fateli un po’ cantare, che possiamo sentir le loro voci.

-          Quelli non cantano mai, ma mangiano il doppio in compenso.

-          E dove sono, - domandai io, - le femmine?

-          Quelli non ne hanno, - rispose lui.

-          E come mai, - intervenne Panurge, - sono così pieni di croste e come impestati?

-          Sono malattie proprie a questa specie di uccelli, a causa dei porti di mare e dei bordelli che essi frequentano talvolta.

Poi ci disse:

-          Il motivo della lor venuta qui presso di voi è per vedere se possono riconoscer tra voi una magnifica specie di galli e di goti, uccelli da preda terribili, ma non però di quelli che vengono al logoro  e riconoscono il guanto, che essi dicono viver nel vostro mondo; e di questi gli uni portano geti alle gambe, assai belli e preziosi, con iscrizioni sugli anelli, in virtù delle quali chiunque mal penserà è condannato a essere senz’altro smerdato; altri portano sulle lor piume davanti, il trofeo di un calunniatore, ed altri vi portano una pelle d’ariete, segni, come sapete, di ordini cavallereschi: della Giarrettiera, con la divisa Honni soit qui mal y pense; dell’Ordine di San Michele, con la figura dell’Arcangelo che abbatte il diavolo; e del Toson d’Oro.

-          Può darsi, mastro Antinus, - disse Panurge, - ma noi non li conosciamo mica.

-          Ora, - disse Editus, - abbiamo parlamentato abbastanza, andiamo a bere!

-          E più a mangiare, - disse Panurge.

-          Mangiare, - disse Editus, - o ben bere, metà alla pari e metà a nuova posta. Su, andiamo! Non v’è niente di così caro e prezioso come il tempo, impieghiamolo in opere buone.

 Ci voleva condurre dapprima nelle Terme dei Cardingalli, belle e sovranamente deliziose e poi uscendo dai bagni farci ungere dagli aliptes di balsami preziosi; ma Pantagruele disse che avrebbe bevuto anche troppo senza bisogno di questo. Allora ci portò in un grande e delizioso rinfrescatolo e ci disse:

-          So bene che l’eremita Braghibus vi ha fatto digiunare quattro giorni: per quattro giorni starete qui, in contrappasso, senza cessare di bere e di mangiare.

-          Ma non dormiremo intanto? – disse Panurge.

-          A vostra libertà, - rispose Editus, - perché, come sapete, chi dorme beve!

Vero Iddio, che festa facemmo! O che grand’uomo dabbene!”

                                                                                                                                             (continua)

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martedì, 26 febbraio 2008

QUASI NIENTE

 

16 febbraio 2008,  Si riunisce a Massa Marittima l’assemblea dei soci del Centro Studi Storici “Agapito Gabrielli”, del quale faccio parte. L’occasione mi consente di incontrare molti amici constatando che non è scemata la stima reciproca e la voglia di fare. Il Centro Studi è riuscito a pubblicare negli ultimi quindici anni una trentina di monografie, nonostante l’esiguità, ossia, quasi la totale mancanza di risorse economiche, derivate quasi esclusivamente dalla quota tessera (15 €/anno) e dai proventi delle vendite delle pubblicazioni. Encomiabile e di alto livello l’organizzazione degli “Appuntamenti con la storia”, giunti alla XX edizione, conferenze a cura di illustri studiosi e docenti universitari. In un panorama culturale cittadino in sofferenza per l’incessante calo demografico e l’emigrazione giovanile, l’”Agapito Gabrielli”, è un faro di luce con potenzialità elevate, e, a mio avviso, dovrebbe essere sostenuto da adeguati finanziamenti, pubblici e privati, Al momento quasi inesistenti. Ma non è un caso che a sinistra o a destra la “cultura” sia sempre la “cenerentola”. E’ il frutto dell’incultura dominante e del pressappochismo estemporaneo, quando, non la scelta di protagonismo elettorale. D’altra parte “la casta” c’insegna pur qualcosa!

 

Nella piazza del Duomo, al tiepido sole d’una anticipata primavera, ho incontrato Antonella Cocolli! Mi da sempre gioia parlare con lei, ricca d’interessi non convenzionali e affettuosa. Mi ha regalato in anteprima  un suo “racconto”<Le meravigliose avventure di Dick>, al secolo suo padre, il partigiano della Banda “Camicia Rossa”: Dino, deceduto recentemente. Mi ha dato l’informazione che non solo i partigiani disarmati a Liberazione avvenuta, corsero in molti ad arruolarsi nel ricostituito Esercito Italiano e nei suoi Gruppi di Combattimento, “Cremona” e “Friuli”, ma furono contattati dai Comandi Alleati per costituire una unità di combattimento da aviotrasportare sullo scenario di guerra del Pacifico e del Giappone! Tra i quali anche suo padre. Dino ci pensò a lungo, era tentato di partire, poi prevalsero il buon senso e la voglia di godere della ritrovata libertà!

 

23 febbraio 2008,  le Foibe. Negli anni lontani non ne sapevo niente. Ero stato felice che Trieste fosse ritornata all’Italia. Io da Trieste ci sono soltanto passato, dall’autostrada, non ho visto la città. C’era vissuto Umberto Saba, il mio poeta prediletto, e ciò mi bastava per amarla, attraverso le sue poesie. Ho avuto un amicizia epistolare con un giovane geologo, M. P., un grande esperto di filatelia dell’Impero Asburgico e della Boemia, durata molti anni, e il rapporto s’era esteso anche a valutazioni storico-politiche, mi parlava della “tragedia” dei Confini Orientali, per me oggetto “misterioso”. La recente istituzione della “Giornata del Ricordo”, stabilita per D.L. al 9 febbraio, m’era suonata soltanto come una contrapposizione alla “Giornata della Memoria” della Shoah, mi lasciava indifferente, pensavo: ma quante “giornate della memoria” si potrebbero istituire? All’infinito! Si possono maneggiare come la trippa. Infine, quest’anno, sono stato coinvolto nella partecipazione ad una “celebrazione” in un Comune vicino al mio. Foibe e confini Orientali. Mi sono guardato l’unico libro che avevo in casa “Foibe” di Giovanni Oliva. Ho comprato l’Unità con l’allegato testo “Foibe” e sfogliato qualche Atlante storico. M’è ritornato in mente il signor Franz, un istriano, emigrato in Italia e residente in Toscana, perito da diversi anni insieme alla moglie in un tragico incidente stradale. L’avevo ascoltato parlare delle “Foibe” in un incontro all’Oratorio di Don Luigi, un prete sensibile ed intelligente, dove si discuteva liberamente di tutto. Franz era, naturalmente, anticomunista e raccontava eventi truci, delitti efferati, vendette frutto di odio secolare sulle terre dei confini orientali. Ho avuto la fortuna di venire in possesso di circa 400 fotocopie di documenti originali di tali eventi che egli custodiva. Se ne potrebbero ricavare racconti, poesie, biografie, sceneggiature. Ma oggi in molti lo stanno già facendo. Infine ecco che ieri m’arriva la rivista dell’ANPI “Patria Indipendente”…incentrata sulle “Foibe”! Ed ora? Sarò costretto ad avventurarmi sulle doline della memoria e nelle “foibe” delle coscienze addormentate. Vedremo.
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lunedì, 25 febbraio 2008

IX. MARIE DURAND

 

 

 Torre di Costanza. Stessa sala. Poche prigioniere.

 

 

Passi veloci si odono lungo la scala a chiocciola. La porta della sala si apre lasciando entrare, affannata, Marion, una prigioniera che accudisce alle faccende domestiche nell'alloggio del Major di Aigues-Mortes.

 

 

ESTHER (sollecita)   Marion che vi è successo?

 

VICTORIE (riprendendola)   Il Major vi ha maltrattata?

 

MARION   No, è che ho saputo una notizia gloriosa.

 

Dagli angoli tondi della sala le prigioniere accucciate, sconfiggendo la debolezza, circondano Marion.

 

MARION (con entusiasmo)   Ricordate la liberazione di Anne Soleyrol, lo scorso anno? La lasciarono andare perché il fratello aveva pagato la cauzione ed era gravemente malata. Ebbene, ho saputo che sta meglio ed anche se i dolori alle ossa non le permettono di camminare, riesce a sedere. Poi il Major mi ha detto che sicuramente saremo liberate, molti stanno lavorando per noi, soprattutto lui, commosso dalla nostra pazienza. Mentre stavo preparando la zuppa è arrivato un buon cattolico, quello di cui vi ho già parlato, non bigotto, un sincero credente che cerca Dio, e mi ha detto che in quest'anno 1762 libereranno trentotto forzati da Marsiglia. Prima o poi toccherà anche a noi, sorelle! che ne pensa Marie Durand?

 

VICTORIE   Marie Durand sta scrivendo al Pastore, credo abbia sentito tutto e glielo riferisca. In questo periodo è molto provata, dopo la morte di Isabeau, che era la sua seconda madre. Ora, di tutte le vecchie prigioniere, ha solo me...la liberazione si avvicina, ma non so se riusciremo a vivere ancora fino al suo arrivo.

 

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domenica, 24 febbraio 2008

ULISSE II

 

Sempre su quel pezzetto di sabbia. Si scendono quattro scaloni. La musica ti arriva alle spalle, quando non te l’aspetti, l’onda si quieta nella striscia del faro. Siamo fuori stagione. Ettore Socci, ossia la bronzea testa, sempre là, nel giardinetto spoglio. Sono contento che rimanga anche dopo la mia morte. Non lo saprà nessuno il perché. Certo non lo dirò proprio ora. Mi chino e rivolto un pezzo di carta sulla spiaggia. Me l’avvicino agli occhi miopi e la scruto. Una lettera? No. Illeggibile. Meglio avviarsi. Meglio. Ho le gambe indolenzite da questo inverno. Circolazione. Tutti questi buchi, e sassolini. Chi ce la farebbe a contarli? Non si sa mai quel che si trova. Bottiglia con dentro la storia di un tesoro gettata da una nave alla deriva? Pacco postale. I bambini vogliono sempre buttar roba in mare. Fiducia? Pane gettato sull’acqua se lo contendono uccelli bianchi. Che cos’è questo? Un pezzetto di legno. Rosso, stinto. Oh! m’ha proprio sfinito quella femmina. Non son più giovane. Mio zio s’addormentava tra due, diceva. Forse. Non son più giovane. Tornerà qui d’estate? Aspettarla per l’eternità da qualche parte. Devo tornare. Gli assassini lo fanno. E io? Qui la marea non sale, inutile, non sale. La luna è debole o, forse, l’acqua non basta? Anche l’onda sembra stenta. La camicia rossa, il pube verginale intatto. Vietato depilarsi, solo ai bordi, un poco. Quelli più lunghi, ribelli. Non son più giovane, e l’umidità salsa mi bagna. No, non è pianto. Davvero.

 

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sabato, 23 febbraio 2008

ULYSSE

 

Joyce James, scrittore irlandese (1882-1914). “Dopo aver scritto un piccolo libro di poesie, una raccolta di novelle e un saggio autobiografico, mise mano all’Ulisse “ardito romanzo psicologico in cui l’autore applicò una nuova tecnica narrativa”. Così stava scritto sulla Piccola Enciclopedia Mondatori (PEM) che mi regalarono nell’estate 1954.

Ierisera, mesto mesto, riportavo il libro non letto fino in fondo alla biblioteca comunale, m’è venuta voglia di aprirlo per la strada e leggere qua e là, alla poca luce e senza occhiali. Mi son pentito subito di restituirlo anche se da sei mesi non riuscivo a superare la duecentonovantatreesima pagina (con qualche capatina oltre la cinquecentesima)…uno degli ultimi tentativi dopo una serie di altri innumerevoli insuccessi…è senz’altro un libro meraviglioso, rigenerante, e tutto sommato sarà un bene non arrivare in fondo nemmeno questa volta, perché mi rimarrà sempre qualcosa da desiderare. Vien giù la rugiada. Non fa bene, cara mia, star seduti su quella pietra. Provoca perdite bianche. Mi potrei buscare le emorroidi anch’io. Avrei voluto essere la pietra su cui sedeva. Piccolo tesoruccio, non sai quant’eri carina. Cominciano a piacermi a quell’età. Mele acerbe. Afferrano tutto quel che capita sotto mano. Penso che è l’unico caso in cui noi incrociamo le gambe, stando a sedere. Anche la biblioteca oggi: quelle laureate. Beate le seggiole dove siedono. Ma è l’influsso della sera. Sentono tutte queste cose. Si aprono come fiori, conoscono le ore, girasoli, carciofi di Gerusalemme, nelle sale da ballo, lampadari, viali sotto i lampioni. Violacciocca nel giardino del Piazzone dove la baciai dietro l’orecchio. Vorrei avere un bel quadro a olio di lei a quel tempo, figura intera. Era anche estate quando le facevo la corte. L’anno ritorna. La storia si ripete. Picchi e montagne, ancor sono tra voi. Vita, amore, viaggio intorno al proprio piccolo mondo. E ora? Triste per lei, angosciata naturalmente, ma bisogna stare in guardia e non intenerirsi troppo. Ne approfittano quasi sempre.

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venerdì, 22 febbraio 2008

Il Piazzone

 

V.

 

 

Dal 1951 al 1958 anch’io ho abitato in una casa che si affacciava sul “Piazzone”. Una casa di legno, con un lungo terrazzo coperto, una specie di osservatorio privilegiato, e potrei dilungarmi in cento racconti, di ragazze, bambini, giochi, fiori, musica, intrighi, nebbie, neve e vento, e immensi cieli bui e stellati, perché io il “Piazzone”, proprio l’amavo! Se poco prima di morire riuscirò, o sarò costretto, a fare un bilancio complessivo della mia vita, di fronte all’estrema solitudine di quei momenti conclusivi, così come ebbe a fare il principe don Fabrizio di Salina, credo che dei pochi giorni veramente significativi che salverei da quello che non solo sarà il personale naufragio dell’esistenza terrena, ma la sorte dell’incessante ciclo delle nascite e morti degli esseri viventi, ci sarebbero alcune “dissolvenze”con al centro il “Piazzone”! Sulla panchina di graniglia chiara di fronte alla vasca, in una pausa di una partita al gioco del “filetto”, provai l’emozione del primo tremulo bacio; e in notti profonde e stellate, tiepide di un’estate che pareva infinita, ci giurammo eterno amore con una ragazza dall’ampio seno, venuta dalla campagna “a servizio” in una famiglia facoltosa, e che offrendomi con delicata brama il “frutto del bene e del male” mi aprì gli occhi alla purezza del sesso, rendendomi uomo, anzi, Dio,  perché con lei mi sentivo padrone dell’universo e della sua infinita bellezza. E ci sarebbero da rievocare i bagliori di un tardivo incontro, una storia cominciata in un pomeriggio soleggiato d’estate dell’anno****.  Là, nel “Piazzone”, s’incrociarono, casualmente, gli sguardi di una ragazza e di un uomo. Scattò una piccola scintilla di simpatia, di reciproca attrazione che generò una “storia romantica” il cui bagliore incendiò il cielo, prima di dissolversi velocemente nel firmamento punteggiato di stelle algide, che da tempi immemorabili mandano il raggio di un fuoco spento, a noi, infelici mortali, che saremmo paghi di possedere soltanto una favilla di quell’amor che muore, invece, poco a poco.

 

 

 

 

 

 

 

 

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venerdì, 22 febbraio 2008

Il Piazzone 

IV.

Del resto risale agli anni ’20 del XIX° secolo, l’usanza delle “scampanate”. Essa si perde però nei tempi remoti tanto è vero che negli Statuti comunali del 1525, alla rubrica 98, si legge: <Pena a chi fa scampanate. Veduto la disonesta molestia, che si dà a qualunque vedovo, o vedova che viene a marito, sì da scampanargli tutta notte all’uscio, sì ancora nelle parole disoneste che si usano…” e tale uso era ancora invalso nel XVIII secolo.

Si racconta che un certo Ettore Burchianti, detto “Cento”, avesse l’abitudine di organizzare scherzi di cattivo gusto. Quando per il paese circolava la voce che un uomo o una donna facevano “le corna” ai rispettivi consorti, cioè che avevano un amante, “Cento”, in nome delle antiche consuetudini paesane prendeva un grosso “campano” da bestie vaccine ed un corno di bue e passava per il Borgo radunando i ragazzi ed i giovanottelli: si affacciava alla Postavecchia suonando il suo corno. Quello era il segnale: “Stasera scampanata!” Allora i monelli andavano al Fossato dov’era una discarica delle immondizie, a cercare lamiere rugginose, barattoli di latta, e batacchi di castagno e nel tardo pomeriggio si ritrovavano al “Piazzone” per dar inizio al divertimento.

Dal “Piazzone”, “Cento” in testa con il suo campanaccio, muoveva il rumoroso e sgangherato corteo per raggiungere la casa della vittima prescelta. E suonando a più non posso stavano a lungo sotto le finestre e poi ripetevano “la scampanata” per giorni e giorni sollazzandosi a questo scherzo triviale e crudele. Tra le persone prese di mira c’era, in particolare, un certo F., abbonato a due o tre “scampanate” al mese, come minimo! Ma quando fu fatta al dottor L. (trovò la moglie a letto con l’ingegner T.), vi prese parte tutto il paese: patapum! patapum! Ogni giorno si ripeteva “la scampanata”. La moglie era una bella donna di Lustignano ed il dottore, innamoratissimo, dopo qualche giorno di squalifica se la riprese. Finalmente a far concludere mesi e mesi di “scampanate” e di indegna gazzarra ci pensarono i Reali Carabinieri (anche perché era stato bersagliato un personaggio assai in vista, un dirigente del fascio locale) e “Cento” fu richiamato in picchetto buscandosi la meritata ramanzina e l’ammonimento solenne a porre fine, se non voleva passar qualche nottata “al fresco” in gattabuia, alle “scampanate”. Fu una medicina santa! E da allora l’antica usanza non è stata più resuscitata se non in anni recenti, nell’uso di scrivere una sorta di ballata di fine anno, nella quale si inserivano gli episodi più curiosi e boccacceschi  accaduti nell’anno decorso a Castelnuovo.

Il “Piazzone” era un unicum, un luogo mitico e tutto quello che lo circondava e quello che vi accadeva mi appare, nel ricordo, circondato da magia. Una magia in parte rimasta, perché è sulle panchine dei viali sotto i platani ed i tigli e sul muretto prospiciente il Circolo Acli, che s’incontrano ancora i giovanissimi del paese.

                                                                                              (continua)
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