lunedì, 31 marzo 2008

MARIE DURAND XIV.

 

Salotto di una casa borghese nella città di Nimes. Dalla finestra aperta entrano nella stanza le note e il canto dell'inno dei rivoluzionari, si odono clamori, evviva, calpestio di cavalli e rullar di tamburi. Antoinette Goutèt si avvicina ad una cassapanca, l'apre e ne estrae il plico che Marie Durand le aveva consegnato in punto di morte.

 

ANTOINETTE (parlando tra se e se)   Cara Marie, mi perdonerete se non l'ho fatto prima? La tristezza della vostra morte, e quella di Victorie, mia madre, gli impegni familiari, il trasloco in città mi hanno distratto finora...e sempre mi ripetevo L'aprirò quando sarò tranquilla, così, in un soffio, son passati tredici anni...

 

Con cautela Antoinette stacca il labbro superiore della busta. Ne esce un lungo foglio con la chiara calligrafia di Marie Durand.

 

ANTOINETTE   sono le donne della Torre di Costanza! (Antoinette inizia a leggere ad alta voce, il cuore le batte forte, la voce è turbata)...Clarisse, detta La Frizole, 41 anni di reclusione, Gaussent Anne 40 anni, Saliège Anne 39 anni, Durand Marie 38 anni, Isabeau, 33 anni, Boulet Victorie 31 anni, Vey Marie, 31 anni, Roux Marie, 23 anni...(si ferma, fa una pausa. Scorre in silenzio la lunga lista, poi prosegue il suo monologo)...quanti nomi di donne, ottantaquattro, e tra esse anch'io ricordo con terrore quello di mia madre e la mia infanzia spezzata, l'amara separazione...quante sofferenze per il trionfo della Libertà di coscienza e della Verità!

 

Antoinette estrae dalla busta il secondo foglio, piccolo e ingiallito, lo apre scoprendo una frase a grandi caratteri che legge con voce forte e chiara:

 

ALLEZ A' LA TOUR DE COSTANCE. SOUVENEZ-VOUS, TOUJOUR

 

(ANDATE ALLA TORRE DI COSTANZA. RICORDATEVI, SEMPRE)

 

Dalla finestra aperta entrano nella stanza che s'illumina di calda luce le note gioiose dell'inno della Rivoluzione Francese.

 

 FONTI

  

AA.VV., Lettres de Marie Durand (1711-1776), Prisonnière à la Tour de Costance de 1730 à 1768, Les Presses du Languedoc, 1998.

 

Paul Astruc, La révolte des camisards, Presses du Languedoc/Loubatières 1702-1710, 1984.

 

Calendario del Popolo (Il),  La notte di San Bartolomeo, a. II, 1946, n. 23, p. 3, Roma.

 

Enrico Lantelme, I canti delle valli valdesi, Identità e memoria di un popolo alpino, Claudiana, Torino, 1989.

 

Henry Mouysset, Les premiers camisards, jullet 1702, Les Presses du Languedoc, 2002.

 

Bruna Peyrot, Prigioniere della Torre, Dall’assolutismo alla tolleranza nel Settecento francese, Giunti, Firenze, 1997.

 

 

RINGRAZIAMENTI E NOTE

 

  Della “notte di San Bartolomeo” e della strage degli Ugonotti avevo letto, bambino, sulla rivista ideologico-culturalpopolare del Partito Comunista Italiano “Il Calendario del Popolo”. Il fatto mi impressionò molto, ma per un tempo lunghissimo esso è rimasto sepolto nella memoria. Una gita nel sud della Francia, agli inizi degli anni ’80, mi portò inconsciamente sui luoghi di quell’evento: Albi, Nimes, Le Cèvennes...e, finalmente, dopo, c’è stato l’incontro con il libro di Bruna Peyrot, una studiosa di storia sociale che lavora da anni sull’identità e la memoria nelle culture alpine, in particolare quella valdese, libro che ha risvegliato le antiche emozioni. E’ sull’ordito del suo libro (al quale ho attinto a piene mani), che ho costruito questo testo. Trattandosi di un lavoro letterario e non storico e scientifico, mi considero tuttavia l’esclusivo responsabile. Esso fa parte di un progetto di scrittura sulla violenza e sulla sopraffazione, specialmente contro le donne: Dina Ferri, Norma Parenti, Marie Durand, Gigliola Finzi, Teresa Gini Moriani, sono i modelli che ho scelto e sui quali è centrato il mio lavoro. Recentemente, l’incontro con un gentile signore francese, il professor Bernard Vanel, anima e motore infaticabile del gemellaggio tra le città di Volterra e Mende (Lòziere), mi ha aperto nuovi spazi emozionali e di studio. Egli mi ha procurato testi importantissimi sui quali ho verificato l’attendibilità storica della mia ricerca, ed inoltre mi ha fatto sfiorare, ancora una volta, l’ambito geografico nel quale essa si colloca: la Torre di Costanza ad Aigues-Mortes, là dove Marie Durand, la celebre prigioniera, decise di resistere al potere assolutista non abiurando la propria Fede, una “resistenza” che l’innalza al rango di leggendaria eroina della lotta per la libertà di coscienza di ogni essere umano. Un grazie, infine, ai lettori della bozza finale, Barbara, Bernard, Grazia, Lorella, che con le loro osservazioni e correzioni hanno contribuito ad emendare il testo di errori e lacune; a Paolo Sales della Comunità Cristiana di Base, Associazione “Viottoli”, per l’autorizzazione ad utilizzare materiale disponibile in internet; ad Angelo Merletti che ha consentito l’utilizzazione di un suo articolo per l’introduzione al libro; a tutti gli studiosi che non ho potuto contattare e che in vario modo e misura hanno contribuito a realizzare compiutamente un’idea nata da una emozione. 

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giovedì, 27 marzo 2008

1958 – 2008: 50° anniversario dello sbarco a Calamartina.

 

Come si comprende a primo acchito, non si tratta di una impresa garibaldina. Ci salpò anche l’Eroe dei due Mondi, dopo una perigliosa fuga attraverso gli Stati Pontifici e la Toscana, guidato da alcuni patrioti maremmani, nel 1858. E si può affermare che proprio da quella data ebbe inizio la fase conclusiva e vittoriosa  del Risorgimento fino a sfociare nell’Unità d’Italia. Io ci sbarcai non inseguito da nessuno, se non dalle mie insicurezze e dalle mie primigenie ansie; su quegli scogli neri scoccò la scintilla di un amore, intenso e breve. Credevo d’aver dimenticato. Per fortuna non è stato così. Sollecitato alla Resistenza contro la smemoratezza dal grande maestro Norberto Bobbio, e dalle sue meravigliose parole in <De senectute e altri scritti autobiografici>, ho ritrovato l’impulso a riandare “alla ricerca del tempo perduto”, perché “…il tempo del vecchio è il passato…è il mondo meraviglioso della memoria, fonte inesauribile di riflessioni su noi stessi, sull’universo in cui siamo vissuti, sulle persone e gli eventi…meraviglioso, questo mondo, per la quantità e la varietà insospettabile e incalcolabile delle cose che ci sono dentro: immagini di volti scomparsi da tempo, di luoghi visitati in anni lontani e non mai più riveduti, personaggi di romanzi letti quando eravamo adolescenti, frammenti di poesie imparate a memoria a scuola e mai più dimenticati…bisogna affrettarsi. Il vecchio vive di ricordi e per i ricordi, ma la sua memoria si affievolisce di giorno in giorno. Il tempo della memoria procede all’inverso di quello reale: tanto più vivi i ricordi che affiorano nella reminiscenza quanto più lontani gli eventi. Ma sai anche che ciò che è rimasto, o sei riuscito a scavare in quel pozzo senza fondo, non è che una infinitesima parte della storia della tua vita. Non arrestarti. Non tralasciare di continuare a scavare. Ogni volto, ogni gesto, ogni parola, ogni più lontano canto, ritrovati, che sembravano perduti per sempre, ti aiutano a sopravvivere.” Dunque alle commemorazioni di un cinquantenario ne aggiungo una, piccolissima in se, immensa per me, fortunosamente risvegliata dal ritrovamento di due fotografie sbiadite di quello sbarco a Calamartina, nel fatidico anno 1958.

 

In primavera di quell’anno mia nonna si ammalò gravemente per un ictus che la paralizzo quasi del tutto. Ma aveva una grande forza di volontà, due uomini da mandare avanti, due panierine da preparare ogni giorno: nonostante i suoi 74 anni di età non si arrese. Dopo alcuni mesi di ricovero in neurologia all'Ospedale di Siena ritornò a casa avendo riacquistato una parziale padronanza degli arti. Non poteva pettinarsi da sola e nemmeno camminare spedita o fare degli sforzi violenti, ma in casa riprese a "strisciare", a cucinare a rammendare. In seguito a questa malattia le prendemmo una domestica e cambiammo casa: quella di Raspino era troppo fredda, in inverno si congelava addirittura il vapor acqueo sulle pareti di camera e il ghiaccio brillava nella notte come se le mura fossero coperte da un sottile strato di diamanti!

 

            Così si ritornò nel vicolo del Serrappuccio, nella casa dove ero nato: soleggiata e tranquilla, con un buon vicinato dove trovammo sempre le domestiche giuste, Lenzina, Solidea, Ersilia. Da questo momento la nonna, benché mantenesse il suo buon umore e continuasse di tanto in tanto a cucinarci i suoi mitici maccheroni, le zucche trippate, il tonno nel tegame con le cipolle, non uscì più di casa, leggeva il giornale, gli piaceva la cronaca nera, stava sul pianerottolo a chiacchierare, alla finestra a guardare il passeggio nel corso principale del paese e soprattutto si dedicava ancora, per quanto le fosse possibile, a me e mio padre portandoci sempre, ogni domenica, la colazione a letto insieme al giornale “L’Unità”! E' anche l'anno nel quale, per la prima volta, potei godere di una vacanza, pur lavorando come manovale ad una Cooperativa edile, con un modestissimo salario. Due settimane di ferie a Follonica, al mare, e mi pareva di essere andato in America!

      A Follonica incontrai Luana, di un anno più grande di me, bella ragazza dagli occhi vellutati e dai corti capelli, torinese, moderna e romantica, colta e facoltosa, che mi amò intensamente e forse mi avrebbe amato per tutta la vita (e chi sa se non mi ami ancora?) e che riuscii ad amareggiare con la mia insicurezza e il mio "tradimento". Si, tradimento, ai sentimenti. E ne provo ancora oggi dolore e vergogna. Ma avevo solo vent'anni.

Boris Pasternak ebbe il Premio Nobel per la letteratura, in quell’anno, e nella DDR il “Berliner Ensemble” mise in scena i lavori di Bertolt Brecht, due poeti che amavo. Ad infiammare l’anima “politica” ci pensavano i “guerriglieri” di Fidel Castro e di Che Guevara ed anche la “rivoluzione ininterrotta” dei comunisti cinesi che conoscevo dai lavori di Myrdal e Snow e dalle lettere dalla Cina della giornalista Anne Louise Strong. In quell’anno scrissi 42 poesie anch’io. Ero ispirato. Oggi pubblico quelle due foto, che mi aiutano a sopravvivere. Nella prima, accucciato a destra, ci sono io (manca Luana che scatta la foto!). Nella seconda. In piedi, a sinistra, Luana (manca Carlo, che scatta la foto!).

 

 

 

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lunedì, 24 marzo 2008

Gargantua e Pantagruele.

Libro V, Capitolo VIII.

Come ci fu mostrato Pappagallo, con gran difficoltà.

 

“…il terzo giorno continuò in cento festini e banchetti come i due precedenti. Nel qual giorno Pantagruele chiedeva insistentemente di vedere Pappagallo; ma Editus rispose che non si lasciava veder facilmente.

-         Come? – disse Pantagruele. – Non avrà mica l’elmetto di Plutone in testa, o l’anello di Gigie nella zampina, o un camaleonte in seno, per rendersi invisibile alla gente?

-         No, - rispose Editus. - Ma è per natura un po’ difficile a lasciarsi vedere. Provvederò tuttavia affinché possiate vederlo, se appena è possibile.

Dette queste parole ci lasciò sul posto a far andare le mascelle un quarto d’ora. Tornato ci disse che Pappagallo era visibile in quell’ora, e ci condusse di soppiatto e in silenzio dritto nella gabbia dove egli stava accovacciato in compagnia di due piccoli Cardingalli e di sei grassi Vescogalli.

Panurge diligentemente considerò la sua forma, i suoi gesti e contegno. Poi esclamò:

-         O bestia del mal anno! Che brutta cresta!

-          Parlate piano, - disse Editus, - per amor di Dio! Perché ha le orecchie anche lui!

-          Però, che razza di cresta! – disse Panurge.

-          Se vi sente una volta sola bestemmiare così, voi siete perduti, buona gente. Vedete là nella sua gabbia quel bacile? Di là sortiranno fulmini, saette, diavoli e tempeste, per cui voi sarete in un momento sprofondati cento piedi sotterra.

-         No, - disse fra’ Giovanni, - meglio bere e banchettare

Panurge restava in veemente contemplazione di quel Pappagallo e della sua compagnia. Quando scorse più in basso una civetta, e allora esclamò:

-         Poter di Dio, ma qui siamo accivettati, presi alla rete, gabbati! Qui c’è truffa e inganno, reti e richiami, vi dico. Guardate quella civetta! Perdio, siamo bell’e fritti!

-         Parlate piano, - disse Editus. - Per Dio, non è mica una civetta, è il funzionario che ha cura del chevet, il capezzale della Chiesa, cioè il tesoriere!

-         Bene, - disse Pantagruele, - ma fateci cantare un po’ il Pappagallo, affinché possiamo sentir la sua musica.

-         Non canta, - rispose Editus, -  se non nei suoi giorni, e non mangia che alle sue ore.

-         Tutto il contrario di me, - disse Panurge. – Per me tutte le ore sono buone. Andiamo a bere un gotto.

Adesso si, - disse Editus, - che parlate corretto. Finché parlerete così non sarete mai eretico. Andiamo, ci stò anch’io.
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domenica, 23 marzo 2008

PASSAH/PASQUA

 

Il nome deriva probabilmente da una originaria danza cultuale ebraica <Pasach=zoppicare, parola che però ha anche il significato di “risparmiare” gli ebrei>. Era la festa israelita dell’offerta dei primi animali nati; antichissima festa di pastori, essa risale al periodo premosaico e in origine era connessa  ad un dio lunare, perché dal crescere  della luna ci si riprometteva un’influenza per il moltiplicarsi delle greggi: così la si celebrava nelle notti di plenilunio dei mesi di primavera (Abib o Nisan). Il suo riferimento all’esodo degli ebrei dall’Egitto deve essere ricondotto  quindi a delle feste che in origine avevano tutto un altro significato. Peraltro riporta al significato originario il fatto che Jehova tolse agli Egiziani tutti i primogeniti umani perché essi avevano tentato di impedire, in una festa, che gli Israeliti gli offrissero i primi animali nati. Nel rito della Passah, oltre a celebrare il pasto sacrificale e altre cerimonie,  si aspergeva lo stipite della porta col sangue dell’animale sacrificato per proteggere la casa da ogni male. La Passah era una festa delle singole famiglie; solo il Deuteronomio, conformemente alla sua tendenza a centralizzare a Gerusalemme tutto il culto, trasferì nel tempio il sacrificio; ma alla fine il pasto della Pessah tornò alle famiglie, e insieme alla festa del pane azzimo, divenne quella delle primizie dei campi. Il cristianesimo, già con Paolo, ha visto Gesù nell’agnello sacrificale nella Pessah. Matteo e Marco gli fanno celebrare come una Pessah l’ultima cena. Tra varie controversie sul cadere della sua data – i cristiani dell’Asia Minore erano detti per scherno Quartodecimani perché non si volevano scostare dal 14 Nisan -,  il carattere di festività della Pessah passò alla Pasqua. In origine i cristiani celebravano ogni domenica la resurrezione del Cristo. La festa annuale della Pasqua, preceduta da un periodo di digiuno, sorse nel tardo II secolo, dapprima in base al calcolo ebraico della data della Pessah. Fin nel IV secolo il calcolo astronomico esatto della data della Pasqua incontrò notevoli difficoltà. Le lettere della Pasqua promulgate specialmente dai patriarchi di Alessandria per indicare il periodo della festa, sono importanti per la storia della Chiesa, per le questioni ecclesiastiche e dogmatiche in esse trattate.

 

Oggi, Pasqua, nevica! Si conferma il proverbio degli antichi <Pasqua di Ceppo al sole, Pasqua d’Ovo al tizzone!>, si, perché il giorno di Natale splendeva il sole e la temperatura era mite.

 

L’angoscia di vivere.

 

Di coloro che mi videro felice

non c’è rimasto

che qualche vecchio.

Vorrei potergli chiedere

un ricordo, prima di morire,
del tutto inutile a lenire

la pena di vivere.

No, non dai muti testimoni

di giorni già presaghi

d’un futuro dolore,

cerco parole e sorrisi,

 falsi, consolatori.

Ma da te, oh! mio dolce amore

mia troppo ardita passione,

occhi d’oriente,

ammaliatrici sguardi,

frammento dell’universale

bellezza, e quel profumo

che mi dilatò le narici,

il caldo bacio giovanile,

per sentirmi vivo.

 

Riflessione sulla vanità delle cose

 

Da Est verso Ovest ha corso l’Orsa,

e Cassiopea dominava nella notte il cielo.

Teneramente l’alba si annunciava.

Un piccolo arbusto fiorito m’ha commosso,

insensibile alle vicende degli uomini.

L’ho percosso col mio bastone,

per punirlo. Avevo vegliato la morte.

Fluttuava la mia anima

nell’assurdità della vita, sospesa.
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venerdì, 21 marzo 2008

Entra la Primavera in terra!

 

Ho ricevuto in dono due libri e due CD. Sono contento. Mi è arrivato anche l’estratto rilegato di un mio lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista dell’Accademia dei Sepolti (Volterra) < In questi fummacchi risiede un grandissimo tesoro…Dalla scoperta dell’acido borico nei lagoni toscani alle soglie del terzo millennio. Cronologia, 1702 – 2004>. I libri sono: <Poeti israeliani>, Einaudi, 2007; <Antologia Poética> di Miguel Hernandez, 2007. I CD: <Joan Manuel Serrat, Dedicado a Antonio Machado poeta>; <Joan Manuel Serrat, Miguel Hernandez>. Bellissimi! Ed anche lettere tenere, affettuose. Ad una ho risposto, concludendo così: “...Oh! la bellissima descrizione dell’arancio fiorito davanti alla tua casa e dei fiori notturni del <galàn de noche”, che inebriano l’aria, è stupenda! Anch'io mi soffermo in queste sere di cielo sereno e di luna, a guardare gli alberi in fiore negli orti e nei piccoli giardini di *****. Mi ritornano alla memoria giorni lontani e, certamente, se non più felici, più ignari del futuro, più speranzosi dell'oggi. Capisco bene che non sono le cose ad essere diverse, loro fiorivano e fioriscono allo stesso modo, ma sono io ad essere cambiato, non possedendo più la forza vitale della giovinezza. Ora posso solo sognare ed al far del giorno dimenticare. E' la sorte dei vecchi, dei non ancora troppo vecchi! Mi fa anche piacere sapere che, grazie alle onde elettromagnetiche ed ai sistemi di relazione anaffettivi della scienza telematica, qua e là nel Mondo, ci sono ancora persone giovani e belle che irradiano verso me l'affetto del loro pensiero e del loro sorriso. Ormai ti annovero tra loro. Intanto godiamo questa tenera amicizia”.

A tutti i miei più o meno sconosciti amici e lettori, un affettuoso saluto e augurio di buona salute, creatività e, se possibile, felicità!

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giovedì, 20 marzo 2008

SERENARI  ENY[1]

(22.5.1917 – 18.3.2008)

 

 

Da Giuseppe Serenari (nato il 6 ottobre 1891) e da Emilia Bilei (nata nel novembre 1892),nasce a Belle Vernon,(USA),in Pennsilavnia, il 22 maggio 1917, secondogenita di una famigliola delle centinaia di emigranti castelnuovini, Eny. Lery,la sorella aveva ormai tre anni ed anch'essa era nata negli Stati Uniti. Come tanti altri paesani Giuseppe ed Emilia avevano affrontato il terribile viaggio in bastimento per cercare una risposta alla loro miseria:

 

Cara mamma voglio partire

nell'America voglio andar,

sono stanco di soffrire

là mi voglio consolar.

...

Mamma mia dammi cento lire

perchè nell'America voglio andar,

"Cento lire te li dò

ma nell'America no, no, no."

 

Ma ascoltiamo il racconto di questa storia, proprio da Eny: "…Noi, di casa si stava in borgo, sopra la chiesa, anzi a parete con essa. Fino a che non è morto il mio nonno, Giuseppe Bilei, quella casa apparteneva alla nonna materna, Elettra Frasconi, che l'aveva portata in dote. Allora tutti si abitava nel borgo e il paese finiva con la casa di Ginulfo al Piazzone e con quella di Meo, il carraio, a San Rocco. Dove ora ci sono le case del Meucci ci si andava a vedere il circo " La Carla" e i saltimbanchi...e poi intorno c'erano tutti campi. Le due porte del borgo erano aperte, ma con i muri solidi e gli archi; fuori della porta Fiorentina c'era l'unica fonte con l'abbeveratoio e il lavatoio. L'altra fonte, quella monumentale, era in castello con un altro lavatoio; la buttarono giù gli americani nella guerra perchè non ci passavano con i carri armati. Quando morì il nonno si cambiò casa andando ad abitare nella piazzetta del Masselli. Io e Lery (la sorella più grande), i miei genitori e la nonna e poi Gemma, la sorella più piccola che è nata nel 1923.

E come la nostra famiglia erano quasi tutte le altre, coi nonni in casa, un po' di terra da lavorare e chi era più fortunato un lavoro alla Boracifera, ma anche con più di tre figli! La casa aveva due camere, di cui una buia, un salotto e una cucina. L'ingresso della cucina dava direttamente sulla via e non c'erano servizi igienici (allora nessuno li aveva in casa). Nella camera buia, su due letti da una piazza e mezzo ci si dormiva noi tre sorelle con la nonna Elettra e i genitori dormivano in quell'altra. Poi la nonna si ammalò e allora si trasferì nella camera dei genitori, dove morì, nel 1938 . I "nostri bisogni" si facevano nel vaso che veniva vuotato in dei "bigoncioli" o “barlette” poi portate col ciuco alla vigna oppure immesse nel fossato. Poi, verso il 1935, si ricavò un piccolo stanzino con la buca - il nostro bagno! - che andava a finire nel pozzo nero in cantina. Al piano seminterrato c'erano le stalle, per il ciuco e per i gabbioni dei conigli e anche per tenerci il vino della nostra vigna, la legna e le foglie secche di castagno che avevamo raccolto e servivano ad impattare il maiale nel castro al di là del fossato...la paglia costava troppo cara. Ai Lagoni di Sant' Antonio c'era un orto e vi tenevamo qualche pollo. Il mobilio della cucina consisteva nella madia, l'attaccarami, il focarile e due fornelli a carbone per cucinare. La lastra per stirare si metteva a scaldare sul focarile e qualche volta ci si metteva anche il pentolo coi fagioli. La polenta si faceva nel paiolo che si attaccava alla catena del camino. In casa c'era anche una botola che serviva per gettare di sotto, in una specie di sugaia, la spazzatura e i rifiuti. L'inverno veniva brutto, sempre con tanta neve e si empiva la "ghiaccera" a San Rocco e per scendere nelle vie del borgo ci si faceva le ciabattine di cencio per non cadere sul ghiaccio. Quando nel 1938, l'otto di dicembre, sposò la mia Lery, c'era un metro di neve! E nel 1942, quando morì il mio babbo, il 17 di febbraio, nevicò anche il 20 di ottobre. Si metteva il fuoco a letto e si teneva un braciere e caldani: la brace e la carbonella si facevano da noi e il carbone si comprava da Ciro di Naso. Se poi qualcuno era ammalato o aveva il "mal di pancia", si scaldava un testo e si avvolgeva in un panno di lana prima di metterlo nel letto. Nell'inverno nel tempo di Natale si andava a veglia nelle case di parenti o famiglie di amici e si giocava a tombola e noi bimbi all'anello, alle befane e a fare i ditali di farina dolce sul focarile, e qualche volta anche il croccante con zucchero e mandorle che ci dava Annita Frasconi, che nella vigna ne aveva tante. D'estate veniva caldo: il bagno si faceva in una tinozza grande. Non si viveva male in questo periodo, dopo il ritorno dall'America, almeno non peggio delle altre famiglie, anche se eravamo tre femmine. Prima di andare in America il mio babbo lavorava come bracciante in campagna, allora non aveva ancora la terra che la portò in dote Emilia, campi con vigna al di là del Pavone, verso le Casettine, sopra il Cantini.

Nel 1941 avvenne la divisione dei beni tra i due fratelli Serenari, mio padre e Raffaello, e noi si prese la vigna, Raffaello la casa. Ma appena sposato, nel 1912, partì per l'America. Avevano 20 e 22 anni, il babbo fece il minatore nelle miniere di carbone fino al 1921 insieme con tanti altri castelnuovini. Mio padre partì per l'America perchè c'era già sua sorella Speranza e suo cognato, Panicucci Panicuccio, detto "Giombè". Prima abitavano insieme, poi si divisero. La sorella, cioè mia zia, morì all'età di 33 anni, lasciando tre figli, Pierino, Ismo e Giorgio. A Castelnuovo si ammalò gravemente il babbo del mio babbo, Pietro, e noi si riornò in Italia per rivederlo. Si pensava di ripartire ma ci fu una novità perchè il babbo fu preso a lavorare alla Boracifera, ai filtri dell'acido borico a Larderello. Faceva i turni e andava a piedi, poi nel tempo libero andava a lavorare le nostre terre sopra il Pavone. Noi col fascismo non abbiamo avuto problemi. Non si aveva alcuna idea politica ed eravamo molto religiosi. Una volta i fascisti presero mio padre, ma cercavano un'altro Serenari e lo rilasciarono subito. Quando tornò dall'America aveva perso il diritto al voto, così non si votava nessuno perchè le donne allora non votavano. Per andare alle terre ci voleva un'ora e una per tornare. Molti borghigiani avevano le terre, più o meno vicine al paese. Qualche volta si andava anche noi bimbe, per la via del Brotino, la madonna al Piano e il fiume si passava al Collonzolo; solo se c'era la piena si passava col ciuco sul ponte lungo, al Defizio...le nostre terre erano un vero giardino, con tanti frutti, viti e anche un po' di grano e granturco che si macinavano al mulino e il vino bastava a due famiglie. Ci nasceva l’uva spina gialla e rossa! Però non avevamo i castagni e si raccattavano quelli del mio zio Raffaello, all'Acquaio e anche quelli di Brillante, al Giardino. Mia sorella Lery lavorava di sarta e tanta gente di campagna la pagava con prodotti alimentari; le legna si facevano nel castagneto e anche lungo il Pavone, che dopo le piene portava tanti tronchi e rami. Si andava col ciuco a fare le fascine, le schiappe, i ciocchi, perchè allora era libera la raccolta della legna e non si pagava il legnatico, bastava solo non fare danni al bosco, e non ci sembrava fatica, ma un divertimento!

Il pane si preparava in casa e si andava a cuocere a uno dei numerosi forni del borgo, noi si cuoceva a quello di Celide, ai muriccioli, che apparteneva al Cercignani, e prima si ripuliva e si scaldava. La nostra alimentazione era fatta di pane, verdure e maiale. Il passeggio era andare alla fonte perchè c'era sempre un gran via vai di persone e mi ricordo che una volta, sul ghiacciato, scivolai  per salvare le brocche di rame, poi le brocche si dettero alla Patria con le nostre fedi d'oro...Si, c'erano pochi divertimenti: la Filarmonica, il ballo, le processioni in borgo, qualche operetta fatta da attori paesani, Eda Benincasa, Ezio Fabbri e altri; si festeggiava in borgo Pasqua di Rose, anche con giochi al casalino e per le strade si mettevano i petali dei fiori; poi, a gruppi di amiche, si andava per la strada dei Lagoni, a spasso coi nostri fidanzati e così si faceva anche dopo le funzioni religiose tenute a sera nel mese di maggio, nella chiesa di castello. La chiesa del borgo era meno importante, però ci si festeggiava la "Candelora" e poi era la sede della Misericordia. Quando c'erano le processioni tutti gli uomini della Misericordia uscivano incappucciati e con gli stendardi e i lampioni. Quando aprirono l'Asilo, nel 1927, io ci andavo a imparare il ricamo e dopo lo insegnavo ai bimbi più piccini. Allora c'era suor Leonora, nata nel 1902  e che adesso è ancora viva e si trova all'asilo di Lustignano. Ci sono andata per molti anni e c'erano quattro o cinque suore. Le fiere erano tra le feste più attese, specialmente quella di novembre, la più ricca perchè erano state vendute le castagne! si faceva al Piazzone e noi ci si divertiva a veder arrivare anche da Fosini la gente delle campagne con tutte le bestie, cavalli, ciuchi, bovi infiocchettati, tutto un via vai di persone, capre, il cantastorie che cantava del Musi e dei Franchi, e anche dopo cena si poteva uscire, accompagnate da qualche familiare o persona più anziana. Una volta all'anno si andava alla fiera della Perla e anche, a piedi, alla Madonna della Casa a San Dalmazio, passando da Lama, Quercetonda, Mitigliano attraverso i boschi e le grotte e ci si fermava a far colazione e a San Dalmazio si faceva sosta per comprare le cartoline, ma prima di entrare in paese ci si metteva tutte a cantare. Allora visitai Lanciaia e la torre di Sillano. Di gite più lunghe ho fatto, col barroccio della Tradotta o con quello di Romolino, quella per la festa della Madonna del Frassine. Invece la festa della Madonna a Castelnuovo era al Piano. Ci si andava a piedi per la via del Brotino, tante persone, e si faceva merenda. Gli uomini invece andavano alle "Società" dove giocavano a carte e a bigliardo e bevevano il vino. Ce n'era una anche in via Nuova del Borgo, dove poi tornò la Bicchierona, anche il Nero c'è stato tanto. Un'altra società era al Caratello. In paese, al bar di Ersilia "la stagnina", vendevano anche il gelato e così da Luisa, la mamma di Sorge Groppi, il barbiere. Dolci e gelato li vendeva anche "Silla", che era stato in Sicilia e li sapeva fare. In paese c'erano tanti ubriachi! Mio padre è morto nel 1942 e io avevo già sposato Enzo, nel 1939, ed ero tornata su per la Chioca. Lery aveva sposato l'anno prima ed era tornata con Vairo alle Piagge. Mia mamma rimase in casa con Gemma e cominciò ad andare "a opre" in campagna, a  levare le pietre dai campi, fare i bucati e altri lavori pesanti. Poi Gemma venne presa alla Cooperativa di consumo come commessa e la situazione economica migliorò".

 

 

Eni aggiunge i proverbi e le filastrocche che aveva sentito ripetere tante volte dalle persone più anziane:

 

 

 

Santa Lucia il giorno più corto che ci sia!

Santa Lucia al freddo apre la via!

 

 

L’Epifania tutte le feste le porta via,

San Benedetto ne porta un sacchetto,

L’ Annunziata ne porta una grembiata!

 

Calendario di dicembre:

 

Il qauattro è Santa Barbara beata;

il sei San Niccolò che vien per via;

l’otto la concezione di Maria;

il dodici convien che digiuniamo;

il tredici ne abbiam Santa Lucia;

il ventuno San Tommè, la Chiesa canta,

il venticinque abbiam la Pasqua Santa.

Chi vuol sapere il resto:

l’ultimo viene San Silvestro.

 

Pasqua di Ceppo al sole,

Pasqua d’ovo al tizzone!

 

Per San Tommè il giorno allunga di quanto il gallo alza il piè!

 

Se piove il terzo aprilante

Quaranta giorni durante;

ma se il sette non acconsente,

non è vero niente.

 

La bella donna che perse la rocca

Tutto il lunedì la va cercando

Il martedì la trova tutta rotta

Il mercoledì la viene rattopando

Il giovedì la pettina la stoppa

Il venerdi la va racconocchiando

Il sabato col gatto i trastulla

Passa la settimana e non fa nulla

 

Lunedì ahi! ahi!

Martedì non filai

Mercoledì persi la rocca

Giovedì la ritrovai

Venerdì la inconocchiai

Sabato mi doleva la testa

Domenica non filai perché era festa!

 

Carnevale era un buon uomo

La sua moglie era un po’ locca

Carnevale ne bevve un ovo

La sua moglie ne bevve una coppia!

 

Carnevale non te ne andare

Che t’ho fatto un bel gonnello

Ogni punto un fegatello

Ti potresti accontentare!

 

Per Sant’Ansano

Uno scaldino sotto

E uno in mano.

 



[1] Ho iniziato a raccogliere le memorie degli abitanti di Castelnuovo a partire dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, sia con registrazioni su magnetofono, sia con ritratti fotografici. Cominciai, naturalmente, con le persone ancora viventi della mia famiglia e di quella di mia moglie, padri, nonna, nonno, madre. In più dettai la mia autobiografia, dalla nascita al venticinquesimo anno , attualmente depositata al Centro Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, Arezzo. Delle  37 biografie selezionate, che coprono un arco temporale dal 1884 al 1963, adesso 25 appartengono a perone scomparse e le altre ad ultraottantenni. Quella di Eny (mamma di mia moglie), per averci vissuto insieme tanti anni, si integra con altri ricordi sparsi, fotografie, testi di novelline e filastrocche. Oltre che, naturalmente, ad una fetta importante della sua vita sedimentata nella mia memoria e difficilmente recuperabile.

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mercoledì, 12 marzo 2008

COME GLI UCCELLI DELL’ISOLA SONANTE SONO ALIMENTATI

(capitolo VI del libro V, terzultimo della nostra breve rilettura della memorabile opera di Francois Rebelais <Gargantua e Pantagruele>, mai così tanto attuale come oggi, per il pericoloso sviluppo dei fondamentalismi religiosi, ognuno dei quali vorrebbe imporre i propri assurdi dogmi a tutta l’umanità).

 

Mentre i naviganti si apprestavano a restare, forzosamente, per alcuni giorni ospiti di Mastro Editus gran cerimoniere dell’isola Sonante, fra’ Giovanni gli domandò: “…in quest’isola voi non avete che gabbie ed uccelli; essi non lavorano né coltivano la terra: tutta la loro occupazione è nel godersela, cinguettare e cantare. Da qual paese vi viene questo corno d’abbondanza e copia di tanto ben di Dio e ghiotti bocconi?

-         Da tutto il resto del mondo, - rispose Editus: -se eccettuate certe contrade delle regioni britanniche, le quali da qualche anno han preso ad agitare le acque torbide scismatiche.

-         Peuh! – disse Fra’ Giovanni.

 

Se ne pentiranno, don, don,

Se ne pentiranno, din dan.

 

-         Beviamo, amici! Ma di che paese siete, amici? – Domandò Editus.

-         Di Turenna, - rispose Panurge.

-         Davvero, che siete stati fortunati nella covata, visto che siete della benedetta Turenna! Dalla Turenna ci viene anno per anno tanto e poi tanto di bene che ne siamo tutti rallegrati. Ci disse un giorno un tale passando di qui, che il duca di Turenna non ha di suo reddito tanto da saziarsi di lardo, per gli eccessivi legati che i suoi predecessori hanno fatto a questi sacrosanti uccelli, per saziarsi qui di fagiani, pernici, gallinelle, polli d’India, bei capponi del Lodunese, cacciagione e selvaggina d’ogni genere e d’ogni sorta.“ Beviamo, amici! Guardate quello stormo d’uccelli lì, come sono rotondetti e ben pasciuti, delle rendite che ci vengon dal vostro paese! E così cantan bene per voi. Non avete mai visto sgagnare meglio di quel che fan loro, quando vedono comparire in piazza due bastoni dorati…”

-         Si, - disse Fra’ Giovanni, - la procession dei bastoni.

-         …E quando io suono loro queste grosse campane che vedete pendere dalle torricelle delle lor gabbie. Beviamo amici! Oggi qui fa bel bere: e così fa tutti i giorni. Beviamo! Io bevo di tutto cuore, e siate benvenutissimi! Non abbiate paura che qui possano mancar vino e viveri; perché quando il cielo fosse di bronzo e la terra di ferro, ancora non ci mancherebbero viveri, fosse pur anche per sette o otto anni, più di quanto durò la carestia in Egitto. Beviamo insieme, in buon accordo e reciproca carità!

-         Diavolo! – esclamò Panurge, - ne avete di comodi in questo mondo!

-         Nell’altro, - rispose Editus, - ne avremo ben di più: i Campi Elisi non ci mancheranno per lo meno. Beviamo, amici, io bevo a voi!

-         Certo hanno avuto, - dissi io, - spirito assai divino e perfetto quei vostri primi Siticini, quando inventarono il mezzo pel quale voi vi trovate ad avere ciò che tutti gli umani naturalmente appetiscono, e a pochi di loro, anzi, per parlar giusto, a nessuno è concesso: il paradiso in questa vita e anche nell’altra. O gente beata! O veri semidei! Piacesse al Cielo che capitasse anche a me.

                                                                                   (continua)
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mercoledì, 12 marzo 2008

COME GLI UCCELLI DELL’ISOLA SONANTE SONO ALIMENTATI

(capitolo VI del libro V, terzultimo della nostra breve rilettura della memorabile opera di Francois Rebelais <Gargantua e Pantagruele>, mai così tanto attuale come oggi, per il pericoloso sviluppo dei fondamentalismi religiosi, ognuno dei quali vorrebbe imporre i propri assurdi dogmi a tutta l’umanità).

 

Mentre i naviganti si apprestavano a restare, forzosamente, per alcuni giorni ospiti di Mastro Editus gran cerimoniere dell’isola Sonante, fra’ Giovanni gli domandò: “…in quest’isola voi non avete che gabbie ed uccelli; essi non lavorano né coltivano la terra: tutta la loro occupazione è nel godersela, cinguettare e cantare. Da qual paese vi viene questo corno d’abbondanza e copia di tanto ben di Dio e ghiotti bocconi?

-         Da tutto il resto del mondo, - rispose Editus: -se eccettuate certe contrade delle regioni britanniche, le quali da qualche anno han preso ad agitare le acque torbide scismatiche.

-         Peuh! – disse Fra’ Giovanni.

 

Se ne pentiranno, don, don,

Se ne pentiranno, din dan.

 

-         Beviamo, amici! Ma di che paese siete, amici? – Domandò Editus.

-         Di Turenna, - rispose Panurge.

-         Davvero, che siete stati fortunati nella covata, visto che siete della benedetta Turenna! Dalla Turenna ci viene anno per anno tanto e poi tanto di bene che ne siamo tutti rallegrati. Ci disse un giorno un tale passando di qui, che il duca di Turenna non ha di suo reddito tanto da saziarsi di lardo, per gli eccessivi legati che i suoi predecessori hanno fatto a questi sacrosanti uccelli, per saziarsi qui di fagiani, pernici, gallinelle, polli d’India, bei capponi del Lodunese, cacciagione e selvaggina d’ogni genere e d’ogni sorta.“ Beviamo, amici! Guardate quello stormo d’uccelli lì, come sono rotondetti e ben pasciuti, delle rendite che ci vengon dal vostro paese! E così cantan bene per voi. Non avete mai visto sgagnare meglio di quel che fan loro, quando vedono comparire in piazza due bastoni dorati…”

-         Si, - disse Fra’ Giovanni, - la procession dei bastoni.

-         …E quando io suono loro queste grosse campane che vedete pendere dalle torricelle delle lor gabbie. Beviamo amici! Oggi qui fa bel bere: e così fa tutti i giorni. Beviamo! Io bevo di tutto cuore, e siate benvenutissimi! Non abbiate paura che qui possano mancar vino e viveri; perché quando il cielo fosse di bronzo e la terra di ferro, ancora non ci mancherebbero viveri, fosse pur anche per sette o otto anni, più di quanto durò la carestia in Egitto. Beviamo insieme, in buon accordo e reciproca carità!

-         Diavolo! – esclamò Panurge, - ne avete di comodi in questo mondo!

-         Nell’altro, - rispose Editus, - ne avremo ben di più: i Campi Elisi non ci mancheranno per lo meno. Beviamo, amici, io bevo a voi!

-         Certo hanno avuto, - dissi io, - spirito assai divino e perfetto quei vostri primi Siticini, quando inventarono il mezzo pel quale voi vi trovate ad avere ciò che tutti gli umani naturalmente appetiscono, e a pochi di loro, anzi, per parlar giusto, a nessuno è concesso: il paradiso in questa vita e anche nell’altra. O gente beata! O veri semidei! Piacesse al Cielo che capitasse anche a me.

                                                                                   (continua) 
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lunedì, 10 marzo 2008

RICORDO DI GIOVANNI BATISTINI “TISTA”

NEL X° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

 

 

Zapatero, istrione! Ma ce l’ha fatta, seppur di misura. Non la vittoria, ma la speranza.  Per l’Europa, per l’umanesimo della scienza e della ragione, contro il ritorno dell’assolutismo fanatico delle Religioni, non dico per evitare l’innalzamento dei “roghi”, no!, ma per impedire una dittatura oscurantista fatta di dogmi, esorcismi, false litanie, conversioni strappate con la corruzione del potere e con la paura, prodotto non secondario dell’ignoranza.

Allora W. Zapatero! che con la gioventù, la spregiudicatezza, il senso dello Stato, la fermezza nel voler costruire un paese laico e tollerante, nel rispetto per tutti e per la democrazia, insegna qualcosa anche all’Italia! Povera Italia! Siamo lontani anni luce. Ma appunto, la speranza non è morta.

Sono contento, per ragioni del tutto personali, che nelle elezioni del Parlamento dell’Andalusia il PSOE, pur in leggera flessione, abbia ottenuto la maggioranza assoluta con 56 seggi, confermando la supremazia che negli ultimi trenta anni l’ha visto governare l’importante Regione Autonoma, contro i 47 seggi del PP ed i 6 delle liste minori.

 

Sarebbe stato contento anche il mio amico, scrittore e poeta, Giovanni Batistini, del quale proprio oggi volevo tessere l’elogio, nel decimo anniversario della sua morte. Idealmente dedico a lui, la vittoria socialista in Spagna!

 

Giovanni Batistini era nato a Volterra il 13 dicembre 1914 in una famiglia di alabastri. A Volterra aveva iniziato i suoi studi, finché un grave avvenimento economico familiare (il fallimento dell’azienda paterna), l’aveva costretto ad interromperli e cercare un lavoro. Le vicende della sua giovinezza sono descritte in tre intensi racconti “Amore di mamma” (tema che riprenderà in un sonetto), “Il primo incontro con la Badia” e “Il fallimento”. Dagli alabastri aveva assimilato la cultura e le idee, fatte essenzialmente di valori laici ed anarchici, che neppure il fascismo riuscì mai a sopprimere del tutto. Aveva iniziato a fare il tipografo presso la Ditta Carnieri negli anni ’30 e per il suo antifascismo, che non nascondeva, fu arrestato come sovversivo. Aderì alla Resistenza e ricoprì incarichi pubblici nell’Amministrazione comunale, e politici nel Partito Comunista Italiano, ma le sue passioni più profonde, pur mescolate ad un forte ethos sociale, lo avvicinarono, con multiformi slanci, al mondo della cultura. Pittore, studioso dei geologia, bibliofilo, giornalista, Giovanni apprese dai racconti della sua mamma, l’amore per le tradizioni popolari del territorio volterrano: i detti, i motti, i proverbi, gli stornelli, la musica, le ricette di cucina, il dialetto…amore che conserverà fino alla morte e che trasfonderà in alcune delle sue migliori opere: “Racconti volterrani”, “Folklore volterrano”, “Du’ risate con Tista” e nella lunga e assidua collaborazione alla stampa periodica cittadina: “Il Ribelle”, “La voce della Nuova Etruria”, “La Spalletta” (ove è apparsa per tanti anni la sua rubrica firmata <Lo Zinzalloro>, “La Comunità di Pomarance”, “Rassegna Volterrana”, “Volterra”…Negli anni ’50 era passato alla Tipografia Meschini in via Roma, della quale, insieme ad altri compagni di lavoro, aveva rilevato l’attività dando vita all’UTA, una Cooperativa di tipografi che ha lasciato il segno nella vita volterrana e dell’Alta Val di Cecina. Il lavoro aveva portato Giovanni a contatto con tante persone che della tipografia si servivano per scopi culturali: Enrico Fiumi, Maurizio Cavallini, Giuseppe Pilastri, Manlio Cherici, Luigi Pescetti, don Mario Bocci ed altri, e da queste persone aveva non solo imparato, ma aveva rafforzato il suo amore per Volterra, che era per lui al di sopra di tutto e di tutti.

Dopo aver sostituito, come pro-sindaco, Mario Giustarini eletto senatore, si ritirò in buon ordine, senza ambire cariche di alcun genere, ma restando sempre decisamente fedele ai suoi ideali, che l’hanno accompagnato fino alla morte. Come egli scrive in un delizioso sonetto, era un fedelissimo lettore del quotidiano comunista L’Unità e non poteva iniziare la sua giornata di lavoro e di studio senza prima averlo almeno sfogliato!

Una volta in pensione Giovanni si dedicò completamente all’amore per la carta stampata, nel quale era stato immerso per tutta la vita come compositore di bozze, non come autore.  Così, nell’arco di un decennio, pubblicò: “Racconti volterrani”, “Volterra, da Napoleone a Porta Pia”, “Volterra dalla Resistenza alla Liberazione” (scritto con il professor Paolo Ferrini), “Volterra nel Seicento”, “Folklore volterrano”, “Du’ risate con Tista”. Ancora oggi alcuni suoi lavori, ristampati, sono disponibili nelle librerie di Volterra (Lorien e Migliorini). Oltre ai libri, Giovanni ha pubblicato moltissimi articoli su giornali e riviste. Sulla prestigiosa rivista dell’Accademia dei Sepolti, della quale era Socio, “Rassegna Volterrana”, pubblicò i brillanti saggi “Il ritratto di Fedra Inghirami opera di Raffaello, il vero e il falso” e “Il Bruscello volterrano”. Unico ed ultimo suo cruccio è stato quello di non aver potuto concludere la ricerca e la pubblicazione relativa a Volterra nel ‘700, per concludere la trilogia storica di uno dei periodi più oscuri e meno trattati dell’intera storia della millenaria città etrusca.

Il Giovanni che ho conosciuto, sempre elegante e sobrio nel vestire e nel portamento, era un uomo semplice e schivo, colto e sincero, con quella vena di serena ironia che, anche nella polemica più accesa, e ne era capace, come avvenne negli anni infuocati del secondo dopoguerra, contro il giornale “L’Araldo di Volterra”, non riusciva a fargli oltrepassare i limiti del buon gusto e del rispetto umano.

Questo è stato Giovanni Batistini, operaio autodidatta e intellettuale volterrano, anzi un grande intellettuale “di tipo nuovo”, come l’avrebbe definito il suo Maestro, Antonio Gramsci.

 

La gelida mattina del 22 gennaio 1998 Giovanni è morto lasciando il ricordo della sua vita operosa, della sua cultura, del suo ingegno del suo amore per Volterra. Mi par di vederlo ancora alla Biblioteca Guarnacci, d’inverno, seduto nell’unica stanza riscaldata, mentre noi ricercatori alle prime armi ci congelavamo sotto i grandi finestroni della sala di lettura pubblica (e questo era il solo “privilegio” che la sua età e la sua fama avevano meritato), per poi trasferirsi, in estate, in quella più fresca, a leggere quei libroni antichi e polverosi, a spulciare quelle carte ingiallite e fragili, affascinanti, della storia volterrana che sapeva ormai decifrare così bene, e che mi faceva sbirciare. Benché avvertisse che il suo tempo declinava, non si era chiuso nel silenzio frenetico del lavoro da concludere alla svelta…anzi, amava scambiar sempre qualche opinione con me, informandosi su cosa facessi, ed anche sulla politica a Castelnuovo; era particolarmente interessato ai poemi in ottava rima di Milani Fortunato del Sasso, dei quali ne possedevo una copia, un giorno glieli prestai per scrivere un articolo sulla Spalletta ed in cambio mi regalò un documento importante “sulla perdita dell’honore delle donne di Castelnuovo” riferito ad un fatto di cronaca nera-rosa del XVII secolo, che aveva scovato chissà dove!

Dalle prime formali dediche che mi scriveva sui suoi libri (“al Sindaco Carlo Groppi”, “Al compagno Carlo Groppi”), era giunto finalmente “All’amico Carlo Groppi, con simpatia e tanta stima…”, perché, oltre la cordialità di un rapporto formale non concedeva tanto facilmente la sua amicizia più profonda, né svelava personali crucci e progetti.

L’avevo salutato poco prima all’ospedale e mi aveva accennato al sonetto dell’operazione “vesciale”…sapevo che ormai stava morendo, ma mi si strinse il cuore quando proprio accanto alla Biblioteca vidi e vegliai l’urna con le sue ceneri! Insieme alla “Irma” e a pochi parenti, c’erano tutti suoi amici più cari, da Lagorio, al Ferrini,m al Marrucci, Lesssi, Borghesi, Brunale, Gabellieri, Lazzeri, Gazzarri…fino agli ex alabastri, ai sindacalisti, ai partigiani, a molti suoi vecchi compagni di Partito. Tanti erano venuti da lontano. Se potesse, aggiungerebbe ai suoi sonetti in vernacolo per l’ultima risata , il sonetto sulla sua partenza, (diceva: quando c’è l’ultima chiamata, non occorre né preparare la valigia, né avere le tasche ai pantaloni…), per una nuova e definitiva edizione dal titolo “Tre risate con Tista”!

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sabato, 08 marzo 2008

8 Marzo 2008 - 8 Marzo 1982

 

Che nostalgia! Un omaggio a Margherita ed alle altre 10 compagne, che non ci lasciarono soli.

 

La Fnle-Cgil ha ampiamente pubblicizzato, in un numero speciale di “Informazioni”, il proprio pensiero sulla condizione della donna e del movimento femminile nella Società attuale, ricostruendo nel contempo un breve profilo storico delle lotte per la conquista della parità e dei diritti civili e sociali fino al secondo dopoguerra. L’8 Marzo non è per noi un vuoto rituale, ma una occasione importante di verifica, è un incontro semplice di compagni e compagne che parlano dei loro problemi, è una festa, perché ogni anno, nonostante le difficoltà, il movimento delle donne cresce e la presenza delle donne nella “sfera politica, produttiva, sindacale” aumenta. E’ anche una riflessione sulla nostra realtà, sul perché così poche siano le donne iscritte alla Fnle-Cgil di Larderello (soltanto 11 su circa un centinaio di occupate), quali remore, quali impedimenti esistano, oppure dov’è che noi sbagliamo. E’ un giorno di propositi, di impegni: è un riconoscimento a scelte non sempre facili, è la volontà di capire, è la speranza del nuovo…un 8 Marzo che si rinnova ogni giorno fuori dei miti e dei riti, per cambiare noi stessi e il mondo”.

 

5 maggio 1980: esce un numero “speciale” di INFORMAZIONI FNLE/CGIL LARDERELLO con il resoconto dei risultati di una INCHIESTA TRA LE LAVORATRICI. Rispondono al questionario 25 lavoratrici delle 70 alle quali avevamo consegnato il “questionario”. A rileggerlo adesso, a quasi trent’anni di distanza, viene da chiedersi: cos’è cambiato? Forse poco, forse molto. Ma la cosa più sostanziale è che siamo cambiati noi!  Tra non molto diventeremo “oggetto di ricerca”. Un po’ ci consola.

 

8 marzo (1978)

 

Grazie donna, tu mi hai dato la vita,

la speranza la gioia il calore il sorriso,

grazie donna, tu mi hai dato l’amore:

donna madre sposa figlia amica.

Mimose oggi fremono nel vento

e freme anche il mio cuore accanto a te,

questo cuore sempre pronto alla lotta

donna, è accoccolato nel tuo grembo.

Donna, tutto ancora io non so, né

credo vorrò mai sapere ed essere uguale,

ma compagno nel bene e nel male

soltanto desidero.

Lungo ancora è il cammino

e allettanti le ombrose radure,

il fresco dei fossi, le trasparenti

insenature pronte all’approdo.

E incerto è il pensiero,

inquieto e ammaliato dal canto

di languide irreali sirene:

talvolta esso fugge per nascondere il pianto!

Grazie donna per l’amore mutevole,

che ogni giorno accetti e rinnovi,

mentre passano gli anni

esso cresce senza tristezze.

Grazie memoria bandiera mimosa

grazie mani carezze parole

grazie compagna sorella amante

grazie, donna, dolcissima e ribelle.

postato da: karl38cg alle ore 09:14 | Permalink | commenti
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