mercoledì, 30 aprile 2008

¡háblanos de tu mujer!

(no quiero  tocar ese tema…)

 

Non ho voglia di analizzare l’istituzione “matrimonio” sotto alcun punto di vista, né, tantomeno, quello monogamo. Tra gli innumerevoli proverbi ne riporto due sul matrimonio e due sull’amore. Quelli sull’amore mi si addicono.

 

Il matrimonio è la tomba dell’amore.

Il matrimonio è un male necessario.

 

Amore nuovo va e viene, ed il vecchio si mantiene.

Amore vecchio non fa ruggine.

 

Io mi sono sposato “civilmente” all’età di ventisette anni. Matrimonio felice e d’amore. Lo posso tranquillamente affermare anche adesso. Tuttavia, la fantasia di un poeta, può essere paragonata ad un torrente montano, con le sue piene, le sue cascate, il suo letto prosciugato. Anzi, solo esteriormente asciutto, perché l’acqua, “sorrena”, scorre al di sotto, nel subalveo! Solo che non la vediamo, ma l’intuiamo.

Il torrente talvolta rompe gli argini, esonda, fa molti danni, e il Nilo, il grande fiume, con le sue cicliche piene, porta la vita. Qualche volta fiumi e torrenti provocano catastrofi. La natura è ancora imprevedibile! Ciò è meraviglioso. Mia moglie ha qualche difetto (sempre meno di me) e tantissimi pregi. Non ultimi quelli di essere bella e di amarmi. La nostra vita sessuale è felice. Mi prepara la migliore pizza del mondo! Ci amano le nostre figlie e ci adora il piccolo nipotino! Non mi par poco. Ma, soprattutto, ci rispettiamo nelle nostre diversità, culturali e sociali. Sappiamo parlare e tacere e, in più all’amore, ci stimiamo come persone. Anche se vivo sedici vite in una, navigo nello spazio e incontro comete, m’incantano tutte le bellezze del mondo, mi fanno fremere tutte le gonne fruscianti, palpito ad ogni pallottoliere dell’amore, e mi ammaliano le musiche di paesi lontani, dovessi riscrivere una poesia per mia moglie (ne ho scritte molte…) la riscriverei come quella dal titolo “Felici per un amore inaspettato e forte”, anno 1984, che trascrivo nel post dedicandola a te, gentile utente sconosciuto:

 

Felici per un amore inaspettato e forte

 

Il vento, messaggero d’autunno,

freme fra i rami dei castagni,

raggi dorati fluttuano

                                incerti

prima di cedere al crepuscolo

e pure noi ci attardiamo

                                felici

d’un amore inaspettato e forte

che talvolta non trova parole

né carezze né baci

e par ambiguo

e invece è vivo

e ancor ci allaccia

nel giovanil suo inganno.

Nuvole bianche, spuma di mare

                                     e vento,

il verde arboreo mutante,

aprirsi un varco sul sentiero,

garofani selvatici

qua e là nelle radure,

la mano nella mano

come un tempo

che non ha confini,

fiduciosi e forti,

a vincere la lama d’ombra

che rapida discende

dagli alti monti

sul nostro cammino.

Tale la vita,

tale l’amore

che quest’età ci dona

quando ogni giorno

noi saremmo tristi e pensosi

dell’umana sorte:

sulle inquiete coscienze

entro il piccolo tempo

e spazio nostro

brontola minaccioso

il cieco e orrendo

                       mostro

della morte.

Eppur dolce compagna

noi sappiamo:

l’amore alza barriere al nulla

che ci avvolge

e schiude porte

alla speranza.

E il vecchio cuor

che si abbandona al sogno

al labirinto infinito

di ricordi e speranze

felice freme in questo dolce

e giovanile affanno.

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categoria:matrimonio
martedì, 29 aprile 2008

KENNST DU DAS LAND?...

ITINERARIO POETICO NELLE COLLINE METALLIFERE

 

I.

 

“…un racconto metafora per viaggiare nei luoghi e dentro noi stessi. Un racconto nuovo, di grande suggestione evocativa, tenero e avvincente” (A. Marrucci).

 

"...perdersi e ritrovarsi, per strade secondarie e sentieri medievali, nei vicoli di pietra d'antichi borghi e castelli toscani, tra pievi millenarie e una natura talora selvaggia, immergendoci nei tepidi lavacri d'acque miracolose...perdersi e ritrovarsi in sintonia con il fluire dell'energia cosmica, in pace con noi stessi, ammaliati dal canto dei nostri più amati poeti..." (B. Vanel).

           

L'idea di questo lavoro è sbocciata dal mio amore per la cultura tedesca, come omaggio e ringraziamento a chi nel viaggiare non si accontenta dell'effimero, ma ricerca valori ed emozioni più profonde. La proposta di viaggiare insieme alla poesia m’è parsa una delle più significative in tempi nei quali tutto, di esteriore, pare già visto e conosciuto. La scelta dei poeti è personale e molto parziale rispetto all'immenso patrimonio letterario tedesco, tuttavia essa mi è apparsa significativa. La poesia, che alberga in ogni essere vivente, viene accarezzata e risvegliata alla vita per darci, nei momenti più significativi della stessa, le sue melodie di gioia e rimpianto, per offrirci la speranza e l'amore. Claudia Vallini, fine letterata, ricercatrice e antropologa, nonché mia carissima amica, è l’autrice dei capitoli "Lustignano" e "Serrazzano". Infine, ma non ultimo per importanza, rendo grazie a chi mi ha aiutato, in questa "avventura", iniziata e conclusa tra il 1998 ed il 2000: Angelo Marrucci; Jader Spinelli; Silvia Bianchi, don Mario Bocci; Franco Lessi; Annamaria Esposito; Franco Porretti; Franz von Wesendonk, Bernard Vanel. Avevo l’ambizione di farne una versione in lingua tedesca, ma, come si dice “l’uomo propone e Dio dispone”, non mi è stato possibile. Più che una “guida” è ormai un testo di letteratura minore. Va preso così, coi vivi e coi morti che indulgenti sorrideranno al ricordo di ore felici.

 

Indice generale dei luoghi:

 

- Volterra                                   

- Montegemoli         

- Micciano            

- Monterufoli         

- Lustignano          

- La Torraccia di Cornia, Lagoni Rossi, Monteverdi Marittimo

- Santuario del Frassine 

- Monterotondo Marittimo 

- Le Cornate di Gerfalco 

- Fosini                 

- Bruciano               

- Castelnuovo Val di Cecina                 

- Sesta, Solaio, Anqua   

- Montecastelli Pisano   

- Sillano, San Dalmazio  

- Pomarance              

- Montecerboli           

- Larderello             

- Serrazzano             

- Leccia                 

- Sasso Pisano o di Maremma                

- Bibliografia           

- Indice dei poeti       

                                                                                                          (continua)    
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categoria:poesia, guida, mignon
lunedì, 28 aprile 2008

Lo chiamano amore.

 

Di quando confessavo candidamente i miei peccati al prete del villaggio, m’è rimasto il senso di interrogarmi, fare, come si diceva, “l’esame di coscienza”, perciò mi chiedo, adesso, perché non penso in grande, al bene comune, alla lotta per sconfiggere il Male, al destino degli affamati e degli oppressi, dei deboli e dei vinti? E vado a dormire agitato, inquieto. Forse sono una persona insensibile e avara, ma non mi attrae niente di simile. Sono oltre. Penso all’amore, ad una donna. No, non sorridete! Vi sembrerà strano, l’immagino, ma perché non la conoscete, solo per questo motivo, credetemi. Nessuno potrebbe resistere a lei! Nessuno! Eppure <amore regge il suo regno senza spada> e il cor ferisce, e le ferite d’amor non le può sanare che chi l’ha fatte.

 

Lo chiamano amore.

 

Contemplavo il grande e vetusto ciliegio

vestito di teneri fiori, in un cielo di Cezanne,

o Braque? m’inganno? perduto nelle note

tremule dei musicanti, e mi chiedevo

cosa mancasse al miracolo della primavera;

tra i volti amici ne cercavo tanti,

il compagno di scuola, e quello di partito,

la ragazzina delle prime danze, ora

affaticata sposa (o nonna?):

ma, anch’io son così? m’ha attraversato

il cervello l’impietosa domanda,  e mentre

sbigottito abbassavo gli occhi per vedermi

dentro, proprio in fondo alla strada,

all’arco della porta,  mi sei apparsa,

Tu! Ho sentito scendermi nell’anima

il liquido azzurro degli occhi, il morso

impertinente  dei baci, le arrendevoli

carezze non trattenute; come sempre

bellissima quasi che l’ala del tempo

t’avesse soltanto leggermente sfiorata.

E così, ancora una volta, ci siamo nascosti

fingendo. Come allora. Impossibile qui,

nel volteggiar dei petali perlacei,

nell’ondeggiar dei trasparenti veli.

Doveva essere un saluto, tenero, con il sale

d‘una sola lacrima, niente frugare nei ricordi,

nelle sottili rughe del volto,

né prolungare carezze più ardite.

Nulla di nuovo all’ovest, nella pace

dei sensi. Ma quel cecchino solitario,

quell’ultima pallottola in canna,

ah! il malandrino, ha sparato.

Non s’è fermato il proiettile dentro

il petto, no, il tuo sangue s’è mischiato al mio,

un fiotto, improvviso, ardente:

 lo chiamano amore. 
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categoria:amore
sabato, 26 aprile 2008

DI PASSERE E D’ALTRI UCCELLI…

 

S.O.S. Chiedo un aiuto! Stasera ho inserito l’ultimo motto e l’ultimo stornello nella raccolta dei “proverbi licenziosi”, alla quale sto lavorando da anni. Adesso sono ottocento, pari. Questi ultimi non sono proprio licenziosi, ma rispecchiano il mio stato d’animo.  Li anticipo:

 

Fior di limone.

Limone è agro e non si puol mangiare,

ma son più agre le pene d’amore.

 

Amor non dorme e dormir non lascia.

 

Per completare il senso della “raccolta” pubblico la bozza dell’introduzione:

 

Proverbi licenziosi ed altri motti spiritosi della cultura orale nelle

Colline Metallifere e in Maremma, tra i fiumi Cecina e Ombrone, in Toscana

 

Horas non numero nisi serenas

(non indico ore se non serene)

 

Omnia munda mundis

(tutto è puro per quelli che sono puri)


 

Durante la raccolta dei proverbi sulla pastorizia, iniziata or son dieci anni, della quale ho pubblicato con l’amica C. V. un primo libricino, dal titolo “Fiorin di cacio, facciamo finta di chiamare il micio…”, ho appuntato diligentemente tutti i motti, i modi di dire, i proverbi, e modi proverbiali relativi all’immaginario della sfera dell’eros: dall’innamoramento all’amore, al matrimonio, alla voluttà, agli eccessi, al tradimento ed alla fiducia, alla fisicità del corpo umano,  alla trivialità dell’invettiva, così come erano stati tramandati, molte volte soltanto oralmente, nel territorio compreso fra i fiumi Cecina e Ombrone, e nelle Colline Metallifere, in Toscana. Vi ho aggiunto qualche proverbio più leggermente allusivo, qualche stornello e filastrocca, tra quelli che più mi son parsi nostrali e originali, lasciando, in tal modo, aperto un ulteriore spazio di ricerca in questo meraviglioso settore della cultura popolare.

Man mano che lentamente procedevo nella raccolta mi sono avvalso di numerose fonti orali, e di innumerevoli testi di autori antichi e moderni italiani, toscani e locali, fino a quando il materiale non è diventato sovrabbondante ed ho dovuto depurarlo per ridurlo a ottocento motti, detti sentenziosi, proverbi e modi proverbiali, per renderlo leggibile.

Rinunciando al commento dei singoli motti, sentenze, proverbi e modi proverbiali, tanto mi è sembrato evidente il significato, manifesto o allusivo, ho omesso l’indice delle fonti, scritte e orali, e la bibliografia, quest’ultima davvero imponente. Mi limito pertanto a citare: il biblico Re Salomone, figliolo di David, re d’Israele, il greco Esiodo e i due grandi del ‘500 toscano, Cinthio de li Fabrizi e Antonio Vignali, i deliziosi detti di Bertoldo, toccando il veronese Pescetti, per giungere ai “moderni”  Giuseppe Giusti, Antonio Gotti, Gino Capponi, Augusto Alfani, Arrigo Pecchioli ed ai contemporanei, tra i quali collochiamo “nonna Zoe” originaria di Belforte, Siena, che ha raccolto circa duemilacinquecento proverbi. A chi volesse effettuare confronti e verifiche, nonché approfondimenti, segnalo l’imponente opera di G. Pitrè <voce Proverbi, della Bibliografia delle Tradizioni Popolari d’Italia, Torino-Palermo, 1894, vol. V, pp. 177-257 e 464-475, ristampa CDL, Cosenza, 1965>, nonché il volume “Dizionario Letterario del Lessico Amoroso: Metafore, Eufemismi, Trivialismi”, Utet, Torino, 2000 ed ai lemmi specifici del Grande Dizionario della Lingua Italiana, Utet, Torino, 1961-2004.

Non rientrava nel mio scopo eseguire un lavoro scientificamente impostato, ma soltanto appagare l’antico desiderio di mettere nero su bianco una parte di quel patrimonio, considerato, non a torto, “la scienza dei poveri”, così volgare, tenero e corposo che ci accompagna nella vita quotidiana, quanto più è nascosto nella cultura ufficiale e scolastica, onde salvaguardarne il bagaglio di sapienza, di ironia, e di saggezza che esso racchiude. Apparirà al lettore moderno, anacronistico e superato il misoginismo maschilista ispiratore della maggior parte dei proverbi da me riportati, frutto di una cultura millenaria non ancora del tutto rinnovatasi, che trasforma la donna in un mero oggetto di piacere e di utilità domestica; una creatura inferiore di cui non fidarsi mai; tuttavia non potevo operarne l’oscuramento, al contrario la visione in negativo del ruolo femminile consentirà di apprezzare il progresso compiuto sulla strada dell’emancipazione e della parificazione sessuale. Con le parole del “maestro”, l’incantevole Rabelais, mi accomiato dai cari lettori:

 

Lettori  amici, voi che m’accostate,

liberatevi d’ogni passione,

e, leggendo, non vi scandalizzate:

qui non si trova male né infezione.

E’ pur vero che poca perfezione

apprenderete, se non sia per ridere:

altra cosa non può il mio cuore esprimere

vedendo il lutto che da voi promana:

meglio è di risa che di pianti scrivere,

ché rider soprattutto è cosa umana.

Si, ridere è cosa saggia e salutare, e, come recita un antico proverbio: <Chi ride leva un chiodo alla bara!>, ossia vive più a lungo e meglio di chi non lo faccia. Infine, per correzioni, osservazioni e proposte di ulteriori aggiunte, sarò contento di riceve e mail all’indirizzo: karl38cg@libero.it e in anticipo ringrazio chi lo farà.
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categoria:proverbi licenziosi
venerdì, 25 aprile 2008

25 Aprile

 

 

Lo credevo morto, un fossile ornamentale,

serrato nel musicale giardino

della città del Palio invasa

dal sole d’aprile,

invece

ha spuntato foglioline di tenero verde

su cicatrici profonde,

rosse di sangue

albero di larghe foglie

innervate di memoria:

teneri baci

storia

lontani amori

Questa speranza che accende

non cessa di stupirmi

oggi

venticinque soleggiato d’aprile

pulsante di vita

silenziose ombre

quiete

risorgete!

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categoria:25 aprile
martedì, 22 aprile 2008

Del tradurre e del far poesia

 

Ieri mi ha spiegato una sconosciuta che potrà essere, in futuro, mia amica, che far poesia è un esercizio solitario, frustrante, una specie di sega mentale, non fa male, ma è improduttiva. Nessuno la compra e, peggio ancora, nessuno la legge! Mi dice: mandami i tuoi versi, li leggerò. Ma quali? Scrivo da tanto, tanto tempo. Quanti anni hai? Settanta! Oh! una bella età. Si, e scrivo da cinquantasei anni. Sono un testimone silenzioso della metà del secolo breve e sanguinoso, ho vissuto non solo la mia già lunga vita, come tanti, ma i movimenti letterari, le tendenze, le mode, le ribellioni, le speranze e le tragedie degli angeli caduti…Oh! allora è interessante…Credo di si, lascio una scia di luce a chi mi segue, io che ho portato la fiaccola, poi anch’essa si farà ombra. Saremo tutti immersi nell’ombra, prima o poi. Forse in quel regno ignoto troveremo chi abbiamo amato? O ci raggiungerà? Nunca! Nunca! E Villon, Verlaine, Brecht, Seifert, Machado, Neruda, loro dove potrò incontrarli? Nunca! Nunca! Eppure, tanto l’ho amati!

Allora, a sedici anni, mi provavo a tradurre: “…Musica ancora e sempre. Il verso/sia soltanto la viva essenza/dell’anima  sulla scia/di rinnovati amori, nel cielo limpido”. Per mia fortuna non ho imparato lingue straniere. Mi bastava sapere che esistevano: Fertonani, Mazzucchetti, Ripellino, Bonfantini, Cetrangolo, Pavese, Izzo, Montale, Poggioli, Puccini, Ungaretti,  Valeri,  ecc. ecc. per avvicinarmi alle grandi voci che risuonavano nell’universo. Tuttavia ho fatto qualche prova anch’io, pensavo che solo un poeta potesse tradurre un poeta, magari non l’intera sinfonia, ma una singola partitura, per un solo strumento…venivan fuori arie nuove, ecco, furti sacrileghi. Era un gioco. Ora mi son trovato a veder tradotti i miei versi. Non saranno più brutti dell’originale, mi consolo. Ma, forse più belli? Anche il pallido raggio solare esce rafforzato da uno specchio potente. Fino a bruciare le foglie secche. Tradotti o no son carne della mia carne! A presto dunque, cari amici e amiche, con un piccolo dono, “El poeta canta por todos…”, si, canta per tutti, per quelli che ascoltano e per quelli che si tappano gli orecchi (maleducati!)

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categoria:verlaine
lunedì, 21 aprile 2008

Improvvisar cantando…a Ribolla!

 

 

Anno dopo anno, con la primavera arriva il sedicesimo incontro di poesia estemporanea  a Ribolla (GR) organizzato dal circolo culturale “Sergio Lampis”. Domenica 20 aprile, una bella giornata calda di sole, nel salone del Circolo ARCI, strapieno di appassionati di quest’arte antica che ha trasmesso le storie dell’uomo dalla preistoria, molto prima del segno inciso sulle pareti delle caverne e sulle tavolette d’argilla, fino a noi, esseri supertecnologici, naviganti solitari in un mondo virtuale alfanumerico e gergale, che non ha palpiti né emozioni. Tante facce di amici, incontri stimolanti, progetti. Anche assenze, purtroppo, di persone amate, come quella del musicista Salvo Salviati, il cantore appassionato di Volterra e della Maremma, autore di maggi e di ballate, morto in questa primavera. E’ morto da poco anche il cantastorie Eugenio Bargagli…Perdite importanti, non facilmente colmabili. Sul palco festante si avvicendano però, anche se acerbe, le voci dei giovani Cecilia, Ivo, Irene, Enrico e i cori dei “Torelli di Maremma”: lasciano ben sperare che la poesia estemporanea in ottava rima continui a far “sopravvivere i nostri detti”, il sentimento di quest’arte povera,  un’arte poetica fragile, più del cristallo, che sta sempre sull’orlo del precipizio del nulla.

Mi hanno colpito alcuni avvii dei “grandi”: Mastacchini, Niccolino, De Acutis e Meliani: “…come il pastore là su quell’alpeggio…”; “…qui del bel verso raccogliete i fiori…”; “…sono l’uccello ch’à legate l’ali…”; “…ho sulle spalle parecchie stagioni…”. E mi hanno colpito, di nuovo, l’estro, la cultura, l’umanità dei poeti ed anche la varietà dei temi, dal contrasto “Cina-Tibet”, a quello più attuale di “Veltroni-Bertinotti”, al più tradizionale “Scienza-Natura” e alle canzoni dei “Torelli” e di Lisetta Luchini. E infine una buona notizia: si sta concretizzando il progetto della apertura di un Archivio Regionale in Toscana nei comuni di Grosseto e di Roccastrada, sul cui territorio si trova la frazione di Ribolla, “capitale toscana dell’ottava rima”. Forse è davvero l’avverarsi di un sogno! Un sogno che avrà nutrito pure la fervida fantasia del nostro poeta Milani Fortunato (Sasso Pisano, 1889 – 1973) , fornaciao, senz’altro tra i migliori cantastorie dell’Alta Maremma. E di Fortunato vi regaliamo un’ottava:

 

…Vorrete compatirmi o voi che udite

In quest’ottave replicar gli errori,

Mancano le sostanze più squisite,

A questi versi miei, che traggo fori.

Alla mia primavera sono uscite

Aride le materie per i fiori:

che da bambin le belle mie stagioni,

Sfiorivan con la mota, ed i mattoni.

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categoria:poesia estemporanea
sabato, 19 aprile 2008

Il pallottoliere dell’amore (trad. da “Sulle onde  della TSF”, di J. Seifert)

 

Un tuo seno

è come una mela d’Australia

I tuoi seni

sono come due mele d’Australia

Quanto mi piace questo pallottoliere dell’amore.

 

La poesia, se così si può chiamare, apparve all’interno della illustrazione di un pallottoliere per bambini, nel terzo libretto di poesie pubblicato da Jaroslav Seifert nel 1925 (Na vlnàch TSF, Sulle onde della telegrafia senza fili). Allora la radio non esisteva ancora in Boemia e per l’invenzione della telegrafia senza fili si usavano le iniziali francesi: TSF. Un grafico d’ingegno ci si dedicò, con il poeta. La piccola tipografia del signor Petr, per la composizione, dovette usare quasi tutti i caratteri che aveva nei propri cassetti trascurando inoltre tutte le classiche norme tipografiche in uso e che si tramandavano da tempo e si perfezionavano dai tempi di Gutenberg. I titoletti ed i testi erano dei più vari caratteri. Ogni poesia era composta in modo diverso. Qualche pagina aveva le righe in verticale, altre in orizzontale. Oggigiorno questo libretto è rarissimo. Nessuna copia anastatica o in facsimile è più uscita, salvo quella rielaborata e ripubblicata da Seifert, sotto un altro titolo, nel 1938, proprio l’anno della mia nascita. Peccato! E le nostalgiche parole di Seifert, ormai vecchio e ammalato, possono ancora commuovere: “…e così a voi, caro signor Petr, attraverso il baratro del tempo e della vita, porgo la mano. Siamo entrambi vecchi ormai. Ma è bello ricordare i tempi in cui si era giovani, si provava gioia per tutto ciò che era nuovo, non si pensava alla morte e non si aveva paura di niente!”

Adesso che anch’io, in vita e non proprio decrepito, agitato dalle passioni che la cometa Swan ha destato, ho provato la gioia di vedere dieci mie liriche tradotte nella musicalità della lingua castigliana, ho meditato sul tema sempre aperto della traduzione poetica. Un verso non è uno scherzo! E la poesia è certo più importante del “ponte di Messina”. Si deve tradurre con un’assoluta coincidenza con l’originale? Un lettore, al quale resti nascosto il nome dell’autore, non dovrebbe riconoscere teoricamente che si tratta di una traduzione. Nulla dovrebbe ricordargli che i versi hanno oltrepassato i confini della lingua nativa e si sono trovati – sebbene non senza violenza, poiché ogni traduzione è una violenza – in un altro ambito linguistico? Oppure, si deve tradurre liberamente, interpretando? Ma, anche in questo caso, il pericolo della “violenza” è implicito nella caratterizzazione del testo tradotto, dalla personalità dei traduttori! E quanto, a volte, possono influire gli aspetti commerciali, che determinano la fretta e con la fretta la trascuratezza e la superficialità? E, infine, la perdita di musicalità e la contaminazione della prosa? Il castigliano è una lingua magnifica rende la musicalità, anzi l’amplia, della parola. Riesce a far belli ed interessanti anche versi scarni e poveri, senza indulgere nella ricerca della rima trita e banale, ma, anche quando c’è, magari nascosta, essa  si posa come la farfalla sul fiore. Insomma, per concludere questa riflessione, voglio anch’io affermare che “…una brutta poesia è pur sempre una poesia!” Tutto questo non ha nulla a che fare con ADDIO che un carissimo giovane amico ha postato a commento di nel mio blog, in “La ragione, l’anima”, una struggente poesia che avrei desiderato fosse sbocciata nel mio cuore. Grazie.

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categoria:poesia j seifert
mercoledì, 16 aprile 2008

Il cuculo del Carbonciolo.

 

Leggendo la paginetta di J. Seifert <L’ingannevole canto del cuculo>, all’improvviso mi sono tornati alla memoria i giorni lontani del breve periodo ch’io trascorsi al podere Carbonciolo,  dall’estate 1943 all’autunno inoltrato 1945. Il podere, selvaggio e solitario dal lato del Monte e del paese, era aperto verso il mare su una pendice con molti casolari e boschetti di macchia bassa ed intricata che si alternavano a radure erbose e boschi di querce solcate da profondi corsi d’acqua, asciutti per la maggior parte dell’anno, ma in primavera impetuosi e spumeggianti. Erano pasture e macchie predilette da una moltitudine di uccelli, stanziali e di passo, dei quali, nel tardi tramonti d’estate, restavo a lungo ad ascoltare il canto d’addio alla luce e il sommesso chioccolare tra i rovi. Erano luoghi prediletti dal misterioso uccello chiamato dai mezzadri “cucule”, ossia il <cuculo> scientificamente noto come ”cuculus  canorus”, un grande uccello, ma praticamente invisibile! Arrivava normalmente nel mese di aprile, e presto da un poggetto all’altro, da un ciuffo di ornelli a una macchietta di noccioli, risuonavano le sue due note armoniose e i regolari richiami. La femmina aveva deposto il suo unico uovo nel nido di altri uccelli, facendolo così adottare e nutrire. Era davvero snaturato, anche se amavo il suo canto! Pure il piccolo, una volta schiuso l’uovo, si dimostrava davvero ingrato, gettando fuori dal nido tutto quello che esso conteneva, comprese le altre uova non ancora dischiuse! Così si ritrovava solo e vorace. L’istinto naturale dei genitori adottivi gli assicurava il nutrimento fino allo svezzamento ed all’autonomia. Ma, per queste caratteristiche, non era amato nel mondo canoro, anzi, sovente veniva aggredito e costretto alla solitudine, fino al giorno della sua partenza per l’Africa lontana.

Il mio nonno, Beppe, per coglionarmi o rimproverarmi, spesso mi diceva: <bimbo, non fare il cucule!>. Era dunque un uccello strano, un po’ locco. Nei lunghi giorni alla pastura, giocavo con il cuculo, ripetendo le strofette che mi aveva insegnato la nonna Guglielma, e il cuculo, immancabilmente, mi rispondeva:

 

Cuculin che vien dal mare,

dimmi, fra quant’anni

mi potrò sposare?

 

E mi mettevo in ascolto contando le due note forti e ben cadenzate emesse dal misterioso uccello, fino alla prima pausa. Se non mi trovavo soddisfatto, per pochi o troppi richiami, continuavo fino a quando non ero stanco o il cuculo volava più lontano. Sapevo anche la versione “femminile” della domanda, che alternavo a quella “maschile”, specialmente se con me c’era la mia sorella più piccola:

 

Cuculin della bella rosa,

dimmi, fra quant’anni sarò sposa?

 

Al sopraggiungere del solleone il cuculo taceva, preparandosi all’imminente partenza:

 

Quando cantan le cicale

Il cucule smette di cantare.

 

Ed a casa, nei giorni rugginosi della primavera, magari non ancora pienamente esplosa nella magia di luce e colori, la mia mamma e la nonna mi avevano insegnavano una filastrocca:

 

Ai cinque d’aprile

il cucul deve venire,

se non viene ai sette o all’otto

o che s’è perso o ch’è morto;

se non viene ai dieci

s’è perso per le siepi,

se non viene ai venti,

s’è perso fra i frumenti,

se non viene ai trenta

l’ha mangiato il pastore

con la polenta!

 

Ormai da tanti anni non sono ritornato “ai Poggi” e al Carbonciolo. Il podere è stato circondato da un’alta rete di filo spinato, la casa ristrutturata, i luoghi stravolti e senza vita. Forse il cuculo canta sempre, ma nessuno è ad ascoltarlo ed a tremare di gioia di fronte al futuro. Quella generazione di mezzadri è scomparsa, morta. Sepolta in cimiteri forestieri. E chi li ricorda più? Può anche darsi che il cuculo si sia disaffezionato ad un luogo senza bambini, chi lo sa? D’altra parte, oggi, i bambini, preferiscono ascoltare le musichette dei telefonini, che non le esaltanti grida di un cuculo che aiutava a sognare.

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martedì, 15 aprile 2008

Il “grande rito” della democrazia.

 

Volevo fare un raffronto ed una verifica “sugli enormi cambiamenti” avvenuti nel mio piccolo comune della Toscana, a cinquant’anni di distanza (elezioni politiche camera dei deputati, anni 1958 – 2008), ma è praticamente impossibile.  Pochi sono i dati omogenei: il primo ed il più importante è quello del calo della popolazione che si riflette sugli iscritti al voto. Infatti gli iscritti al voto sono diminuiti del 50% circa, mentre i votanti ed i voti validi sono diminuiti tra il 57 ed il 58%! Dunque, un comune dimezzato! In appena cinquant’anni. E il futuro non appare roseo. La parziale illusione di un territorio”con uomini e donne” ci viene offerta soltanto dalla presenza degli extracomunitari, circa trecento (oltre l’otto per cento della popolazione residente), che si incontrano al mercato, alla COOP, ai giardini, al bar, dalla pediatra…Ma quanti rimarranno? e si integreranno davvero?

Dei partiti politici presenti nel 1958 ne rimangono oggi due o tre appena, ma non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 4% e pertanto non saranno rappresentati in Parlamento. Spariranno, la prossima volta, anche dalle schede. E’ il declino della mia vita, imbevuta, nel bene e nel male, delle ideologie politico-filosofiche dell’800 e delle accese passioni. Di esse e dei loro teorici, una volta amati, non mi rimane più nessuno: Marx, Engels, Lenin, Gramsci, Gobetti, Togliatti, Parri…; naturalmente, al tramonto benefico delle ideologie, sopravvivono gli uomini, mentre altre, forse ancor più pericolose delle scomparse, s’alzano sull’orizzonte del mondo. Ma gli uomini sembrano più appassionarsi all’effimero ed alla gestione di poteri piccoli e grandi, che non a progetti di lunga e universale prospettiva. Così va’, oggi. Non c’è niente da fare. Ed è con una personale tristezza vedere relegati tra gli “extraparlamentari” partiti e movimenti che hanno fatto la storia dell’Italia, ed anche quelli che in decisivi momenti della lotta politica recente, dal quella perduta per la salvezza della “contingenza”, cioè dell’unica ancora di salvezza per stipendi e pensioni dei lavoratori e anziani, alla difesa della pace e della solidarietà internazionale. Non mi rallegra il successo  del mio partito, fagocitando una sinistra democratica minoritaria, si, ma necessaria per la democrazia italiana. Ne parlavo ieri sera con una amica,  apparentemente ingenua e poco interessata alla politica, a proposito di “noi” poeti e delle poesia. Cioè se fosse pensabile ritornare ad una forma di “poesia militante”, non dico rivoluzionaria, ma riflettente un approccio meno intimista e più sociale, capace di smuovere coscienze e ridestare sogni guardando al futuro dell’umanità, in larga misura affamata, oppressa, strumentalizzata dai fondamentalismi religiosi e dalle guerre alimentate dal capitalismo (diciamocelo francamente: per fini imperialistici ed, economici). Rigenerarci nel processo di destrutturazione della parola? Una nuova utopia? Forse sono davvero troppo vecchio, per guardare al futuro. Forse non posso fare a meno di lasciare orme, nella polvere e nella neve, perché almeno loro mi assicurano che anch’io sono vissuto, benché, quasi sempre “in ritardo sulla storia”.

postato da: karl38cg alle ore 19:58 | Permalink | commenti
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