venerdì, 30 maggio 2008

MA SARA’ DAVVERO CAPACE IL CAPITALISMO DI SALVARE IL MONDO?

 

Al tavolo delle riunioni di un importante Organo di una Fondazione bancaria, da quando non svolgo più attività di rilievo, siedo sempre accanto ad una delle graziose impiegate addette alla verbalizzazione, molto vicino, in verità, alla Presidenza, in modo da non distrarmi troppo nella discussione dei punti previsti dall’ordine del giorno e, allo stesso tempo, poter scambiare qualche parola gentile con la “segretaria”. Ma ieri c’era la riunione congiunta con il Consiglio di Amministrazione e l’abituale ordine intorno al grande tavolo è risultato sconvolto. Mi sono trovato tra due amici di tendenza “moderata (un ex panificatore e un imprenditore ) e proprio di fronte a due leader di importanti imprese, un imprenditore e un dirigente in una Società Industriale. Avevamo convocato i responsabili  e gli esperti di alcune Società alle quali la Fondazione ha delegato la funzione di gestire una parte del patrimonio liquido. Riunione  della massima importanza e seguita attentamente da tutti i presenti perché, come è noto, dall’inizio dell’anno i mercati finanziari stanno attraversando notevoli turbolenze caratterizzate dalla crisi sul credito innescata dai mutui americani e amplificata dal clima recessivo dell’economia, stretta tra l’aumento dei prezzi delle materie prime e di molti prodotti agricoli, con pesanti ricadute sui consumatori e sull’inflazione. E’ stata anche evocata una crisi mondiale, del tipo di quella del 1929. Ma al momento il sistema bancario, benché ancora in piena crisi, anche di fiducia, è stato salvato dagli interventi delle massime autorità mondiali, soprattutto americane. Dunque non avremo una recessione globale e prolungata anche se negli USA ed in altri paesi più industrializzati del mondo si prevede una crescita “zero”. Tuttavia i paesi “ricchi”, alla fin fine, ce la faranno ad uscirne. Ma chi pagherà?  Il barile di petrolio vola sopra i 135 dollari, i prezzi dei cereali e del riso e di tutti i prodotti derivati e di largo consumo, si scaricheranno sui paesi più poveri del pianeta  e su centinaia di milioni di esseri umani, provocando milioni di morti per fame e malattie. Certo, questa volta, non si potranno dare colpe al “comunismo” ed  “ai comunisti”, che non esistono più. Semmai si potrebbe obiettare che tutta la politica della ricca Europa volta all’incentivazione della dismissione di primarie colture agroalimentari s’è rilevata uno spreco enorme di risorse economiche, e che l’uso distorto di riso e cereali e colza per usi combustibili-energetici, e per illuminare la facciata sfarzosa dell’Occidente, non è stata una scelta saggia…viene da pensare che dietro una grande vetrina illuminata ci sia una piccola vittima innocente rimasta senza il pugno di riso quotidiano…ma, non scendiamo nel patetico! Tuttavia m’è venuta spontanea una battuta, tra lo scherzo e il cianuro, rivolgendomi ai colleghi seduti di fronte e accanto a me: “Vi sembra che il Capitalismo abbia fatto un bel lavoro?” Nessuna risposta. 

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domenica, 25 maggio 2008

Premonizioni&Poesia

Oggi, una giornata di riposo. Il cellulare è spento! Finalmente. Premonizioni. Esco di primo mattino con il mio vecchio cane “Otto” per la consueta passeggiata “igienica”. Sempre lo stesso percorso. Prima nel campo incolto ad annusare la fresca rugiada e le tracce misteriose lasciate dalla notte, poi lungo un muro coperto d’edera, che Otto marca ripetutamente, infine si esce sulla strada principale del paese, stando bene attenti alle auto che in questo tratto viaggiano veloci. Vedo subito, di fronte al negozio di Marisa, la fioraia, una vecchia berlina nera decorata con grandi corone di fiori. E’ una “Balilla” degli anni ’30, e mi viene in mente che oggi sposa una ragazza che abita di fronte alla mia casa. Un po’eccentrica! Mi fermo a guardarla e mi sento chiamare “Carlo!”. Riconosco subito un vecchio compagno di scuola, anche se sono passati più di cinquant’anni! Attraverso la strada, ci abbracciamo, è proprio lui. Lo pensavo intensamente. Abita a San Vincenzo, una località sul mare, di fronte all’Elba. Parliamo, rievochiamo, come fanno sempre gli amici d’infanzia quando si ritrovano dopo tanto tempo senza vedersi. Ci facciamo fare una fotografia insieme. Spero che me la invii. Anche se con quella luce abbagliante, non sarò troppo fotogenico, penso. Passiamo in rassegna tutti i trenta allievi di quegli anni meravigliosi: uno ad uno, i vivi ed i morti. Ma, per fortuna, noi stiamo ancora abbastanza bene, ci siamo, siamo vivi. Non gli confesso che avevo sentito dire da qualcuno di cui non ricordo il nome, che anche lui, questo mio amico della “Balilla”, era morto! Si, lo credevo morto! Ora per me è come resuscitato.

Proseguo la passeggiata fino ad un giardinetto appartato dove in una tabella comunale si affiggono i manifesti. La guardo sempre per vedere chi è morto! Avevo notato una strana simmetria: quattro manifesti mortuari vi formavano una L rovesciata e i quattro nomi, tre donne ed un uomo, iniziavano per la lettera L: Lidiana, Liliana, Livia, Libero. Avevo pensato alla strana coincidenza dei quattro nomi che iniziavano per L e m’aspettavo che la successiva persona deceduta dovesse cominciare per L! Grande emozione: c’era un quinto annuncio mortuario: Libertà, ecco la quinta L!

D’altra parte anche ieri sera, proprio nello stesso istante, si incrociavano nell’etere due affettuose e mail! E stasera, aprendo la posta ecco due cose che attendevo: una fotografia e la bozza del libricino di poesie! Comincerò bene la nuova settimana. Grazie.

Riguardo alla poesia ripeto alcuni pensieri che ho appuntato qualche giorno fa: penso spesso alla mia poesia. La sua fedeltà nei miei confronti è sorprendente. Basterebbe questo a rendermela cara. Ma, più che un fine l’ho sempre considerata un mezzo, per arrivare ad una terra vergine, inesplorata, teatro delle ultime sfide della vita, rischiose come non mai, perché il confine tra la banalità e la creatività è molto incerto. Nel presente la poesia mi nutre e mi sorregge. Mi piacerebbe tuttavia ancora confrontarmi, tra poeti, cercare mezzi espressivi adeguati alle sfide dell’oggi, alla rivoluzione della comunicazione, cercare risposte alle domande della moderna solitudine, ai nuovi modi d’amare. E non intendo sottolineare, adesso, il ruolo liberatorio della poesia, per chi la scrive e per chi la legge. La ricerca della felicità, ossia della verità. Quale verità può esprimere la poesia? La coscienza di non mentire. E, pur nella soggettività, l’ardua sfida di far collimare, qualche volta, il sentire soggettivo con quello di un intero popolo, e dell’intero Mondo. Nei miei anni giovanili ho scritto degli operai, della gente umile e degli ideali del socialismo. Senza adeguarmi a vuoti rituali e glorificazioni. Sono stato poi attratto dalla durezza della vita e dalla dolce sensualità dell’amore, coi suoi struggenti desideri, che ho mantenuti freschi, con la stessa intensità di un adolescente, anche da vecchio. Perché, come una volta ho scritto,“l’amore alza barriere al nulla che ci avvolge”. Sono infine approdato al tentativo di ricostruire l’unità della vita partendo dalle piccole cose quotidiane,  cercando di dar forma, il più delle volte, al nulla. Compresa la nota amara della disillusione di fronte al tempo che passa, cieco e sordo. Cercando immerso nella banalità di non essere banale. Parlo di poesia totale, non di una moda, una corrente, una tendenza. La vanità della vita mi porta a considerare inutili gli sforzi di fronte all’ineluttabilità della morte, se non attraverso la fedeltà alla poesia ed al suo valore universale. No, non ho paura del mio passato, perché non mi appartiene più. E non ho paura nemmeno del futuro, ancora ignoto. Ma non vorrei vivere nel futuro del mio passato! Cerco di godere, per quanto m’è concesso, della vita che ho. Fedele. E godo della felicità regalata da tanti nuovi e vecchi amici, sempre troppo buoni con me. Non mi par poco!

 

 Vola…anima mia

 

Vola…anima mia

al vento leggero

degli aquiloni!

 

Destino capriccioso

dai filo, dai, dai…

lassù, che non s’annodi;

 

guidala alla donna

che attende sulla riva

del mare,

la vedrà brillare

come cangiante

 

luce,

la sentirà scendere

lieve

sopra l’eburneo seno

 

che palpita, la ristorerà

coi baci e coi fiori

fragranti,

 

mio sconosciuto amore

dai riccioli ribelli,

occhi sognanti,

 

vola…anima mia!

 

 

Alle donne di quarant’anni

 

A quarant’anni le donne son più belle

delle pallide vergini maliziose,

sono spose dalle carni sode, dagli

impetuosi ardori dopo anni quieti,

hanno pelle di seta, peluria ancor

ribelle e sguardi dolci e misteriosi.

 

 

A quarant’anni le donne sanno amare,

ti dicono parole ben più ardite

degli esangui sospiri, sanno come

e dove baciare, quei luoghi segreti

che ogni uom nasconde.

 

Quando non te lo aspetti ti s’apre la vita

con una giovane donna di quarant’anni,

tutto ella comprende di te, ed è

sorella, amante e amica!

 

Ho sempre amato le donne di quarant’anni,

mature stelle tra galassie nascenti,

acque tranquille, raccolti opulenti,

e fremiti, alle carezze più lievi.

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domenica, 25 maggio 2008

Kennst du das Land?...

Itinerari poetici nelle Colline Metallifere Toscane 

Traduzioni e note al testo

POST XIX, 23.5.2008, Sasso Pisano o di Maremma, la traduzione è nel testo.  Poeta: J. W. Goethe, Epigramme, Venedig 1790, n. 96. In, Goethe, Vita, poetica, opere scelte, Il Sole 24 ORE, 2008.

 

POST XVIII, 22.5.2008, Leccia, poeta: R. M. Rilke, Lamento di una monaca (Nennen-Klage), in, Poesie, tradotte da G. Pintor, Einaudi, 1955.

 

La mia vita è lontana –

Gesù, dimmi: è con te?

L’hai tu vista venire?

E sono in te, Signore?

E sono in te, Gesù?

 

Pensa: così finisce

Nel rumore del giorno.

Ciascuno la rinnega,

nessuno più conosce

la mia vita, Gesù.

 

Ed era la mia vita,

Gesù Signore, sei certo?

Non un’altra in cui pure

Nessun morso abbia aperto

Un suo segno, Gesù?

 

O la mia vita forse

Non è con te, ma langue

Spezzata, e intanto piove,

piove e l’acqua la bagna,

e gela dentro, Gesù?

                

POST XVII, 21.5.2008, Serrazzano, poesia di Asia Olinda Castellini (1912-2000), inedita, nel testo, st.

 

POST XVI, 20.5.2008, Larderello, poesia di Carlo Groppi, “Che l’uomo cresca forse non t’importa”, inedita.

 

POST XV, 20.5.2008, Montecerboli, poeta G. Keller, in Antologia della poesia tedesca, Mondadori, 1991,

Ti ho, in freddi giorni d’inverno (Ich hab in kalten Wintergarten):

 

Ti ho, in freddi giorni d’inverno,

in povera di speranza, oscura età,

cacciata dal mio pensiero,

vana parvenza d’immortalità.

 

Ora che l’estate splende e avvampa,

ora la mia saggezza riconosco;

ho dato al cuore una nuova ghirlanda,

ma l’illusione pesa nel sepolcro.

 

Io navigo su questo fiume chiaro,

scorre nella mia mano e la rinfresca;

guardo la volta azzurra, nell’alto,

e non cerco una patria più bella.

 

Solo ora comprendo il tuo silenzioso

Messaggio, giglio che sei in fiore,

so, così chiaro come arde il fuoco,

che, simile a te, devo perire.

 

POST XIV, 19.5.2008, Pomarance, W. Pater, The Renaissance, 1873, trad. dall’inglese, in Botticelli e Filippino, SKIRA, 2004:

 

“…forse a volte ti è capitato di chiederti come mai quelle Madonne dall’aria imbronciata, che non corrispondono a nessun ovvio parametro di bellezza, ti attraggono sempre di più, e spesso ti tornano in mente quando hai ormai scordato la Madonna Sistina e le Vergini di Fra Angelico,”

 

Poeta J. W. Goethe, in Antologia della poesia tedesca, 1991, Mignon:

 

Conosci la terra dei limoni in fiore,

dove le arance d’oro splendono tra le foglie scure,

dal cielo azzurro spira un mite vento,

quieto sta il mirto e l’alloro è eccelso,

lo conosci forse?

                Laggiù, laggiù io

Andare vorrei con te, o amato mio!

 

POST XIII, 15.5.2008, Sillano, poeta R. M. Rilke, in Poesie, tradotte da G. Pintor, Einaudi, 1955.

 

Annunciazione (Verkündigung):

 

Tu non sei più vicina a Dio

di noi; siamo lontani

tutti. Ma tu hai stupende

benedette le mani.

Nascono chiare a te dal manto,

luminoso contorno:

Io sono la rugiada, il giorno,

ma tu, tu sei la pianta.

 

Giorno d’autunno (Herbsttag):

 

Signore: è tempo. Grande era l’arsura.

Deponi l’ombra sulle meridiane,

libera il vento sopra la pianura.

Fa che sia colmo ancora il frutto estremo;

concedi ancora un giorno di tepore,

che il frutto giunga a maturare, e spremi

nel grave vino l’ultimo sapore.

Chi non ha casa adesso, non l’avrà.

Chi è solo a lungo solo dovrà stare,

leggere nelle veglie, e lunghi fogli

scrivere, e incerto sulle vie tornare

dove nell’aria fluttuano le foglie.

 

Poeta J. W. Goethe, in Antologia della poesia tedesca, , 1991.

Canto notturno del viandante (Wandrers Nachtlied):

 

Tu che appartieni ai celesti,

che plachi ogni gioia e dolore,

che colmi chi è tanto più misero

di tanto maggiore sollievo:

sono stanco di trascinarmi!

Che valgono piacere e tormento?

O dolce pace,

vieni, vieni dentro il mio petto!

 

POST X, 12.5.2008, Montecastelli Pisano, poeta F. Hölderlin, in Antologia della poesia tedesca, , 1991.Canto del destino di Iperione (Hyperions Schicksalslied):

Ma a noi non è dato

riposo in un luogo o nell’altro,

svaniscono, cadono

gli uomini in pena

da un’ora

all’altra, alla cieca,

come l’acqua da roccia

a roccia gettata

per secoli, giù nell’incerto.

 

Poeta G. Trakl, in Antologia della poesia tedesca, , 1991. Versione di Carlo Groppi.

Estate (Sommer)

 

A sera tace il lamento del cuculo nel bosco.

Nel campo il grano maturo si piega,

occhieggia il rosso papavero.

 

Nubi scure s’addensano improvvise

minacciando il temporale sulla collina.

Muore sulla proda del campo

la vecchia canzone del grillo.

 

Dopo un brivido, restano immote le foglie

del castagno, sulla scala a chiocciola

fruscia il tuo vestito.

 

Svanisce il lume della fioca candela

nella buia stanza, una mano diafana

l’ha spenta.

 

Notte quieta di stelle, senza vento.

 

POST IX, 11.5.2008, Solaio, Anqua,  poeta Carlo Groppi “Ora mi pare tutto il mondo vuoto”, inedita.

Poeta R. M. Rilke, Lamento di una monaca (Nonnen-Klage), in Poesie, traduzione di G. Pintor, Einaudi, 1955.

 

Gesù Signore – hai tutte

le donne che tu ami.

Il mio grido che importa

se si perda o ti chiami?

 

Si perde in un lamento

e lo spazio lo strema.

Altre voci tu senti;

non t’ingannare: appena

 

dal mio cuore mi accosto

al mio viso che canta.

E vorrei farti male,

Signore, ma mi manca

 

l’animo: se sollevo

verso te la mia pena

subito ricade mite

e fredda come neve.

 

POST VIII, 9.5.2008, Castelnuovo di Val di Cecina, poeta O. Loerke, in Antologia della poesia tedesca, Mondadori, 1991.

 

Vecchio muro ( Altes Gemäuer)

                                                                   

Una muraglia si sbriciola nel silenzio e l’erbaccia

delle sue commessure si sprofonda, si alza:

il medioevo in lei senza moto rimane

l’antichità in lei non lascia tracce.

 

Le erbe delle fessure si sollevano e sprofondano

quando storpi di vento in quella calma zoppicano.

Passano accanto, non hanno bastone che valga

a risvegliare la giovinezza in quella muraglia.

 

Forse è la nostra fantasia, il suo passato, e costruimmo scale

per entrare nelle ombre di un’epoca spettrale.

Forse Dio ci diede spazi di tempo

ma il mondo non è capace di risveglio.

 

Poiché è tutto gia sveglio, quello che è intorno a noi,

leggero come una pannocchia e greve come un muro di mattoni.

L’arca del passato che creammo,

di giorno, di notte,

il carico del futuro sopra slitte

di nuvole, che pattini non hanno.

 

Poeta B. Brecht, in Poesie, 1933-1956, Einaudi, 1977. Inno infantile (Kinderhymne):

 

Non risparmiate garbo né fatica

né passione o intelligenza

perché una buona Germania fiorisca

come ogni altra buona terra.

 

Che i popoli, come davanti

a un’arpia non divengano smorti;

ma ci porgano le mani

come a tutti gli altri popoli.

 

E non vogliamo dominare

gli altri o essere da meno,

dal mare fino alle Alpi

dall’Oder fino al Reno.

 

E in quanto la rendiamo migliore

dobbiamo amarla e proteggerla;

e la più cara ci potrà sembrare

come agli altri la loro terra.

 

Poeta R. M. Rilke, in Poesie, tradotte da G. Pintor, Einaudi, 1955, dai Sonetti a Orfeo, I, 14 (Aus Sonetten an Orpheus):

 

Tu pensi fiori, grappoli, tralci…

Certo non parlano questa più timida

lingua dei mesi. Dal buio una varia

ricchezza sorge, e ha il colore d’invidia

 

Dei morti: ai morti si nutre la zolla.

Noi che sappiamo di tante fila?

Da molto tempo certo la molle

creta sopporta un’impronta sottile.

 

Ora ti chiedo: dànno di cuore?

E’ questo il frutto di un’opera lenta

di schiavi a noi che restiamo i signori?

O sono loro i padroni: chi giace

alle radici e ai noi manda in silenzio

un suo superfluo vigore di baci?

 

POST VI, 6.5. 2008, Le Cornate di Gerfalco, poeta T. Storm, in Antologia della poesia tedesca, , 1991.

Sulla landa (über die Heide):

 

Risuona il mio passo sopra la landa;

sordo, dalla terra, mi accompagna.

 

L’autunno è venuto, la primavera remota –

tempo felice vi fu mai una volta?

 

Fumi di nebbia, spettrali, all’intorno;

è nera l’erba, il cielo così vuoto.

 

Non fossi mai venuto qui, di maggio!

Amore e vita, - tutto è passato!

 

Poeta J. W. Goethe, in Antologia della poesia tedesca, , 1991.

E’ un piacere squisito tenere tra le braccia…(Wonniglich ist’s, die Geliebte…)

 

…E’ un piacere squisito tenere tra le braccia quella che desideri

quando col battito del cuore ti confessa la prima volta d’amarti…

 

POST V, 5.5.2008, Santuario del Frassine, poeta C. F. Gellert, in Antologia della poesia tedesca, Mondadori, 1991.

La natura glorifica Dio (Die ehre Gottes aus der Natur)

 

I cieli esaltano la gloria dell’eterno,  il suo nome

rinviato dall’eco dei cieli risuona.

Lo esalta la terra, i mari ne cantano la lode.

Ascolta, uomo, la divina parola!

 

Chi regge dei cieli le stelle in numeri?

Chi guida fuori della sua tenda il sole?

Viene e dà luce, e ci sorride da lungi

E corre la sua via, simile a un eroe.

 

POST III, 3.5.2008, Micciano, Monterufoli.

 

Poeta M. Opitz, in Antologia della poesia tedesca, Mondadori, 1991.

La bellezza di questo mondo trascorre ( Schönheit diesel Welt  vergehet)

 

La bellezza di questo mondo trascorre

come un vento che non ha soste,

come il fiore che a stento si disserta

e subito guarda verso la terra,

come l’onda che appena arriva

e subito riprende la sua via.

Quale sarà il mio giudizio? Il mondo

non è che vento, fiore, onda.

 

Poeta J. C. B von Eichendorff, in Antologia della poesia tedesca, , 1991.

La solitaria (Die Einsame)

 

Se fosse buio, giacerei nel bosco,

nel bosco il mormorio è così dolce

con il suo manto di astri

lì mi ricopre la notte.

Vengono a me i ruscelli:

che ormai io stia dormendo?

Non dormo, no, gli usignoli

Ancora a lungo sento.

Se le cime su di me si piegano,

tutta la notte echeggia,

sono i pensieri nel cuore, che cantano

quando nessuno veglia.

 

POST II, 1.5.2008, Volterra,  poeta G. Trakl, in Antologia della poesia tedesca, , 1991.

Infanzia (Kindheit)

 

 

Piano, scricchiola una finestra aperta; alle lacrime

Muove la vista del cimitero decrepito sulla collina,

ricordo di leggende narrate; ma talora l’anima si rischiara

quando pensa a liete creature, giorni primaverili d’oro antico.

 

Poeta G. Batistini (1914 – 1998), in Du’ risate con Tista, Ed. Migliorini, Volterra, 2002, nel testo.

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venerdì, 23 maggio 2008

KENNST DU DAS LAND?...

ITINERARIO POETICO NELLE COLLINE METALLIFERE TOSCANE

XIX (e ultimo)

 Sasso Pisano o di Maremma.

 

Oltrepassato il ponte sul fiume Cornia si sale rapidamente tra prati e vigne per qualche chilometro fino a trovare un bivio a destra con l'indicazione "Bagnone del Sasso". Seguiamo la strada sterrata fino ad incontrare i resti di quelle che furono le famose Aquae Populoniae, le antiche terme etrusco-romane costruite nel II° secolo a.C. e in attività almeno fino al III d.C. E'uno dei siti archeologici più inconsueti e suggestivi perchè ritroviamo l'equivalente soltanto in Asia Minore. L'area è ancora in corso di scavo, ma le acque termali vi sgorgano copiose e molti "naturisti" vi son soliti prendervi un bagno salutare e afrodisiaco. Oggi si fa strada l'ipotesi che proprio in questo luogo sia stato trasferito l'ultimo Santuario del popolo etrusco prima del tracollo definitivo e del totale assorbimento della loro civiltà da parte dei romani. Quando i raggi radenti e caldi del sole al tramonto illuminano le pietre squadrate delle fondazioni, le colonne crollate e gli intonaci ocra delle vasche termali, riusciremo talvolta a captare il flusso vitale dell'energia cosmica della storia ed a sentirci parte inscindibile del suo scorrere. Distesi tra l'erbe fluenti o immersi nelle acque caldissime ci sentiremo a poco a poco pervasi da quel benessere che a lungo, invano, avevamo cercato. Il nostro viaggio, l'angoscia del perdersi, sono giunti alla fine: ci siamo ritrovati.

Con l'animo leggero riprendiamo il cammino verso il piccolo e appartato borgo di Sasso Pisano o Sasso di Maremma. Attraversando i "Lagoni", sede delle antiche manifestazioni geotermiche e di una delle più ricche fabbriche dell'acido borico di Francesco De Larderel, ci fermiamo ad osservare notevoli manifestazioni geotermiche naturali che si trovano accanto alla moderna cappella realizzata dall'architetto Giovanni Michelucci negli anni '50. La piccola costruzione rappresenta un elemento molto importante nel percorso creativo del grande artista che proprio da qui, rompendo vecchi schemi, trasse nuova linfa per realizzare l'ultima sua grande opera: la chiesa dell'”Autostrada del sole” a Cadenzano, presso Firenze. Il borgo medievale del Sasso con il cassero costruito sulla bianca pietra, con le memorie religiose di San Rocco e di San Guglielmo, con il verde del suo grande bosco di castagni, con le sue numerose sorgenti termali, vi offrirà silenziosamente e teneramente l'arrivederci. E se il periodo del vostro soggiorno cadrà tra luglio e agosto potrete sedervi al fresco ai tavoli della "Festa dell'Unità" e meravigliarvi di quanti vostri connazionali siano presenti. Moltissimi stranieri hanno scelto di vivere in queste terre e nel Comune di Castelnuovo Val di Cecina, in questo periodo, circa l’8% della popolazione è composta da cittadini di lingua tedesca. Ma non potrete partire se non prima di aver cenato al Tinaio, un ristorante tipico curato con amore da Giuseppina assaporando le sue fenomenali ricette preparate con prodotti locali delle varie stagioni dell’anno: funghi, cinghiale, formaggi e ricotte, ragù e salse di pomodoro fresche e odoranti di aromi, selvaggina e pesci, pizze e deliziosi dessert. Poi, via verso Massa Marittima, insieme a Volterra l'altra perla dei questa regione. Domani sarà un altro giorno.

 

Glänzen sah ich das Meer, und blinken die liebliche Welle;

Frisch mit günstigem Wind zogen die Segel dahin.

Keine Sehnsucht fühlte mein Herz; es wendete rückwärts,

Nach dem Schnee des Gebirgs, bald sich der schmachtende Blick.

Südwärts liegen die Schätze, wie viel! Doch einer im Norden

Zieht, ein grosser Magnet, unwiderstehlich zurück.

 

Brillar vedevo il mare, con lampi di piccole onde;

Filavano al buon vento le baldanzose vele.

Non avevo nel cuore nessun desiderio; ma tosto

Il mio sguardo si volse alla neve dei monti.

Nel sud quanti tesori! Ma a nord ce n’è uno che indietro

Prepotente mi attira, come un grande magnete. (24)
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giovedì, 22 maggio 2008

KENNST DU DAS LAND?...

ITINERARIO POETICO NELLE COLLINE METALLIFERE TOSCANE

 

XVIII

 

Leccia 

 

      Ritornati indietro sulla strada verso Larderello, al bivio del “Poggetto Rosso”, prendiamo a destra per Sasso Pisano. Si attraversa una piacevole campagna punteggiata da pecore alla pastura. Dopo alcuni chilometri una piccola strada a sinistra ci porta al minuscolo borgo della Leccia, già possesso del Vescovo di Volterra nel XII secolo e dominio di una donna, la Contessa Willa, di chiara origine longobarda. Una stradina silenziosa lo attraversa tutto, dal bastione alla piazzetta della cisterna, alla chiesa di San Bartolomeo che conserva una pregevole acquasantiera. Dal muro che guarda la valle o oriente scorgerete il bianco Santuario eretto in uno stile che ricorda le costruzioni andine, cioè un porticato con ampie volte su possenti bastioni; non vi sorprenda perché la sua costruzione fu affidata, alla fine del XVI secolo, ad un valente artista, nativo del luogo, ma operante nell’America del Sud e in altri paesi d’Europa, Matteo di Pierantonio Godi (o Gondi) da Leccia.  E’ in questo Santuario che si conserva l’antica e artistica tela raffigurante la Madonna del Libro, un'immagine inconsueta nell'iconografia mariana. La Madonna protegge le campagne dalle improvvise grandinate e, soprattutto, i preziosi vigneti ed oliveti. Grande fama hanno sempre avuto il vino e l'olio della Leccia! Non sappiamo dove, esattamente, ma fu proprio nella selva della Leccia che la Madonna apparve ad una bambina tredicenne, Antonina Angelini. Benché il fatto sia stato riportato da molte fonti coeve e attendibili; stante forse lo spopolamento dell'area, non ha assurto alla fama e alla devozione di altre più o meno simili apparizioni, e il processo aperto davanti al Vescovo di Volterra nel 1475 non si è ancora concluso, né con un verdetto favorevole alla veridicità del “miracolo”, e nemmeno contrario. Forse ci vorranno ancora altri secoli affinché la Chiesa dica l’ultima parola e, forse, attendendo altri miracoli, i quali, guardando i perigliosi tempi che ci stanno davanti non mancheranno di certo. Ma, sediamoci all'ombra del pergolato del Circolo e gustiamo un fresco bicchiere di vino locale con un piatto di pane, buristo, cacio pecorino e prosciutto. L'ombra della meridiana che tenderà ad allungarsi non ci metterà ansia di partire. Il nostro viaggio si avvicina ormai alla sua conclusione.

 

Mein Leben ging – Herr Jesus.

Sag mir, Herr Jesus, wohin?

Hast du es kommen sehen?

Bin ich in dir drin?

Bin ich in dir, Herr Jesus?

Denk, so kann es vergehn

Mit dem täglichen Schalle.

Am Ende leugnen es alle,

keiner hat es gesehn.

War es das meine, Herr Jesus?

War Jesus, bist du gewiss?

Ist nicht eine wie eine,

wenn nicht irgendein Biss

eine Schramme zurücklässt, Herr Jesus?

Kann es nicht sein, dass mein

Leben gar nicht dabei ist?

Dass es wo liegt und entzwei ist,

und der Regen regnet hinein

und steht drin und friert drin, Herr Jesus? (24)

                                                                                                        (continua)

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giovedì, 22 maggio 2008

PALERMO

23 maggio 1992, ore 17,58

GIOVANNI FALCONE

ASSASSINATO

 

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http://palermo.blogolandia.it/2008/05/21/23-maggio-1992-ore-1758-tu-doveri/

 

Bertolt Brecht: Unsere Niederlangen beweisen nichts (Le nostre sconfitte non provano nulla).

 

Se quelli che lottano contro l’ingiustizia

mostrano i loro volti feriti

grande

è l’impazienza di coloro che stanno al sicuro.

Perché protestate? chiedono.

Avete lottato contro l’ingiustizia! E adesso

siete stati vinti.

Tacete, dunque.

Chi lotta, deve saper perdere!

Chi attacca briga, si mette a rischio!

Chi insegna la violenza

della violenza non può lagnarsi!

Oh, amici

che ve ne state sicuri,

perché ci siete così ostili? Siamo

vostri nemici, perché nemici dell’ingiustizia?

Se chi lotta contro l’ingiustizia è vinto,

non per questo l’ingiustizia ha ragione!

In realtà le nostre sconfitte

Non provano nulla, se non che

Siamo troppo pochi

noi che lottiamo contro gli iniqui

e da chi sta a guardare aspettiamo

che almeno si vergogni!

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categoria:giovanni falcone, palermo, brecht
mercoledì, 21 maggio 2008

Gracias a la vida que me ha dado tanto…

 

 

Ieri sera, alla fine di un giorno freddo e piovoso, sono finalmente uscito da casa per andare, come dice mia moglie, “a socializzare”! Ma con chi? In questo luogo disperato? Lentamente, insensibilmente, mi accorgo di essere diverso, sono un’altra persona da quella che tutti conoscevano. Non ho più quelli che si chiamano “amici”, anche se “amico” ha un concetto ed un valore assai più profondo dei semplici “conoscenti”, o “compagni”, qual’erano in molti, prima. Questo villaggio è cambiato! Mi dico per farmi coraggio. Tanti extracomunitari, donne giovani musulmane che non danno confidenza ad un vecchio, bambini già sospettosi di adulti che sorridono, pensando ai “mostri” ed ai “pedofili” di cui sono piene le cronache televisive. E poi, di cosa parlare? Della quotidianità politica non m’interessa; dei pettegolezzi in evidenza, nemmeno; di lamentazioni sulle tasse e sulle pensioni sempre più a rischio di farci precipitare, dallo scalino della sicurezza, a quello della miseria,  non ho voglia di discutere, non servirebbe a nulla; tanto più non mi interessano le invettive contro chi ci “governa”, oppure contro i nostri antichi alleati “traditori”. Sterili lamentazioni. Ma, allora, di cosa vorrei parlare? Non lo so bene. Sono confuso. E infine non amo parlare di malattie e persone morte…Mi deprime. Vorrei parlare con chi rivolge una parola affettuosa al mio vecchio cane che spesso mi accompagna, con chi si ferma ad ascoltare il canto d’amore di due uccelli sui platani al bordo della strada, a chi, camminando, canta sottovoce una canzone, a chi guarda il cielo, le nubi, le foglie, le rose che s’infradiciano, il lillà che fa cadere i suoi fiori, e in cuor suo s’allegra d’esserci…a chi, non conoscendomi, mi guarda negli occhi e mi sorride…Ma cosa dire? Ora ho in mente il verso di una canzone che canta Cesaria Evora in “Perseguida”: “la nostra vita è un romanzo d’amore senza fine…”. Vorrei dire: ami la voce languida di Cesaria? Vorrei vivere laggiù, al Café Atlantico, a Capo Verde. Certo sarei guardato con stupore! E, allora, se raccontassi che ormai sto ultimando l’annosa raccolta dei proverbi licenziosi? Ancora peggio! Chi l’avrebbe immaginato, uno come Carlo, che è stato Sindaco? Figuriamoci se dovessi parlare delle poesie che ho scritto e che scrivo: demenza senile…Inoltre, come poter spiegare che la poesia, anche se nessuno l’avverte, proprio come gli angeli e i demoni e l’algebra, riempie tutto lo spazio intorno a noi? A noi che non la sappiamo riconoscere? Ma non è tutto un rosso deserto la vita, no, per fortuna! Anche se chi pizzica le corde della mia chitarra è lontano, “en el azul infinito de la distancia”. Ad esempio, all’ultima ora di libera uscita, ho trovato Uwe e Hildegard, due antichi amici di Hamburg, che gentilmente mi avevano aiutato a svolgere una complicata ricerca sui criminali nazisti negli Archivi tedeschi. Anche se ci vediamo una o due volte ogni anno, riusciamo a metterci in sintonia, parlando di musica, poesia, usi e costumi popolari, gastronomia…proprio mi ci volevano! Ma non sono, in realtà, così triste. No. Al contrario, questa settimana è un tempo felice e una dolce, creativa, meravigliosa amicizia, non è finita ma s’è rafforzata! E’ la poetessa insospettata, quella che sulla spiaggia del mare cammina tra le onde leggere, raccogliendo conchiglie ed ascoltando il mormorio del vento dalla valva vuota. Allora penso a Violeta e mormoro “Gracias a la vida que me ha dado tanto”.
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mercoledì, 21 maggio 2008

KENNST DU DAS LAND?...

ITINERARIO POETICO NELLE COLLINE METALLIFERE TOSCANE

XVII

Serrazzano

 

      Ovunque ci troviamo conviene seguire la strada regionale 439 raggiungendo proprio al suo bordo, nei pressi della grande centrale geotermoelettrica (quella con quattro torri refrigeranti),per ammirare una delle più vetuste costruzioni religiose di tutta la regione: la premillenaria pieve di Morba, costruita in stile romanico, dedicata a San Giovanni Battista e già menzionata in documenti a partire dell'anno 986. La Pieve è attualmente degradata e ridotta, in molte sue parti, quasi rudere, e nessun serio intervento di arrestarne il declino e renderle dignità di “monumento della memoria collettiva” s’intravede. Converrà fare il giro completo dell'edificio per osservare l’abside e l’alternanza di cotto e pietra nella costruzione, ed entrate  dalla porticina posta ad est a visitare le imponenti fondamenta. Se ci saranno i cani non vi fate intimorire dai loro latrati, sono alla catena, ma stateci alla larga. Ripresa la strada si prosegue seguendo le indicazioni: Serrazzano.  Subito dopo il bivio tra la strada 398 e la 439 potrete osservare la moderna centrale geotermoelettrica “Valle Secolo” e lo sviluppo imponente delle argentee tubazione che convogliano il vapore endogeno alle sue potenti turbine. Arrivati al bivio del “Poggetto Rosso”, svoltate per Serrazzano. Lungo il percorso si godono ampi panorami sulla valle del Fiume Cornia (l'antico e mitico Lynceus) coi suoi vapori geotermici, i villaggi e le torri. Più lontano il mare, con Piombino e l'Isola d'Elba.  Entriamo nel villaggio di Serrazzano dalla parte meno pittoresca perchè il Castello e il Borgo sono costruiti su uno sperone miocenico che domina l'altro versante. Lasciamo la macchina prima di addentarci alla scoperta di questo suggestivo angolo di medioevo vivente, condotti per mano dalla magia descrittiva di Claudia Vallini, paesana e nostra carissima amica:"…Serrazzano, di notte, è una scura e maestosa massa circolare, attorniata da una corona gemmata dai lampioni del borgo e stellata da occhi qua e là illuminati, rivolti verso le pendici meridionali del colle. Questi occhi, che l'alba trova già schiusi, sono le finestre di antiche case che strette l'una all'altra costituiscono il castello: case minuscole e fumose, dalle ritte scale umide, dagli enormi davanzali sui quali antiche fanciulle agucchiavano interminabili corredi da sposa. Le case escono su stretti vicoli e ripide rampe che salgono al punto più alto del castello dove, oltre mille anni fa, i Longobardi costruirono la loro rocca e una piccola chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, guerriero principe degli angeli. Mille anni di miseria e soprusi, mille anni di quotidiana vita di vicolo ad usci aperti, condividendo gioie e dolori, mille anni di burlette e di beghe con chi, magari (i nomi non si fanno) sta’due usci sopra il mio! Resti delle antiche mura separano tuttora il Castello dal Borgo circostante; nella cinta, oltre l'ingresso carrabile dell'imponente frantoio costruito sul galestro, si aprono tre porte di cui restano gli archi: la più caratteristica è la Porta Spina a nord-ovest; vi si accede di borgo tramite scale, un tempo larghe e molto basse per consentire l'accesso ad un unico quadrupede, spesso un bigio asinello che aveva stalla proprio nel buio ed angusto cunicolo sotto la Porta che esce su un chiassetto racchiuso dalle mura oblique e smussate delle case. Da qui si sale in Piazzetta dove la nuova cisterna di recente costruzione fatica a rimpiazzare, nel ricordo di molti, quella antica a cupola, sul cui largo bordo circolare, generazioni di bimbi hanno giocato a "chi trovo butto giù". Nell'atmosfera attonita di queste austere mura, il verso meccanico di un pettirosso fa rimbombare esageratamente le deserte stanze di Villa Beltrami e le basse case che danno sulla Piazzetta, prolungandosi poi nel vicolo disabitato persino dagli sdutti gatti di un tempo, che sgusciavano via fulminei e ladri. E se non fosse per la chiesa, la parrocchiale di San Donato dalle trecentesche volte a crocera, solo i rari e radi abitanti del Castello salirebbero su per la ruga, il cui selciato cinquecentesco è andato perduto per sempre. Signore di Serrazzano è rimasto il vento, l'eterno vento di sempre, che porta via le vecchie tegole e ne riempie la Ruga, o quel vento struffaglione che non si sa bene da dove provenga, ma solo che effetto ha sui passanti; poi c'è quello, definito con precisione davvero scientifica, "vento di Casternovo". E quando non soffia il vento, il tempo è buzzone e non si sa cosa cova: avvicina dalla parte del mare i barconi di nuvole...Ed è sempre il vento, quello di primavera che avvicina il profumo dei fiori del castagneto...Ma la magia d'estate dei castagni stava in quella sospirata passeggiata per prendere l'acqua fresca al Fontino, testimone di belle risate e di dolci promesse...D'autunno poi quando le foglie dei castagni hanno il colore dei fiori, i vecchi si recavano con passo lento e le mani incrociate dietro la schiena ricurva, ad alimentare con grossi ceppi, il fuoco lento dei seccatoi. L'aroma di quel fumo che sfuggiva timidamente dal tetto lasciava quasi pregustare il sapore del neccio, del castagnaccio e della minestra di biscottini, cioè le castagne seccate e sbucciate con la mazzaranga. Il tempo dell'uva era passato da poco e Asia Castellini, la nostra poetessa (per un approfondimento vedere: POST 29 febbraio 2008, ASIA&DANTE ALIGHIERI: SPOSI), ben descrive il vigneto spoglio, emblema del ciclo della natura e della vita:

 

“...i grappoli, vezzi d'ambra e di rubini

quanta ricchezza dalle vigne spoglie

è la terra così: che dà, che toglie

ritesse infaticabile i destini...” (24)

                                                                                                         (continua)
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categoria: , serrazzano, asia castellini, claudia vallini, pieve di morba
martedì, 20 maggio 2008

KENNST DU DAS LAND?...

ITINERARIO POETICO NELLE COLLINE METALLIFERE TOSCANE

XVI.

 

Larderello

 

Uscendo da Montecerboli si prende il rettilineo a sinistra che porta direttamente sul ponte monumentale di accesso a Larderello. Il ponte fu costruito da Francesco De Larderel nella metà del secolo XIX, molte volte rimaneggiato fu distrutto durante la seconda guerra mondiale e ricostruito nelle forme originarie. Seguite le indicazioni "MUSEO DELLA GEOTERMIA" dove troverete personale specializzato che vi accompagnerà nella visita guidata, al Museo, alla Piazza, ai plastici e mappe ed al "soffione". Vi sarà mostrato un filmato didattico sul fenomeno geotermico e sulla storia di Larderello e fornito materiale illustrativo in varie lingue. Chiedete gentilmente di visitare la Chiesa dello Stabilimento, esempio notevole di edificio sacro in area industriale. Larderello è un luogo insolito e affascinante anche se ha ormai perduto l'antico fascino di Villaggio-fabbrica Ottocentesco da quando fu ristrutturata (1954-1959),la parte industriale, separandola da quella civile con la costruzione del moderno centro residenziale intorno agli impianti sportivi e ricreativi ed alla nuova chiesa progettata dal grande architetto fiorentino Giovanni Michelucci. E' praticamente impossibile trasmettere al moderno turista le nozioni, le emozioni e le informazioni che riguardano Larderello e lo sfruttamento geotermico. Chi scrive vi ha lavorato per quaranta anni (1951-1991) dedicandogli non solo “il lavoro”, ma fotografie, articoli pubblicati su giornali e riviste, poesie ed un libro di storia. Se siete appassionati di queste problematiche cercate alla Biblioteca Comunale di Volterra o nelle edicole e librerie della zona i libri di: Raffaello Nasini, Renzo Martinelli, Bocci-Mazzinghi, Carlo Groppi. Oppure consultate la rivista "La Comunità di Pomarance" presso la sede della "Pro-Pomarance" chiedendo, nella omonima località, di Giorgio Fanfani o Jader Spinelli.

Prima della cena e del pernottamento, che vi consigliamo effettuare presso uno dei numerosi “agriturismo” nel dintorni di Montecerboli-S.Ippolito, fermatevi a visitare le antiche terme "Aquae Volaterranae" (oggi Bagno al Morbo) poste sulla strada che porta a Castelnuovo. Già ricordate sulla più antica carta stradale dell'occidente, la "Tabula Peutingeriana", conservata nel Künstistoriches Museum di Wien. Queste Terme furono famose al tempo di Lorenzo de’ Medici, ossia Il Magnifico, registrando ogni anno il suo soggiorno, quello della sua famiglia e della brigata di umanisti che lo accompagnava. Pittori, poeti, storici, musicisti. Qui Lorenzo compose il suo poema “Ambra”, notevole esempio poetico nella storia della letteratura italiana e qui sua moglie Lucrezia Tornabuoni si scambiava poesie con amici letterati. Qui correva Michele Marullo, per incontrarsi con la donna che amava e che era sua sposa, Alessandra Scala. Pochi resti vi ricorderanno gli antichi splendori, ma il soffio creativo della memoria che ancora aleggia nel piccolo giardino e sotto  gli alberi di leccio vi ammalieranno per un breve istante. Purtroppo le antiche Terme son crollate e in disuso e così quelle, sorte poco lungi, della Perla, chiuse da anni. Le banali e volgari scritte con vernice colorata sulle porte e sui muri, ci faranno riflettere sull’imbarbarimento della nostra tanto enfatizzata “civiltà moderna” che è capace di distruggere in pochi decenni vestigia e memorie antiche di millenni! Le sagome possenti delle torri refrigeranti delle centrali elettriche non vi siano minacciose: le centrali sono praticamente ferme e sostituite da nuovi impianti moderni ubicati in aperta campagna, tuttavia esse non avevano nulla a che fare con i loro sosia delle centrali nucleari: servivano solo a diminuire la temperatura dell'acqua che in ciclo chiuso raffreddava le turbine. L'odore caratteristico di "uova marce", o meglio idrogeno solforato, presente nell'atmosfera, non provoca nessun danno né alla vita animale né a quella vegetale. Dormite dunque sereni.

 

 

E’ in questa grande “Fabbrica”, la più importante, con i suoi 2000 dipendenti ed altre migliaia di operai delle Ditte appaltatrici, della Toscana, tra la Piaggio di Pontedera e le acciaierie di Piombino, ch’io sono cresciuto dando un senso compiuto a tutta la mia vita. Consentitemi dunque cari amici lettori una breve divagazione con alcune memorie e una poesia, tra le tante che ho scritto, a Lei dedicate.

 

All’età di 11 anni, agli inizi del mese di gennaio 1950, partecipai alla prima vera e propria “lotta” di protesta per l’uccisione, durante una manifestazione sindacale, di sei operai modenesi, vittime della repressione scatenata dal ministro degli interni, Mario Scelba. Frequentavo la quinta classe elementare. Quasi tutti i maschi, ed anche molte femmine, lasciammo l’aula e la sbigottita maestra Didi, recandoci al vecchio campo sportivo del Monte e là, con i due o tre alunni più bravi che si autonominarono “maestri” (tra i quali c’ero anch’io), improvvisammo una lezione “autogestita”! Posso affermare che da quel momento non ho più cessato di “lottare”. Non sempre in forme così pure ed eclatanti, spesso, anzi, con timore e per degli obiettivi più ambigui dettati da una visione settaria o, comunque, di “parte” in quella sinistra e, soprattutto, della Cgil e del Pci, in cui militavo. Ho lottato, comunque, sempre unito alle grandi masse popolari e operaie, in forme pacifiche, democratiche e costruttive, per interessi nazionali di riscatto e di progresso sociale, culturale, economico. Ho lottato per la pace e per la libertà, contro tutte le guerre e contro tutte le oppressioni. Ho infine cambiato pelle, più volte, come un serpente, spogliandomi dei dogmi, del settarismo e dell’odio. In anni più recenti ho infine diretto tante lotte, come dirigente comunista e sindacalista. Ma, soprattutto, ho cercato di innalzare il livello culturale, umanistico, dei soggetti più deboli della società. E, come “ultima lotta”, ho lottato incessantemente contro “me stesso”, contro ciò che di brutto e di cattivo continuava a covarmi dentro, vigile come una sentinella per non permettere che “il sonno della ragione” mi soggiogasse. E proprio questa è stata e resta la lotta più vera della mia vita.

 

Che l'uomo cresca forse non t'importa.

 

Con la mia sommessa voce

dico talvolta agli uomini

i dubbi, le angosce, le speranze

di vivere la vita ogni giorno

uguale e diverso insieme,

la fatica del gesto e del pensiero monotono,

la fedeltà che scava fossati

tra chi il nuovo intende

e soffre e lotta

per rompere la trama degli inganni

e chi a labili mode s'adegua

o a caduche glorificazioni viventi

- l'uomo ha ancora bisogno d'eroi! -

alza pugni e bandiere e canti.

 

Mentre passeggio tra le tamerici

che verdeggiano nella calura estiva

di questa piazza così cara al mio cuore,

solitario

dietro un verso giovanile,

tra l'erba cercando

un nido o un fiore,

o di un antico marmo leggendo

parole,

o in altre e tante fantasticherie assorto,

tu passi-caro amico- e mi vedi

e certo pensi

a quanto sono stupido.

Eretico? Non credo,

forse troppo schivo e poco sicuro,

per un dirigente di partito

sempre efficiente

che sente la vita

come una missione.

 

Ma sono anch'io della partita

per quell'amore di un tempo

che ogni giorno rinasce

e con la speranza mi avvince

(un sogno vano?)

del futuro felice.

Anch'io lotto - a mio modo -

contro il sonno della ragione

che genera mostri,

contro avversari insidiosi

che ci attendono al varco

ad ogni istante...

ma tu altri nemici hai:

ti volgi a questi minaccioso

con l'arco teso

e parole roventi:

che l'uomo cresca forse non t'importa

ma speri

che la vittoria sia solo nostra.

 

Ahimè quanto piccola

e quanti pianti,

tristi giorni, dubbi,

angosce e solitari tormenti

dai desideri che agitano

il tuo cuore;

eppur sicuro

il tuo cammin s'avanza

e fiero sei

di trasformare il mondo.

 

Canzone, io t’ammonisco

eppur ti slaccio volentieri

nel vento della sera

che tiepido va incontro all'autunno,

a ritrovar le forme i suoni

gli strumenti;

son vivo, amo e penso:

versi scriverò ancora in futuro

e mi rattristo

di non farti contento. (23)                                                        (continua)

postato da: karl38cg alle ore 14:29 | Permalink | commenti (1)
categoria:sindacato, fabbrica, geotermia, larderello, piazza leopolda
martedì, 20 maggio 2008

KENNST DU DAS LAND?...

ITINERARIO POETICO NELLE COLLINE METALLIFERE TOSCANE

XV.

Montecerboli

 

      Ritorniamo verso sud sulla regionale 439, direzione Massa Marittima, e superato il bivio per Siena, quando la strada comincia a risalire entrando in una stretta gola boscosa, lasciamo la macchina sulla sinistra in uno slargo prossimo ad un tabernacolo. A piedi imbocchiamo un sentiero chiuso da una sbarra metallica sul lato opposto al parcheggio, e dopo qualche centinaio di metri giungiamo alle antichissime terme di San Michele, un tempo molto famose per le proprietà curative nelle malattie reumatiche e della pelle. L'acqua non più incanalata e raccolta scorre per vie sotterranee ma il luogo è ancora oggi di una selvaggia bellezza. E' sovrastato dai ruderi del Convento di Spartacciano o "San Michele delle Formiche" da una leggenda che ancora vi si tramanda. Infatti allorché l’antica campana del Convento, pericolante di crollo, fu portata sul campanile di Pomarance, sciami di formiche alate, nel giorno di San Michele, sciamavano dal monte attratte dal suono dell’amica campana…per secoli e secoli!

Ripresa la strada 439 giungiamo a Montecerboli. Non facciamoci ingannare dalla modernità del villaggio disposto lungo la via carrozzabile, ma imboccando via Ginori scendiamo fino ai piedi del castello medievale che conserva ancora tratti delle mura, la porta e la chiesa dedicata a San Cerbone. Poco prima della porta chiediamo del signor Umberto Rossi pregandolo di farci visitare le sue collezioni antropologiche, testimonianza della vita paesana tra Otto e Novecento. Amorevolmente raccolte e custodite queste collezioni sono di eccezionale valore. Si può affermare che tutto il Cassero del castello sia ormai diventato un meraviglioso e vivo museo, con le sue chiese, il frantoio, il forno,la casa del calzolaio, la “camera degli sposi”. Lasciate un piccolo compenso per la manutenzione degli oggetti e per l'affabile cordialità con la quale sarete accolti. Non trascurate inoltre di meditare sulla “santità” del luogo. Infatti, benché poco conosciuto e forse dimenticato, proprio qui avvenne “il miracolo di San Attanasio”, miracolo che sventò la distruzione del Castello da parte di truppe di soldati di ventura invasori. Poi, sempre a piedi, andate alla chiesa nuova, ossia Santa Maria delle Grazie, per ammirare l'opera d'arte pittorica più importante dell'alta Val di Cecina, il trittico di Coppo di Marcovaldo eseguito sul finire del XIII secolo per la Pieve di San Giovanni a Morba, raffigurante la Madonna tra S. Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista, ma degnatevi anche di osservare l'opera d'arte del pittore locale Mario Bargelli che ha realizzato l'immane tentativo di decorazione  del grande edificio. Se Mario, moderno Michelangelo, sarà rintracciabile, vi potrà essere guida preziosa. Se, infine, vorrete pranzare a buon mercato, prima della visita a Larderello, fermatevi al Self-Service “Il Cervo”: la cordialità degli addetti e, se sono presenti, dei fondatori, Edda ed Ilvo, vi meraviglieranno piacevolmente.

 

Ich hab in kalten Wintergarten,

In dunkler hoffnungsarmer Zeit

Ganz aus dem Sinne dich geschlagen,

O Trugbild der Unsterblichkeit.

Nun, da der Sommer glüht und glänzet,

Nun seh ich, dass ich wohl getan;

Ich habe neu das Herz umkränzet.

Im Grabe aber ruht der Wahn.

Ich fahre auf dem klaren Strome,

Er rinnt mir kühlend durch die Hand;

Ich schau hinauf zum blauen Dome –

Und such kein besseres Vaterland.

Nun erst versteh ich, die da blühet,

O Lilie, deinen stillen Gruss,

Ich weiss, wie hell die Flamme glühet,

Dass ich gleich dir vergehen muss! (22)        (continua)