Dina Ferri (Fine)
Domande degli alunni delle scuole elementari di Chiusdino ad Amilcare Ferri, 1980
Maestra di Chiusdino, Luisella Vagaggini
Ci può spiegare come era il carattere di Dina?
R. Rispondo con piacere e con grande commozione alle vostre domande poiché tutto ciò che riguarda Dina mi è particolarmente caro. Era chiusa, tanto che all’apparenza sembrava scontrosa e distante, mentre era timida e solitaria.
Che gusti aveva sua sorella?
R. Semplici, si contentava veramente di poco.
Come era fisicamente sua sorella?
R. Aveva un fisico perfetto del quale non si accorgeva neppure tanta era la sua modestia. Sul volto spiccavano gli occhi neri e profondi.
Quanti anni ci correvano tra Lei e Dina?
R. Quattro anni.
Lei andava d’accordo con Dina? C’era confidenza tra voi?
R. Andavamo d’accordo e andando insieme a guardare le bestie ci consigliavamo sul da farsi.
Da quante persone era composta la famiglia? E tra questi qual era il suo preferito?
R. Se ben ricordo eravamo in 11 (e per qualche tempo in 12). Il padre era per Dina il preferito, forse anche perché a lei più affine in quanto, pur non essendo mai andato a scuola, sapeva leggere e scrivere abbastanza bene.
In che condizioni economiche era la famiglia?
R. Le condizioni della famiglia non erano confrontabili con quelle della famiglia di oggi però, per quanto ricordo, in quel tempo i miei non erano economicamente peggiori degli altri.
Qual’era la vita dentro l’ambito familiare?
R. Si andava molto d’accordo pur non avendo nessun capo o (come si diceva allora) “capoccia”.
Fra i giochi che aveva quale preferiva?
R. I giochi a quel tempo non esistevano: per lei il ricamo e lo scrivere erano l’unico passatempo.
Che ricordi ha di sua sorella? belli o brutti?
R. I ricordi sono bellissimi perché lei, pur sentendosi portata verso una vita interiore, faceva di tutto per rendersi utile.
Ha un ricordo particolare di lei, ricorda l’episodio di quando si tagliò le dita?
R. Lo ricordo benissimo perché mi sostituì nel fare il trinciato alle bestie vaccine durante una mia assenza: ritornando dal paese incontrai mia zia piangente perché Dina si era tagliata.
Lei, che ricordi ha dei suoi genitori?
R. Ottimi: erano semplici, ma onesti e laboriosi.
Quali erano le compagne che Dina preferiva?
R. Il taglio o infortunio rappresentò una spaccatura profonda nella stessa vita di Dina perché cambiò il suo modo di vivere. Prima le sue compagne preferite erano le vicine che facevano pascolare, come lei, il gregge perché, pur variando il numero e la qualità del bestiame, i pascoli erano gli stessi; dopo andò a scuola a Chiusdino dove frequentò la IV e la V elementare e naturalmente le sue compagne furono quelle della classe, tra le quali ricordo Bianca Belli e Maria Grazia Biagini.
Ha qualche oggetto caro di sua sorella?
R. Una borsa di stoffa marrone che serviva a Dina per mettervi i libri ed i quaderni, era cioè quella che si può dire la sua cartella.
Come era considerata Dina nel paese?
R. Bene, perché era semplice e modesta.
Quando andava a pascolare?
R. Quando la stagione permetteva il pascolo del bestiame.
Che cosa faceva nelle vacanze d’estate?
R. Leggeva e scriveva nel tempo che guardava le pecore.
Quanto tempo dedicava alle sue scritture?
R. Non so precisarlo perché coincideva con il tempo del pascolo, durante il quale, come ho già detto, pensava e scriveva.
Sua sorella, quando viveva in famiglia, ha mai fatto leggere le sue opere?
R. Credo di si, al babbo, ma non ne sono sicuro.
Chi ha i quaderni dei racconti di Dina?
R. Un quaderno lo abbiamo in casa, il primo, ma un altro, nel quale scriveva quando era ricoverata nell’Ospedale di Siena, non l’abbiamo mai più visto.
C’era nessun altro in famiglia che avesse predisposizione per la poesia e lo studio?
R. Si, per lo studio tanto io che mia sorella Orietta, per quanto riguarda però la poesia o il modo di scrivere non esisteva con lei un confronto.
Era cambiato il suo carattere negli ultimi anni di vita?
R. Si molto, dovuto al cambiamento di abitudini e di vita. Prima all’aperto tra gente semplice e primitiva; poi rinchiusa in Collegio tra persone più istruite e sconosciute.
Che cosa pensava la famiglia sulle poesie di Dina?
R. Credo che nessuno si rendesse conto di che cosa potesse significare.
La famiglia come passò l’ultimo periodo della malattia di Dina?
R. Male, malissimo! Perché contrastata tra la bellissima intelligenza di Dina e la terribile malattia che la condusse alla tomba.
Che ricordi ha di quando sua sorella era all’ospedale?
R. Dolorosi, perché la vedevo soffrire e non potevo fare nulla per alleviare le sue pene. Ringrazio di cuore insegnante ed alunni per averla ricordata.
Lettera di Aldo Lusini a Santi Ferri, Siena , 24 giugno 1930.
Scritta a macchina su carta intestata Rassegna “La Diana”, Il Direttore.
“Carissimo Ferri,
Mi ebbi ieri la visita di sua sorella e di suo cognato, dolorosa quanto solo il mio cuore sa, e il plico delle lettere e degli scritti della povera Dina, da Lei mandatomi con dolorosa sollecitudine. Mentre affidai già alcune corrispondenze e dei libri ai Suoi congiunti, mi affretto a tornarLe oggi il rimanente della corrispondenza rimasta ancora presso di me; sia per il suo invio, sia per la consegna ricevutane dalla Suora del nostro Ospedale. Ho già veduto e trascritto le cose che più mi interessano al caso, e non voglio privare ora il Suo cuore per altro tempo ancora delle ultime carte epistolari della Dina, che vi possono essere comunque di conforto e di fede, come a me lo sono state, in questi primi giorni della sua dipartita. Della cara sorella trattengo ancora i quaderni dei suoi Diari di V elementare, e quello delle cosiddette belle copie, oltreché un altro piccolo, con le ultime composizioni dettate negli ultimi tempi del suo soggiorno doloroso all’Ospedale. Credo però debba esservi qualche altro quaderno e, forse, qualche altro foglio sparso con appunti di prosa e di versi; ma soprattutto vi dovrebbe essere un quaderno contenente solamente delle poesie, di mole piuttosto alta, con taglio dei fogli rosso e con la foderina nera di incerato. Per lo meno così ho saputo dall’infermiera che più di altre fu devota e affezionata alla Dina. Veda se non fosse tornato a casa con gli oggetti che Ella una volta fu a mandarVi, ancora in vita, o con gli altri, ultimi, da Lei rilevati dopo la disgrazia del nostro Policlinico. Ho necessità di avere tutto, di tutto vedere, e di tutto rendermi conto. Ho passati questi ultimi sette giorni curandomi affettuosamente di lei, rivivendo la sua immagine nel suo pensiero, scrivendo del suo cuore, rileggendo le lunghe stazioni e il fitto calvario del suo dolore, che fu cosciente e sereno, intelligente e forte; ma che ci spezza l’animo dovere ora ricordare come una cosa della lontananza e della irrealtà, mentre Ella sembra debba vivere più a lungo di quello che il destino le ha così avaramente consentito. Ma nel dolore, immenso il Suo e quello di tutti i Suoi, vasto il nostro, bisogna farsi buona forza, riascoltando magari il suo canto lirico più sereno o l’ultima sua preghiera di una bellezza profondamente trecentesca, per trovare la triste consolazione e vedere che Ella non invano è vissuta e passata, e che non invano ha potuto fermare in versi, che non sfioriranno tanto presto, la sua anima tenera e selvaggia, piena di sole e di canzoni mai dette. Nel suo petto, lei deve trovare questo coraggio, e attendere fra non molto la pubblicazione del libro della Dina, che certo Ella inconsciamente preparò per vedere il babbo, la mamma, il fratello, la sorellina, orgogliosi e felici per l’ascesa del suo nome fra i letterati d’Italia. Pensi quindi – come noi riflettiamo – che la Sua missione non è finita, che per Lei – come per noi – la Dina vive tuttora ed ha bisogno di sorveglianza, di affetto, di cure; e che l’avvilirsi, per la fortezza che Ella ci dimostrò ed insegnò fino all’ultimo, non può essere di noi, che bene a fondo abbiamo conosciuto lo strazio e il più amaro dolore. Ci occuperemo subito della definitiva sistemazione della tomba della Dina e della lapide da sovrapporre al lastrone che la serra e di una lampada votiva da appendervi vicina. Lei, come ormai credo che sappia, non pensi a nessuna materialità di questa cosa necessaria e doverosa. Per tutto sarà provveduto nel modo più degno e migliore da noi, rispettando per tal modo anche il pensiero della cara estinta che desiderava lasciare ai suoi fratelli quella piccola somma ancora in deposito al Collegio. Per questo provvederò anzi a suo tempo a fargliela ritirare. Ma di nulla mi ringrazi e di nulla mi resti riconoscente, gliene sarò molto più grato. Può farmi avere le fotografie della Dina? Per rimettere un poco la mia salute scossa da queste cose noiose e dolorose, ho deciso di lasciare prossimamente Siena per una ventina di giorni; e questo avverrà tra una settimana, forse. Ho desiderato avvertirLa perché – se occorre – mi scriva o mi venga a trovare entro questa breve partenza, avrò tempo disponibile. Altrimenti conto di vederLa al ritorno, fra il 23 e il 25 del prossimo luglio. Le ho spedito nei giorni andati vari giornali che riecheggiavano la notizia della scomparsa di Dina e oggi gliene rimetto altri tre. Forse non sono tutti perché tutta la stampa ha preso parte al Suo dolore; ma non ho avuto né modo né tempo di vederne o di trovarne altri. Mi voglia bene per come io gliene voglio e mi ricordi ai suoi tutti con cuore figliale e fraterno. Cordialmente Suo, Aldo Lusini”.
Atto di nascita di Dina Ferri.
Comune di Radicondoli (SI)
“Numero 9: Ferri Dina Maria Flora. L’anno millenovecentotto, addì primo di ottobre a ore quindici e minuti trentacinque, nella Casa Comunale avanti a me Salvi Tommaso Elettore delegato con atto del di ventisei maggio millenovecentotto debitamente approvato, Uffiziale dello Stato Civile del Comune di Radicondoli per la Frazione d’Anqua, è comparso Ferri Santi, di anni ventotto, colono, domiciliato in Radicondoli, il quale mi ha dichiarato che alle ore una del dì ventinove dello scorso mese, nella casa posta in Prativigna, podere, al numero trenta, da Vichi Rosa sua moglie, atta a casa, seco lui convivente, è nato un bambino di sesso femminile che non mi presenta e a cui da i nomi di Dina, Maria, Flora. A quanto sopra e a questo Atto sono stati presenti quali testimoni Moschini Paolo, di anni cinquanta, colono, e Machetti Telemaco di anni quarantatrè, calzolaro, entrambi residenti in questo Comune. Il dichiarante è stato da me dispensato dal presentare il bambino suddetto a causa della lunga distanza dal luogo della nascita, essendomi altrimenti accertato della verità della nascita stessa. Letto il presente Atto agli intervenuti i quali si sono meco sottoscritti”.
Ricordino funebre di Dina Ferri stampato dalle compagne di scuola.
“Dina Ferri, nacque in Anqua (Radicondoli) il 29 settembre 1908, morì in Siena il 18 giugno 1930. Sulle soglie dell’adolescenza tra le rudi fatiche della vita agreste le voci gaie e tristi della natura ascoltò pensosa e schiettamente le ritrasse nell’ingenua grazia di canti ispirati. Mentre nella scuola educava lo spirito e disciplinava l’ingegno lente febbri insidiose ne logorarono le forze e prima che il plauso ammaliatore del mondo ne alterasse l’anima semplice e buona il Signore la volle sua. Fattala con lungo patire degna dei suoi cieli la chiamò poco più che vent’enne a goderne in eterno l’incorruttibile bellezza. O dilettissima tu che ignorasti la malizia e l’errore implora da Dio per noi che ti fummo compagne di esserne immuni finché ci duri la vita. Dalla Chiesa di San Benedetto al Refugio, Siena, 30 ottobre 1930”.
Ringraziamenti e note.
Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza l’amorevole collaborazione dei familiari della poetessa Dina Ferri: “Nunziatina” Cheli-Ferri, Dina Ferri-Borgianni, Gelsia Moschini, Orietta Pericci, Claudio Borgianni, che ringrazio affettuosamente. Parimenti rivolgo un affettuoso pensiero ai testimoni che nel 1998 mi hanno rilasciato le interviste pubblicate sul BLOG: Aida Corsi, Emma Cairola, Maria Grazia Biagini, Alfredo Ferri, Anna Picciafuochi, Marisa Pericci. Un ringraziamento lo devo anche alla signora Maestra Ceccarelli di Volterra per la foto delle maestre Cairola, ed Enio Fusi per notizie anagrafiche su Dina Ferri. Ringrazio infine le numerose persone che hanno risposto cortesemente alle mie domande fornendomi notizie, fotografie, articoli di vecchi giornali, e per la infinita pazienza con la quale mi hanno accolto nelle loro case collaborando attivamente alla ricostruzione del “ritratto” di Dina Ferri, una donna stupenda che ha vissuto e vive ancora nei loro sentimenti. Anche in ciò si può avvertire il segno del profondo legame della poetessa alla gente semplice delle nostre piccole Comunità, legame che mi ha spronato a rendere palese questo lavoro, che completa i miei precedenti articoli su riviste e il libro antologico della poetessa, nonché il testo teatrale messo in scena dal Piccolo Teatro di Siena, nel 1998. Nel rendere ancora una volta, pubblicamente, il mio ringraziamento agli autori dei testi citati, ai testimoni degli avvenimenti, agli operatori culturali che in vario modo mi hanno aiutato, tengo a precisare che d'ogni lacuna e d'ogni imprecisione assumo personale ed esclusiva responsabilità. Nessun diritto è riservato, anzi, sarò riconoscente a tutti coloro che prendendo lo spunto dal mio lavoro, si adopereranno per mantenere vivo il luminoso e dolce raggio della poesia e della bontà che Dina ci ha inviato, come testamento, in quel fatale 18 giugno 1930, dal letto n. 185 della corsia delle donne povere dell’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena.
Carlo Groppi,
Castelnuovo di Val di Cecina, 1938. Si occupa di microstoria delle Colline Metallifere Toscane. Ha al suo attivo numerose ricerche e pubblicazioni. Per contatti: karl38cg@libero.it