domenica, 28 settembre 2008

Vado a prendere la tessera del Partito Democratico…

 

Mi sveglio  con un sole già alto e brillante. Tra poco la terra renderà le lacrime della notte al cielo e l’aria si farà ancora più mite. Tra poco andrò alla sede del Circolo per ritirare la prima tessera del nascente Partito Democratico, del quale ho sottoscritto l’atto costitutivo. Credo in quest’ultima sfida alla mia inquieta coscienza, che in questi vent’anni di sbandamenti s’è assopita. Da che ho lasciato la Fabbrica e il mondo del lavoro, sono invecchiato nell’anima, ma quei modelli di militanza e di lotta, oggi, anche se stento a crederci, non sono più proponibili. In molti, diversi, ci siamo avvicinati. Non è stato facile restar fedeli alla propria storia personale, cioè ai sentimenti che più vi hanno avuto un peso, superiore alle nude scansioni cronologiche del fare, e, allo stesso tempo mutare dentro. Il rischio incombente, l’estraneamento dalla vita, si evita non ripudiando il passato, ma accogliendo con benevolenza errori, amori, passioni, speranze. Ci si può fare, anche se il richiamo delle meravigliose sirene talvolta è così melodioso che la sofferenza dell’anima si fa quasi insopportabile nel respingerlo. La mia poesia, oggi d’amore trasognato e misterioso, il mio renovado canto por todos, affonda in quella terra aspra intrisa di sofferenza e di sangue. Di questa poesia voglio lasciare l’estremo addio, una lettera antica, il ricordo di un vecchio compagno, un comunista:

 

E attesi per giorni e sempre spiavo

 

                               Al compagno Renzo Panichi, “la lonza”.

 

Otto anni insieme, per me rinascere da tenebre profonde,

farmi uomo, capire gli sguardi dell'umile gente, amare

con tenerezza i compagni, imparare e cambiare ed essere

ogni giorno diverso e uguale, per te ammaestrare con la

saggezza antica, il marxismo vivente che si fa storia

tra i problemi emergenti delle masse, il soffrire, la

lotta di classe che spezza la trama dei labili inganni

e squarcia le stagnanti nebbie nelle valli quando dolce

è trovare l'amico paziente che ascolta e consola.

Poi la morte inattesa. Banale, davanti alla tivù in un

piccolo ospedale. E rosse bandiere in una fredda sera

e il vuoto nel cuore. Allora io dissi ai compagni che

il nostro mondo s’era fatto più piccolo (il mondo che

pure è così immenso, loro non capivano, era il mio);

e mi mancava Renzo con il quale solevo a lungo chiacchierare

quando la luna splendeva nelle notti chiare

in fondo alla strada del Sorbo che ripida sale la pendice

e i nostri abiti puzzavano dell'acre odore di cento sigarette

fumate in quell'angusta sezione dove Lenin dall'alto

ammiccava (Stalin ormai s'era tolto da tempo), e il gelido

vento ci invitava alla calda casa; al tepore, forse

all'amore. Fu così che scrissi un piccolo pezzo per il nostro

giornale, di getto, tanto una colonna poteva bastare,

e lo portai a Firenze, al Partito, là,

dove tante disperse speranze si uniscono

e trova se stesso il più oscuro militante.

Un giovane c'era e ci parlai, io che venivo da una lontana

valle, con orgoglio e modestia raccontai di una lotta

difficile e dura, una paura sconfitta, un Segretario sincero,

e l'inattesa morte e il pensiero dei giorni vuoti e dei

giovani ancora insicuri che lui amava tanto.

E attesi per giorni e sempre spiavo in cronaca regionale:

ora abbiamo quattro pagine siamo ricchi e forti;

chi sa, forse fu troppo banale la sua vita, la militanza

non significativa, oggi ce ne sono tanti come lui,

di fatto mai nulla comparve e fu scritto su quei fogli

ch'erano il suo vanto. Inserzioni nell'edizione domenicale

auto elettrodomestici disfunzioni endocrine e amaro

stanley e vecchia romagna, una tradizione che si rinnova

ogni anno e la pasticca del re sole, balsamica di menta,

e chi più ne ha ne metta: per me fu una grande amarezza

che ancor oggi mi punge e mi sgomenta.
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categoria:partito democratico, renzo panichi
sabato, 27 settembre 2008

Non chiudere la porta…

 

Volevo vedere ad Ovest l’agonia del sole. Sono salito al Vado la Lepre. Ma la morte è stata banale. Nessun drappo fiammeggiante nel cielo che trascolorava dal turchese al nebbioso grigio della notte incombente. Nessun fremito. Ma rimanere lassù, in alto, m’ha fatto bene. Non mi ha tolto la pena della vita “bassa”, tra mille meschinità,  alla quale non mi abituerò mai, mi ha quietato nell’anima. La solitudine, pur essendo dolorosa, fa bene. Stasera, in un paese vicino, c’era una manifestazione antirazzista e antifascista. Volevo essere là per ascoltare Pardo Fornaciari  e le sue ballate sulla XXIII Brigata Garibaldi “Boscaglia” e sulla Resistenza. Ma, all’ultimo momento, mi sono ricordato che Pardo cantava alle 17 e non alle 22 come avevo metabolizzato. L’ora era ormai passata. Peccato. Avevo collaborato anch’io alla correzione di quel testo! Ed in più gli avrei voluto sottoporre la mia nuova ballata su Norma Parenti, una delle poche medaglie d’Oro della Resistenza italiana. Una giovane donna nata nelle Colline Metallifere Toscane, bellissima e colma di tutte le virtù. Reggerebbe la scena di una tragedia o di un film. Se qualcuno ne avesse voglia. Su queste colline ci sono 86 croci, 86 minatori, partigiani uccisi dai nazifascisti, anzi dai fascisti italiani, feroci manovali degli ufficiali delle SS hitleriane. La “piccola banda di Ariano”, in un sapiente fotomontaggio, mi viene incontro appena fuori del centro abitato, poco distante dalla casa ove abito. Qualche anno fa ho raccontato la loro storia marginale, soffiando sulla memoria collettiva quasi del tutto spenta. Eroismi dimenticati. E questi quattro giovanissimi non caddero vittima di rappresaglie o eccidi, furono catturati con le armi in pugno dopo aver ucciso un gran numero di soldati tedeschi. Erano ardimentosi combattenti. Coscienti. Morirono senza lacrime. Eroi. Ci insegnano. Confermarono col sangue la loro fiducia negli uomini e la loro certezza nel futuro. Come Nicola Vapzarov, fucilato il 23 luglio 1943 dai nazisti, un poeta che amo. Amore giovanile, puro. Ho un suo libricino “Non chiudere la porta”, prima edizione italiana maggio 1957, con qualche annotazione di mio pugno del dicembre di quell’anno. Vapzarov parla con la Storia: “…i versi che noi scriviamo/nella notte, invece di dormire,/non hanno profumo,/ma sono scarni e aggressivi./Non vogliamo un premio per i nostri tormenti,/le nostre immagini mai giungeranno/sino ai tuoi massicci volumi/accumulati nei secoli./Ma tu almeno racconta con parole semplici/alle genti di domani,/destinate a darci il cambio,/che valorosamente abbiamo lottato.” La maschera del cattivo assume sempre forme nuove. La Resistenza non avrà mai fine. Non chiudere la porta…

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venerdì, 26 settembre 2008

La donna al plurale

 

Oggi, piccola felicità! Trovo “la donna al plurale” di Nezval. E trovo tutte le donne che mi scivolano accanto, raggio di aghi e di orchestre tempestose, l’estate serrata fino all’ultimo bottone si slaccia e dondola i seni, mai angelus  risuonò più forte di quelle due campane…oh donne della mia vita, non larve della memoria, storia vivente e rossa, sogno dell’internazionalismo e dei soviet, harem profumato di rare essenze, languidezze ed occhi velati di piacere, tutte vi stringete al gomitolo, arruffati fili, anime erranti, venite, correte a me! Oh meteore! Cometa dalla chioma nera, chitarra dell’alambra, vento dell’Ovest e cardo di Maremma, acque gelide del Nord…ritornate al nido vuoto, presto, il mio tempo è scaduto, tremano gli esili rami che lo accolgono, sale un odore acre di terra, salgono le ombre della notte e tacciono gli uccelli tra i rovi. Sale il canto di rogamar love is a mystery like any sea in the world like the shallows of passion…l’amore è un mistero e trabocca in me da ogni poro, torna piccola felicità quotidiana, dimenticanza del mondo, speranza mai tradita, cascate di limpide fantasie strade infinite che si perdono nel sogno.
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martedì, 23 settembre 2008

Romanticismo

 

Il poeta G. A. Bècquer (1836-1871) è uno dei romantici spagnoli, ma non lo conoscevo. Per fortuna in “ORFEO” Il tesoro della lirica universale, edito da Sansoni  di Firenze nel 1949 (io ho la sesta edizione del 1974, 2102 pagine fitte fitte), ho trovato ben sei liriche, tra le quali quelle che mi aveva segnalato una amica: per un bacio, la poesia, torneranno le brune rondinelle…Concordo su tutto ciò che mi ha scritto l’amica sul romanticismo e sul suo ruolo innovativo nell’Ottocento. E’, se si vuole, il contrappunto poetico all’ascesa ed alla affermazione della borghesia che ha rivoluzionato il sistema di produzione nell’Occidente, porre al centro della scrittura letteraria l’uomo, nella sua dimensione totale, materiale e spirituale. Questo periodo della storia della letteratura è ricchissimo di grandi voci liriche che non solo hanno scavalcato il loro secolo, ma sono giunti e continuano a giungere fino a noi, nonostante i limiti ideologici del romanticismo. D’altra parte la poesia ha questo dono e questa condanna: cogliere in nuce, anticipare, i tempi futuri. Ed il romanticismo anticipò con largo margine di tempo il realismo, il surrealismo, l’ermetismo e la poesia moderna, senza ritmo e senza rima, poesia per chi non scrive né legge poesia…Per quanto mi riguarda mi considero un “figlio minore” del romanticismo, all’inizio del mio scrivere un degenere postromantico, successivamente, a contatto con la poesia del Novecento, ho cercato e cerco ancora una mia strada personale verso la poesia totale ispirandomi al “poetismo”, ed in particolare al poeta Seifert  ed ai suoi amici, Halas, Neumann e Mahen.

Riferendomi alla poesia “Torneranno  le brune rondinelle” ed al motivo struggente del mancato ritorno, ossia la velocità del tempo che non consente ad alcun essere vivente né l’eterna giovinezza, né,  l’immortalità:

 

…torneranno le brune rondinelle

a sospendere i nidi al tuo balcone,

e di nuovo con l’ala picchieranno

ai tuoi vetri per gioco;

 

ma quelle che nel volo si libravano

a mirar la tua grazia e il mio sorriso,

quelle che i nostri nomi ricordavano,

esse, non torneranno!

 

Non solo non ritorneranno, ma quelle che giungeranno, non troveranno né nomi, né grazia, né il mio sorriso. Tutto cambia incessantemente nel fluire del tempo, di noi, come delle rondini, non resterà memoria. Mi ricordo i versi di una canzone famosa del primo Novecento, di cui ho dimenticato il nome, che mi aveva illuso che le rondinelle tornassero e che la mia gioventù non sarebbe mai tramontata: “sotto la gronda della torre antica,/ la rondinella amica,/ al rifiorir del mandorlo è tornata!/ Ritorna tutti gli anni, sempre alla stessa data, monti e mari essa varca per tornar!/”. Ma anche in questo ritorno la rondinella troverà qualcosa di cambiato…un amore è finito, la donna è partita…La partenza delle rondini di Saba, aver assistito di persona alla “grande partenza delle rondini” da Via Giusti e dai fili del telefono del Sorbo, la lettura delle brune rondinelle di Bécquer, mi hanno ispirato una poesia, nel desiderio di donne amate:

 

Ultima sera d’estate

 

Non tutte le rondinelle son partite,

non tutte le speranze son perdute.

Guarda come oblique volteggiano

nell’ultima sera d’estate, i voli

s’intrecciano col lieve ondeggiar

del salice, poi, lo sappiamo,

verrà l’oro ingannevole del bosco,

e il vento sibilerà tra i rami mesti.

San Martino ci regalerà uno scampolo

di sole e la speranza prenderà vigore.

Noi siamo forti mie amate, resisteremo

al gelo, nell’etere ci scambieremo baci

nell’attesa di nuove primavere.

 

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categoria:bécquer, le rondinelle
lunedì, 22 settembre 2008

Alamanno.

 

Il piccolo capo dell’officina meccanica aveva un nome glorioso e antico. Noi, rispettosi allievi delle scuole Aziendali, temevano la sua ira improvvisa, i suoi lazzi sarcastici, i suoi rigori punitivi. A chi, come me, non possedeva abilità manuale (homo sapiens o homo faber? Già allora mi rodeva il mal d’amore e di poesia!), offriva informi pezzi di ferro da limare, sbassare, spianare, fintanto nelle mani delicate non comparivano le galle violacee…dolenti piaghe senza speranze di Paradiso. A metà anno mi regalava un sei striminzito, che mi faceva ancora più male tra gli otto-nove della mia pagella! Infine, tirandomi un orecchio, e suggerendomi di voler bene ed onorare il “nostro vecchio campanile del paese natio”, mi ammoniva ad amare il lavoro, la fatica, la tenacia, a non scoraggiarmi mai nell’ansia d’imparare. Al platò tracciavo l’incastro a coda di rondine, il più difficile, poi il trapano delineava, con punte fuse e abbondante “latte di gallina”, i confini e la sega lo modellava, prima che alla morsa fissata sul banco, con lime adatte e triangoli, di varia misura, e col calibro sempre presente, non traessi, come Michelangelo dal rude e informe marmo, il “capolavoro” finale! Il mio non era così perfetto, un micron d’aria, una setolina di luce su un lato, di fronte alla finestra troppo luminosa, compariva irridente e Alamanno tuonava, alludendo alle gambe storte di una compaesana “ – Ma non lo vedi? Ci passerebbe un cane a corsa!” - Detto fatto, dopo avermi ordinato di aprire la finestra che dava sul sottostante tetto di eternit della mensa aziendale, preso il pezzo, novello lanciatore olimpico del peso, lo gettava lontano, sul tetto, forse sfondandolo! Così c’era da ricominciare la fatica di Sisifo, di lima, di trapano, di galle ecc. ecc. Il suo sei finale era meritato. Di più non poteva, per dignità e rispetto degli altri. Dopo quattro anni di scuola, alla consegna del Premio Bringhenti per il migliore allievo (insieme a Giancarlo Montagnani), lo ricordo volteggiante tra le autorità ed i professori, alzare il calice di spumante al compaesano ed alla mia fortuna nella vita! Sono tornato dopo un tempo immemorabile a Larderello, là dov’era l’officina, una vetusta costruzione di legno, addossata ad un ripido tornante e con a lato antichi soffioni e lagoni. Naturalmente l’officina non c’è più, anche là tutto è cambiato, né peggio, né meglio, soltanto cambiato. Ci crescono alte e svettanti canne, e acacie, e pioppi tremolanti, il ponticello è caduto e il sentiero tra l’erba fluente, si nota appena, non più calpestato. L’ho risalito, fin sopra il picco dello Chalet, mi son seduto ad un debole raggio di sole autunnale, dove più volte, con Saba e Neruda, m’intrattenevo a parlare d’amore e di lotta, di sogni e di speranze. Sono anch’io cambiato, un vecchio, come il sentiero calpestato e sepolto nella storia di un’anima, che tutto rivive e rimembra, ma che nessuno calpesta. Cambiato il fruscio del vento, messaggero oggi di anime erranti, voci misteriose e flebili inghiottite dalla morte, ahimè troppe volte veloce!  Senza un motivo apparente, è proprio questo vento leggero a strapparmi lacrime silenziose.

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categoria:alamanno, scuola aziendale
lunedì, 22 settembre 2008
Con preghiera di diffusione
Bauci Teatro
 
27 settembre 2008, ore 21.00 - Teatro "La Pista", Castelnuovo Val di Cecina
 
L'ERBA CHE MANGIA I SASSI
 
con: Valeria Ianniello e Tiziana Proto
 
TESTO E REGIA: Claudio Borgianni
 

A un secolo di distanza le poesie della Ferri riescono a donarci il fiore primitivo della sapienza innata della terra dei pastori dell'Italia dei primi del 900 e la musicalità latina che nasce dalla terra e dalla fatica della vita di campagna. Ed è proprio su questa musicalità che verte il lavoro di questo spettacolo o meglio ancora concerto. La sonorità di queste poesie viene esaltata da una recitazione modulata tra le righe della tenerezza e forza di questi dolci suoni accostati e legati finemente alle note dello Stabat Mater di Bruno Coulais.
Uno spettacolo da ascoltare quasi ad occhi chiusi per sentire l'energia e il travolgimento in uno spazio altro.
Due attori in scena orchestrano un copione originale che alterna stralci delle ultime lettere scritte da Dina Ferri in ospedale, alle sue liriche più belle abilmente unite nel testo di Claudio Borgianni, in un climax emozionale dai ritmi sempre più serrati fino ad arrivare “dove la morte alita il suo gelido respiro” con pause sospese e ridondanti, in cui la musica trabocca di sospiri. Ventidue minuti di grande intensità come lo furono gli anni di Dina. Un omaggio alla sua giovinezza per non dimenticarla, per non farla sparire nel nulla come lei stessa forse presagiva intitolando la sua raccolta”Quaderno del nulla”. La raffinatezza e l'inimitabilità di un animo giovane e puro viene qui restituita in tutta la sua grandezza. Attualizzato nella scelta delle particolarissime musiche di B. Coulais questo spettacolo diventa un pentagramma poetico di grande intensità emozionale. 

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categoria:teatro dina ferri
domenica, 21 settembre 2008

Dina Ferri (Fine)

  

Domande degli alunni delle scuole elementari di Chiusdino ad Amilcare Ferri, 1980

 

Maestra di Chiusdino, Luisella Vagaggini

 

Ci può spiegare come era il carattere di Dina?

R. Rispondo con piacere e con grande commozione alle vostre domande poiché tutto ciò che riguarda Dina mi è particolarmente caro. Era chiusa, tanto che all’apparenza sembrava scontrosa e distante, mentre era timida e solitaria.

 

Che gusti aveva sua sorella?

R. Semplici, si contentava veramente di poco.

 

Come era fisicamente sua sorella?

R. Aveva un fisico perfetto del quale non si accorgeva neppure tanta era la sua modestia. Sul volto spiccavano gli occhi neri e profondi.

 

Quanti anni ci correvano tra Lei e Dina?

R. Quattro anni.

 

Lei andava d’accordo con Dina? C’era confidenza tra voi?

R. Andavamo d’accordo e andando insieme a guardare le bestie ci consigliavamo sul da farsi.

 

Da quante persone era composta la famiglia? E tra questi qual era il suo preferito?

R. Se ben ricordo eravamo in 11 (e per qualche tempo in 12). Il padre era per Dina il preferito, forse anche perché a lei più affine in quanto, pur non essendo mai andato a scuola, sapeva leggere e scrivere abbastanza bene.

 

In che condizioni economiche era la famiglia?

R. Le condizioni della famiglia non erano confrontabili con quelle della famiglia di oggi però, per quanto ricordo, in quel tempo i miei non erano economicamente peggiori degli altri.

 

Qual’era la vita dentro l’ambito familiare?

R. Si andava molto d’accordo pur non avendo nessun capo o (come si diceva allora) “capoccia”.

 

Fra i giochi che aveva quale preferiva?

R. I giochi a quel tempo non esistevano: per lei il ricamo e lo scrivere erano l’unico passatempo.

 

Che ricordi ha di sua sorella? belli o brutti?

R. I ricordi sono bellissimi perché lei, pur sentendosi portata verso una vita interiore, faceva di tutto per rendersi utile.

 

Ha un ricordo particolare di lei, ricorda l’episodio di quando si tagliò le dita?

R. Lo ricordo benissimo perché mi sostituì nel fare il trinciato alle bestie vaccine durante una mia assenza:  ritornando dal paese incontrai mia zia piangente perché Dina si era tagliata.

 

Lei, che ricordi ha dei suoi genitori?

R. Ottimi: erano semplici, ma onesti e laboriosi.

 

Quali erano le compagne che Dina preferiva?

R. Il taglio o infortunio rappresentò una spaccatura profonda nella stessa vita di Dina perché cambiò il suo modo di vivere. Prima le sue compagne preferite erano le vicine che facevano pascolare, come lei, il gregge perché, pur variando il numero e la qualità del bestiame, i pascoli erano gli stessi; dopo andò a scuola a Chiusdino dove frequentò la IV e la V elementare e naturalmente le sue compagne furono quelle della classe, tra le quali ricordo Bianca Belli e Maria Grazia Biagini.

 

Ha qualche oggetto caro di sua sorella?

R. Una borsa di stoffa marrone che serviva a Dina per mettervi i libri ed i quaderni, era cioè quella che si può dire la sua cartella.

 

Come era considerata Dina nel paese?

R. Bene, perché era semplice e modesta.

 

Quando andava a pascolare?

R. Quando la stagione permetteva il pascolo del bestiame.

 

Che cosa faceva nelle vacanze d’estate?

R. Leggeva e scriveva nel tempo che guardava le pecore.

 

Quanto tempo dedicava alle sue scritture?

R. Non so precisarlo perché coincideva con il tempo del pascolo, durante il quale, come ho già detto, pensava e scriveva.

 

Sua sorella, quando viveva in famiglia, ha mai fatto leggere le sue opere?

R. Credo di si, al babbo, ma non ne sono sicuro.

 

Chi ha i quaderni dei racconti di Dina?

R. Un quaderno lo abbiamo in casa, il primo, ma un altro, nel quale scriveva quando era ricoverata nell’Ospedale di Siena, non l’abbiamo mai più visto.

 

C’era nessun altro in famiglia che avesse predisposizione per la poesia e lo studio?

R. Si, per lo studio tanto io che mia sorella Orietta, per quanto riguarda però la poesia o il modo di scrivere non esisteva con lei un confronto.

 

Era cambiato il suo carattere negli ultimi anni di vita?

R. Si molto, dovuto al cambiamento di abitudini e di vita. Prima all’aperto tra gente semplice e primitiva; poi rinchiusa in Collegio tra persone più istruite e sconosciute.

 

Che cosa pensava la famiglia sulle poesie di Dina?

R. Credo che nessuno si rendesse conto di che cosa potesse significare.

 

La famiglia come passò l’ultimo periodo della malattia di Dina?

R. Male, malissimo! Perché contrastata tra la bellissima intelligenza di Dina e la terribile malattia che la condusse alla tomba.

 

Che ricordi ha di quando sua sorella era all’ospedale?

R. Dolorosi, perché la vedevo soffrire e non potevo fare nulla per alleviare le sue pene. Ringrazio di cuore insegnante ed alunni per averla ricordata.

 

Lettera di Aldo Lusini a Santi Ferri,  Siena , 24 giugno 1930.

 

Scritta a macchina su carta intestata Rassegna “La Diana”, Il Direttore.

 

“Carissimo Ferri,

Mi ebbi ieri la visita di sua sorella e di suo cognato, dolorosa quanto solo il mio cuore sa, e il plico delle lettere e degli scritti della povera Dina, da Lei mandatomi con dolorosa sollecitudine. Mentre affidai già alcune corrispondenze e dei libri ai Suoi congiunti, mi affretto a tornarLe oggi il rimanente della corrispondenza rimasta ancora presso di me; sia per il suo invio, sia per la consegna ricevutane dalla Suora del nostro Ospedale. Ho già veduto e trascritto le cose che più mi interessano al caso, e non voglio privare ora il Suo cuore per altro tempo ancora delle ultime carte epistolari della Dina, che vi possono essere comunque di conforto e di fede, come a me lo sono state, in questi primi giorni della sua dipartita. Della cara sorella trattengo ancora i quaderni dei suoi Diari di V elementare, e quello delle cosiddette belle copie, oltreché un altro piccolo, con le ultime composizioni dettate negli ultimi tempi del suo soggiorno doloroso all’Ospedale. Credo però debba esservi qualche altro quaderno e, forse, qualche altro foglio sparso con appunti di prosa e di versi; ma soprattutto vi dovrebbe essere un quaderno contenente solamente delle poesie, di mole piuttosto alta, con taglio dei fogli rosso e con la foderina nera di incerato. Per lo meno così ho saputo dall’infermiera che più di altre fu devota e affezionata alla Dina. Veda se non fosse tornato a casa con gli oggetti che Ella una volta fu a mandarVi, ancora in vita, o con gli altri, ultimi, da Lei rilevati dopo la disgrazia del nostro Policlinico. Ho necessità di avere tutto, di tutto vedere, e di tutto rendermi conto. Ho passati questi ultimi sette giorni curandomi affettuosamente di lei, rivivendo la sua immagine nel suo pensiero, scrivendo del suo cuore, rileggendo le lunghe stazioni e il fitto calvario del suo dolore, che fu cosciente e sereno, intelligente e forte; ma che ci spezza l’animo dovere ora ricordare come una cosa della lontananza e della irrealtà, mentre Ella sembra debba vivere più a lungo di quello che il destino le ha così avaramente consentito. Ma nel dolore, immenso il Suo e quello di tutti i Suoi, vasto il nostro, bisogna farsi buona forza, riascoltando magari il suo canto lirico più sereno o l’ultima sua preghiera di una bellezza profondamente trecentesca, per trovare la triste consolazione e vedere che Ella non invano è vissuta e passata, e che non invano ha potuto fermare in versi, che non sfioriranno tanto presto, la sua anima tenera e selvaggia, piena di sole e di canzoni mai dette. Nel suo petto, lei deve trovare questo coraggio, e attendere fra non molto la pubblicazione del libro della Dina, che certo Ella inconsciamente preparò per vedere il babbo, la mamma, il fratello, la sorellina, orgogliosi e felici per l’ascesa del suo nome fra i letterati d’Italia. Pensi quindi – come noi riflettiamo – che la Sua missione non è finita, che per Lei – come per noi – la Dina vive tuttora ed ha bisogno di sorveglianza, di affetto, di cure; e che l’avvilirsi, per la fortezza che Ella ci dimostrò ed insegnò fino all’ultimo, non può essere di noi, che bene a fondo abbiamo conosciuto lo strazio e il più amaro dolore. Ci occuperemo subito della definitiva sistemazione della tomba della Dina e della lapide da sovrapporre al lastrone che la serra e di una lampada votiva da appendervi vicina. Lei, come ormai credo che sappia, non pensi a nessuna materialità di questa cosa necessaria e doverosa. Per tutto sarà provveduto nel modo più degno e migliore da noi, rispettando per tal modo anche il pensiero della cara estinta che desiderava lasciare ai suoi fratelli quella piccola somma ancora in deposito al Collegio. Per questo provvederò anzi a suo tempo a fargliela ritirare. Ma di nulla mi ringrazi e di nulla mi resti riconoscente, gliene sarò molto più grato. Può farmi avere le fotografie della Dina? Per rimettere un poco la mia salute scossa da queste cose noiose e dolorose, ho deciso di lasciare prossimamente Siena per una ventina di giorni; e questo avverrà  tra una settimana, forse. Ho desiderato avvertirLa perché – se occorre – mi scriva o mi venga a trovare entro questa breve partenza, avrò tempo disponibile. Altrimenti conto di vederLa al ritorno, fra il 23 e il 25 del prossimo luglio. Le ho spedito nei giorni andati vari giornali che riecheggiavano la notizia della scomparsa di Dina e oggi gliene rimetto altri tre. Forse non sono tutti perché tutta la stampa ha preso parte al Suo dolore; ma non ho avuto né modo né tempo di vederne o di trovarne altri. Mi voglia bene per come io gliene voglio e mi ricordi ai suoi tutti con cuore figliale e fraterno. Cordialmente Suo, Aldo Lusini”.

 

Atto di nascita  di Dina Ferri.

Comune di Radicondoli (SI)

 

“Numero 9: Ferri Dina Maria Flora. L’anno millenovecentotto, addì primo di ottobre a ore quindici e minuti trentacinque, nella Casa Comunale avanti a me Salvi Tommaso Elettore delegato con atto del di ventisei maggio millenovecentotto debitamente approvato, Uffiziale dello Stato Civile del Comune di Radicondoli per la Frazione d’Anqua, è comparso Ferri Santi, di anni ventotto, colono, domiciliato in Radicondoli, il quale mi ha dichiarato che alle ore una del dì ventinove dello scorso mese, nella casa posta in Prativigna, podere, al numero trenta, da Vichi Rosa sua moglie, atta a casa, seco lui convivente, è nato un bambino di sesso femminile che non mi presenta e a cui da i nomi di Dina, Maria, Flora. A quanto sopra e a questo Atto sono stati presenti quali testimoni Moschini Paolo, di anni cinquanta, colono, e Machetti Telemaco di anni quarantatrè, calzolaro, entrambi residenti in questo Comune. Il dichiarante è stato da me dispensato dal presentare il bambino suddetto a causa della lunga distanza dal luogo della nascita, essendomi altrimenti accertato della verità della nascita stessa. Letto il presente Atto agli intervenuti i quali si sono meco sottoscritti”.

 

Ricordino funebre di Dina Ferri stampato dalle compagne di scuola.

 

 

“Dina Ferri, nacque in Anqua (Radicondoli) il 29 settembre 1908, morì in Siena il 18 giugno 1930. Sulle soglie dell’adolescenza tra le rudi fatiche della vita agreste le voci gaie e tristi della natura ascoltò pensosa e schiettamente le ritrasse nell’ingenua grazia di canti ispirati. Mentre nella scuola educava lo spirito e disciplinava l’ingegno lente febbri insidiose ne logorarono le forze e prima che il plauso ammaliatore del mondo ne alterasse l’anima semplice e buona il Signore la volle sua. Fattala con lungo patire degna dei suoi cieli la chiamò poco più che vent’enne a goderne in eterno l’incorruttibile bellezza. O dilettissima tu che ignorasti la malizia e l’errore implora da Dio per noi che ti fummo compagne di esserne immuni finché ci duri la vita. Dalla Chiesa di San Benedetto al Refugio, Siena, 30 ottobre 1930”.

 

 

Ringraziamenti e note.

 

Questo lavoro non sarebbe stato possibile senza l’amorevole collaborazione dei familiari della poetessa Dina Ferri: “Nunziatina” Cheli-Ferri, Dina Ferri-Borgianni, Gelsia Moschini, Orietta Pericci, Claudio Borgianni, che ringrazio affettuosamente. Parimenti rivolgo un affettuoso pensiero ai testimoni che nel 1998 mi hanno rilasciato le interviste pubblicate sul BLOG: Aida Corsi, Emma Cairola, Maria Grazia Biagini, Alfredo Ferri, Anna Picciafuochi, Marisa Pericci. Un ringraziamento lo devo anche alla signora Maestra Ceccarelli di Volterra per la foto delle maestre Cairola, ed Enio Fusi per notizie anagrafiche su Dina Ferri. Ringrazio infine le numerose persone che hanno risposto cortesemente alle mie domande fornendomi notizie, fotografie, articoli di vecchi giornali, e per la infinita pazienza con la quale mi hanno accolto nelle loro case collaborando attivamente alla ricostruzione del “ritratto” di Dina Ferri, una donna stupenda che ha vissuto e vive ancora nei loro sentimenti. Anche in ciò si può avvertire il segno del profondo legame della poetessa alla gente semplice delle nostre piccole Comunità, legame che mi ha spronato a rendere palese questo lavoro, che completa i miei precedenti articoli su riviste e il libro antologico della poetessa, nonché il testo teatrale messo in scena dal Piccolo Teatro di Siena, nel 1998. Nel rendere ancora una volta, pubblicamente, il mio ringraziamento agli autori dei testi citati, ai testimoni degli avvenimenti, agli operatori culturali che in vario modo mi hanno aiutato, tengo a precisare che d'ogni lacuna e d'ogni imprecisione assumo personale ed esclusiva responsabilità. Nessun diritto è riservato, anzi, sarò riconoscente a tutti coloro che prendendo lo spunto dal mio lavoro, si adopereranno per mantenere vivo il luminoso e dolce raggio della poesia e della bontà che Dina ci ha inviato, come testamento, in quel fatale 18 giugno 1930, dal letto n. 185 della corsia delle donne povere dell’Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena.

 

 

                                                                          

Carlo Groppi,

Castelnuovo di Val di Cecina, 1938. Si occupa di microstoria delle Colline Metallifere Toscane. Ha al suo attivo numerose ricerche e pubblicazioni.  Per contatti: karl38cg@libero.it

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domenica, 21 settembre 2008

Marisa Pericci,

Autunno, 1998, Castelnuovo di Val di Cecina.

 

Presenti Carlo e Orietta Pericci, Carlo fa le domande.

 

“...La mia nonna materna e il babbo di Dina erano fratello e sorella, la mia mamma Angelica Moschini era cugina di Dina. Alfredo è vivo? Si. Amilcare è morto nel 1992. Rosanna ha sposato Biondi Remo, a Castelnuovo. Dina è figliola di Amilcare, quando è morta la mia nonna materna questa bimba c’era e mi ricordo che Piera la portò per mano dal Podernovo fino ad Anqua. Io mi ricordo quello che diceva la mia mamma che lei a quel tempo le scuole non c’erano e specialmente le famiglie povere ma lei è sempre stata portata per il libro anche se andava alle bestie c’aveva il quaderno, lei ad esempio non parlava mai di matrimonio né di avere un fidanzato, era apportata per lo studio, non si sarebbe mai posata. andava con la sorella di Santi, Fine. Maria e Sabatina la portarono a ballare ma ci rimase tanto male, l’avevano chiesta una volta, ma sembra che uno di questi, Aldo Lusini, sembrava ci avesse un interesse anche sentimentale, perché capiva la sua intelligenza, era un po’ scorbutica, la pora nonna diceva che per fargli un uovo doveva cuocerlo tre volte, era un po’ nervosa, ma non c’erano nemmeno le vitamine da dargli, come oggigiorno, nelle famiglie di quel tempo non era nemmeno considerata, Armando non la capiva, diceva “Dina sarà la rovina di casa Ferri!” lei andava alle pecore perché ci doveva andare, meno male si tagliò le dita, fu la sua fortuna perché allora si decisero a metterla al collegio, in casa non faceva niente, lei fu scoperta, scriveva le poesie anche sui sassi, anche a scuola lei era una cima...in casa era poco capita sicuramente, Santi Ferri era l’unico che l’apprezzava, stavano alla Casetta d’Anqua, Angelo Ferri stava alla Casetta, dalla Casetta la mia nonna Maria è andata alle Cetinelle, però non è nata a Prativigna, o Faule o Falisei, è di sotto...a Prativigna ce l’anno portata piccina, poi quando tornarono ai Trogoli (S.Carlo) di Ciciano ci sono stati parecchio e lei le scuole elementari l’ha fatte a Chiusdino. Quando andava alle pecore scriveva sui sassi. La cultura, la vena poetica l’aveva dentro, poi è stata ammalata di tbc, quando uno non aveva i soldi non poteva curarsi, dopo morta non fu nemmeno riportata a Chiusdino e fu messa nel Laterino di Siena, ora l’ossa sono a Chiusdino.

I Ferri erano socialisti, i Moschini tutti comunisti. Erano d’istinto. Santi aveva una intelligenza diversa, andava a fondo delle cose, si chiedeva perché fosse socialista, i Moschini erano religiosi in modo incredibile, la domenica se c’era da segare il grano il mio babbo diceva bimbe andate alla Messa ad Elci! Non gli pareva vero. Il mio nonno Moschini era religiosissimo. Ma non andavano al fondo delle cose. A Santi i fascisti gli dettero noia. A Fine, sorella di Santi, al Molino delle Cerbaie gli dettero noia, aveva sposato Corrado. La nora, la moglie di Gerardo, Zoe, era sorella del daziere di Radicondoli, un certo Mecatti, Zoe, la maestra, era la nuora e avevano un’altra idea. Corrado era dispettoso e la faceva arrabbiare. Era mugnaio. Poi andò a Bellavista. Era Corrado che voleva portare Dina al ballo! Orietta invece si era sposata era bellina, ma non l’ho mai conosciuta. Solo il mio zio Santi. Erano un branco di fratelli, son morti tutti o in guerra o per conseguenze della guerra del 1915-18. Poi si ritrovarono alla disgrazia grossa della cannonata: rimase vivo il bimbo, poi morì anche quello. Come avrà fatto il mio zio a sopravvivere non lo so’. Era chiuso nel suo dramma. Gli disse voialtri state costì io vado a vedere le bestie Orietta voleva venir via e lui gli disse no state costì è più sicuro. Morirono tutti. La mia nonna Caterina si alzava alle due di notte e vedeva Dina scrivere e studiare...erano poveri, la salma rimase a Siena. Lasciò 1500 lire delle Assicurazioni, 500 le presero e 1000 li volle lasciare ai suoi genitori”.
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sabato, 20 settembre 2008

Anna Picciafuochi,

30 settembre 1998, Chiusdino.

  

Carlo fa le domande.

 

“...Sono vedova da 42 anni e non ho figli, ho una nipote, tanto affettuosa e insegna lettere ad Oristano e Carbonia, il suo marito è un capo della regione, sono stata 18 anni in Sardegna...io ho conosciuto Dina Ferri quand’ero bambina, s’andava a scuola, sono nata a Massa Marittima nel 1918 e sono cresciuta a Chiusdino, mi sono sposata con un carabiniere di Cortona, sono andata in Sardegna, e quando Mussolini inaugurò Carbonia io c’ero, e lui era maresciallo delle guardie giurate, allora i carabinieri non si potevano sposare, s’ebbe questa fortuna che il mio babbo ci mandò laggiù. Con Dina Ferri io facevo l’elementari, s’era proprio amiche, ma più che con lei anche con tutta la sua famiglia, ma anche con lei, s’andava a scuola e la quarta e la quinta  la misero, mentre noi del ’18 si faceva l’elementari a Chiusdino c’era fino alla III elementare, e allora Dina Ferri ritornò a scuola, lei l’aveva abbandonate tutte a Ciciano, noi s’era con la maestra Giuseppina Cairola e poi anche con la Mori che era tanto brava, noi si cambiò l’ultimo anno e in V s’ebbe la Mori, allora Dina Ferri passava dalla nostra scuola, quando arrivava per andare nella scuola di là, qui a Chiusdino nella scuola di ora, lassù c’era la quarta poi venne  la quinta e giù la I, II, III. Non s’era in classe insieme, però io sono stata un pochino la sua coccolina, “Alla cara Anna in ricordo della mia sorellina abbi una prece un ricordo e una preghiera, affettuosamente l’amica Orietta”, la sorella, allora quando passava lei salutava e le dita non ce l’aveva quando passava  vedeva me che mi alzavo e mi faceva sempre una carezza, poi quando venivano il Direttore, l’Ispettore, venivano da Siena, ci facevano dire una poesia, e allora la maestra quasi sempre la faceva dire a me e Dina ferri mi preparava, come dovevo recitarla, come mi dovevo muovere è venuta anche a casa mia ad insegnarmi... Non c’ero amica per età, ero più amica di Orietta, una bella bambina, ma lei a me era molto attaccata, senonchè la mia nonna era una donna tanto brava, la moglie di Ginetto era Ferri, le mie due cugine sono Ferri, la dedica sul Quaderno del Nulla” “Chiusdino 17 ottobre 1937, alla cara Anna per ricordo della mia sorellina un ricordo e una preghiera, l’amica Orietta”. La mia mamma è Messinella Biagini. Mi ricordo soltanto che m’insegnava ci si metteva sedute e mi faceva dire una poesia...mi seguiva molto. Mia nonna, una Bruscoli, molto intelligente sapeva leggere e scrivere però era brava aveva lo zio fattore di Buriano a Luriano e lo zio quando morì gli lasciò qualche sostanza, Dina ferri quand’era tempo brutto, veniva a piedi da Ciciano, la mia nonna faceva la pappa col salsicciolo, all’ora di partire, veniva a mangiarla più d’una volta, questa pappa, là pel fosso, allora dopo queste pappe della mia nonna, io feci la IV e la V e lei finì prima, andò a Siena, però quando veniva, un salutino, a questa pappa, alla mia nonna, lo faceva sempre. Nacque l’amicizia con questa famiglia, poi con Orietta si diventò amiche, veniva anche lei qui a scuola, poi ci si fidanzò tutte e due coi militari, Rolando era militare, Dina Ferri piaceva, ma lei non è mai stata fidanzata, piaceva, alta, giusta, non aveva gran vestiti perchè potevano poco, pensava sempre alla poesia. In Sardegna i suoi versi piacciono molto. Il babbo della Dina era socialista? Ricordo poco di queste cose. Eramo più ingenue allora. Quando veniva a scuola era già senza le dita. Mi ricordo quando morì: il paese era tutto commosso, alla Misericordia di Siena siamo andati con la scuola a trovarla. La mia mamma era fattoressa, la mia nonna si chiamava Bruscoli Maria, poi sposò il Biagini, il mio nonno, e venne ad abitare a Chiusdino, i Ferri, Lina aveva sposato Francesco Ferri, un parente di Dina. Dina com’era brava, faceva i temi belli, la maestra ce li leggeva, a me insegnava a recitare...(gli scatto una fotografia, ma non la metta in punti posti). Ho tante fotografie di quelle che ci siamo fatte a scuola, gliele cerco!”

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sabato, 20 settembre 2008

De Witte, Tavernari e l’oscurantismo!

 

Con la fine dell’estate e la fine di un periodo di sogni e di angosce, ho deciso di “impegnarmi” a fondo per la realizzazione della grande mostra relativa al pittore fiammingo Pieter De Witte che si aprirà a Volterra il 30 maggio 2009. De Witte è un pittore oscuro, poco conosciuto, non certo all’altezza di Van Eyck, e dei grandi “rivoluzionari” Giotto, Giorgione, Antonello, Rembrandt e Ricasso, essenzialmente un pittore “di chiesa”, anche se dotato di fantasia e senso del colore e dello spazio. A Volterra sono custodite tre grandi tele, altre arriveranno da molti musei e gallerie italiane ed europee; sia di De Witte che dei suoi contemporanei, compresi arazzi, disegni e sculture. Sarà una scommessa sensibilizzare i cittadini volterrani e quelli italiani, tedeschi, olandesi e di altre nazioni europee, raggiungendo e superando il traguardo delle presenze registrate per recenti eventi volterrani, quali, ad esempio le mostre sugli etruschi e sul medioevo. Perciò ho iniziato a ripassare le mie scarse nozioni sull’arte figurativa, consultare cataloghi, monografie, biografie ed anche qualche antica frequentazione con pittori e grafici, come Calabria, Viviani, Guttuso, Caruso, Cascella…Ed è stato proprio sfogliando il volume illustrato di Bruno Caruso “Manoscritto sulle meraviglie della natura”, che ho ritrovato una lettera proveniente dall’Università degli Studi di Pisa, Istituto di Storia dell’Arte, giuntami il 15 luglio 1967, firmata dalla dr.sa Maria Laura Cristiani con i saluti del prof. Ragghianti.

La lettera riguarda un episodio “curioso e sconcertante” avvenuto a Larderello in quella estate, la censura operata dai dirigenti di un Circolo Culturale, sostenuti dal parroco e da un gruppo di “ben pensanti”, a proposito di una mostra del pittore e grafico Vittorio Tavernari le cui opere, esposte per due o tre giorni nelle sale del Circolo, erano state tolte e riposte negli imballaggi in attesa di essere rispedite al mittente. Ma cosa c’era di tanto scandaloso nei guazzi e disegni? Alcuni nudi, molto classici, studi del corpo umano, più che compiacenze all’erotismo o alla ricerca di “scandalo”. Maria Laura Cristiani scrive: “…vengo ad apprendere l’incredibile fatto accaduto a Larderello in riguardo alla mostra di Vittorio Tavernari. Cosa dirle? Sono fatti che lasciano così amareggiati e perplessi, che qualunque commento è inadeguato. Ho cercato di appurare in qualche modo la vicenda, che è, comunque la si guardi, “sconsolante”. Ma tant’è, questa è la forma mentis della gente tra cui dobbiamo vivere ed operare, e scoraggiarsi sarebbe ancora peggio. In quanto al buon parroco, che, certamente in buona fede, ha ritenuto di doversi armare contro tali innocenti mulini a vento, valga la massima manzoniana: Omnia munda mundis!”

Sull’episodio scrissi allora una poesia Omnia munda mundis, nella quale ironizzavo sulla ben più corposa collaborazione offerta da un parroco di Larderello per soddisfare le voglie sessuali del capo della industria chimica, Piero Ginori Conti, ossia “il principone”, e del clima di sottomissione di mariti e familiari delle piacenti e compiacenti donzelle:

 

Omnia munda mundis

 

Fu per una mostra di acqueforti

e guazzi di Tavernari uno scandalo grande,

il prete tuonò rimproveri aspri

per membra e torsi

senza veli e mutande.

Laura mi scrisse una lettera

amica, questa la realtà, questa

la fatica;

tutto è puro per i puri di cuore

e noi abbiamo purezza,

intelligenza, amore.

Si, lo sapevo e tuttavia

un poco mi dolevo d’aver turbato

                                   i pensieri,

scatenato desideri repressi

di gente innocente.

Era di maggio e nella chiesa antica

il canto dolce e forte

saliva alla Madonna

oltre il corrotto mondo

e la morte.

Così fu scoperto il passaggio

segreto tra l’ufficio-museo

e il Tempio austero

dove fanciulle in fiore

- a Dio piacendo –

vendevano l’onore al padrone

                                 gaudente.

Nella sera viola

il nostro riso

si mischiava al canto,

sul sagrato di Piazza Leopolda,

di Ser Cepparello, impavido impudente!

 

L’oscurantismo erotico s’è di molto annacquato, ma l’oscurantismo emanato dal sonno della ragione continua a generare mostri e sofferenze all’umanità, specialmente per i creduloni.

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