mercoledì, 26 novembre 2008

GIORNATA DELLA POESIA “LA LUNA NOVA

 

La “giornata della poesia” a Castelnuovo di Val di Cecina si svolge ormai da circa 15 anni. Dapprima come “premio letterario” poi, dal 1998, secondo la formula attuale, basata sulla scoperta o riscoperta di un poeta locale, dove locale vuol dire Territorio delle Colline Metallifere, tra Volterra e Massa Marittima. Per 4 anni abbiamo abbinato al tema centrale il lavoro sulla “musicalità della parola” in collaborazione con le scuole Comunali. Ultimamente tale collaborazione è andata esaurendosi, ma non disperiamo poterla riprendere in futuro. I volumetti stampati e distribuiti a tutti gli alunni e catalogati nella Biblioteca Comunale, sono un segno tangibile del lavoro svolto e del percorso avviato alla valorizzazione della cultura popolare delle nostre piccole Comunità.

 

I poeti  di cui abbiamo parlato (compreso quello di cui parleremo il 29 novembre, ore 16 presso la Villa Ginori in Castelnuovo, Alessandro Spinelli), sono stati:

 

Asia Castellini, Serrazzano (1912-2000)

Giannina Rossi, Sasso Pisano (1901-1999)

Dina Ferri, Radicondoli (1908-1930)

Giovanni Batistini, Volterra (1914-1998)

Ireneo Pimpinelli, Boccheggiano (1882-1968)

Alvaro Cappellini, Castelnuovo Val di Cecina

Florio Gherardi, Lustignano

Antonio Gamberi, Roccastrada

Enrico Partigiani, Pomarance

Alessandro Spinelli, Montecerboli

 

Dieci limpide voci che, “non avranno la magia di cambiare il mondo, ma di renderlo sicuramente più umano e vivibile”.

 

Alcuni amici ci domandano, preoccupati, se ormai i “poeti” da ricordare si siano esauriti. No, per fortuna. Si tratta solo di ricercare i testi,  i ricordi,  le immagini, spesso rarissimi e, anche quando ci sono, dispersi, su piccole pubblicazioni o in carte di famiglia difficilmente rintracciabili.

 

Da una prima ricognizione ne abbiamo elencati alcuni, ma l’elenco è solo parziale:

 

Annetta Taddei, Sasso Pisano

Pier Giorgio Bianchi, Massa Marittima

Fortunato Milani, Sasso Pisano

Dumas, Monterotondo Marittimo

Carlo Bechelli, Monteverdi Marittimo

Zanella, Milano-Pomarance

Giuliano Cheli, Serrazzano

Emilio Fanetti, Leccia

 

Nel 40° anniversario della morte voglio far conoscere i tratti essenziali della vita e dell’arte di

Ireneo Pimpinelli.

 

Di Ireneo è stato pubblicato un volume di poesie “Poesie popolari di Ireneo Pimpinelli”, presso la Tipografia Clemente Minucci di Massa Marittima nell’anno 1957, raccolta di 91 liriche. Pochi testi sono apparsi sulla stampa socialista tra il 1900 ed il 1921. Insieme ad altri poeti popolari figura nel volume di Mauro Rognoni: Visi sporchi coscienze pulite. Storia di un paese minerario della Toscana”, Edito da Il Paese reale, Grosseto, 1979. Infine il sottoscritto ne pubblicò una silloge nel Sillabario, Pomarance, n. 3., 1998.

 

Ireneo Pimpinelli nasce il 14 dicembre 1882 in Vallecava a Boccheggiano, ultimo di sette maschi di una famiglia di mezzadri. Dopo quattro anni dalla sua nascita la famiglia si trasferisce al podere Fontappialla, Montieri, podere dal quale i Pimpinelli furono cacciati perchè di profonda fede socialista e costretti a riparare al podere Bugliano nella Tenuta di Luriano a Chiusdino. Il 20 febbraio 1909 Ireneo si sposò prendendo in affitto una casa a Boccheggiano. Trovò lavoro a Roccastrada, come postino, ma dopo un anno fu licenziato; tentò la fortuna a Piombino, come operaio delle Acciaierie, ma la grave crisi del 1911 che culminò negli scioperi del mese di luglio, lo costrinse a rientrare a Boccheggiano. Qui fu assunto, infine, dalla Società Montecatini e per 36 anni lavorerà come minatore-pompista alle miniere di pirite di Boccheggiano. Intanto la famiglia paterna si disperde: Roccastrada, Montepescali, Follonica, Ravi, Scarlino. Nel 1905 Ireneo era stato eletto consigliere comunale di Montieri nella lista del PSI con 20 voti di preferenza, contro i 195 della lista moderata. Si ricorda che in quelle elezioni potevano votare soltanto i cittadini maschi con un reddito molto elevato, che cioè pagavano una tassa non inferiore alle 100 lire! Per i socialisti sembrò un trionfo. A seguito delle dimissioni di molti consiglieri di maggioranza i socialisti presero il potere ed Ireneo si trovò a dover fare l’assessore. E fu proprio per ritorsione politica che il padrone del podere Fontappialla, Luigi Masson, istigato dai maggiorenti montierini, dette la disdetta alla famiglia Pimpinelli che ormai vi abitava da oltre vent’anni e che vi aveva apportato importanti lavori di bonifica e miglioria fondiaria. Per prendersi una piccola rivincita morale contro i vecchi padroni Ireneo dovrà attendere circa 60 anni: un figlio di Luigi Masson, Jules, professore di medicina a Milano, ritorna in riposo alla casa di Montieri. Con grande sorpresa si vede recapitare un libriccino di poesie stampato dal suo ex mezzadro, ora sindaco del Comune! Ormai al declinare della vita Ireneo scrive: “...tutte le scissioni del Partito Socialista mi hanno reso triste, specie l’ultima di Vecchietti. Ho seguito questo mantenendo l’abbonamento all’Avanti! mi pare che il giornale mi appartenga. Al suo nascere ero già iscritto e facevo le sottoscrizioni”. Sindaco di Montieri nel 1919 fu costretto alle dimissioni dagli squadristi fascisti, ma per la sua coerenza ideale che mai cedette al compromesso con il regime, fu riconfermato dagli Alleati primo sindaco della Liberazione nel 1944. Ireneo muore a Montieri nel 1968. Poeta e scrittore autodidatta così dice dei suoi componimenti: “...ho pubblicato una dodicesima parte dei molti miei scarabocchi, spigolando una o due poesie ogni anno, attraverso i 61 anni che vanno dal 1896 al 1956”. Purtroppo gli altri 11/12 della sua opera poetica, lettere, scritti politici, novelle, sembrano essere andati irreparabilmente perduti.

 

1 Maggio 1897

 

La prima volta che facciam la festa

del primo maggio dei lavoratori.

Pochi, raccolti quasi alla foresta,

schivando di Pelloux i rigori.

 

Ma presto verrà il dì che il primo maggio

faranno festa tutti i lavoranti

di città d'ogni centro, ogni villaggio,

tra le spesse bandiere rosseggianti.

 

Porteranno lavoro, amore e pace,

giustizia e libertà sarà la scuola:

-non libertà che offende e che non piace-

ma di fede, pensier, stampa e parola.

 

Nota: Nei primi mesi del 1897, in Montieri, si costituì la Sezione Socialista e per la prima volta fu fatta la festa del 1 Maggio, presso la zona denominata "il Salcio", dove ci recammo alla spicciolata, per non dare dubbi del nostro convegno, nei tempi grigi del Governo Pelloux. Di Montieri eravamo presenti i seguenti compagni: Spinelli Giovanni, Rovelli Giuseppe, Frati Giovanni, Massetani Marco, Balestri Giovanni, Negrini Angelo, Fabbri Ulisse, Vatti Giulio, Pimpinelli Giuseppe, Pimpinelli Ireneo. Di Gerfalco intervennero sei compagni dei quali ricordo il nome di Frati Mino, Campani Giusto, Martinozzi Torello, Fabio Vecchioni. Quest'ultimo era l'animatore perchè colto, agiato, deciso, tenace, nonché parlatore facondo.

 

A Bresci

 

Bresci! Non mica con atto insano

sulla terra facciam scender Temi:

lo scempio di un Matama e di un sovrano

rafforza i prioristici sistemi.

Sol l'unità del popolo sovrano

può dar del bene e oprar fecondi semi.

Se invero l'anarchismo ha certe mire

non troverà chi lo dovrà seguire.

(1900)

 

Ad Angelo Tognoni

 

Compagno, coetaneo, e più parente,

di Boccheggiano, Angelo Tognoni,

dei tuoi saluti e congratulazioni

ti ringrazio e ricambio caramente.

Nella campagna si può far semente,

che son del corpo le soddisfazioni;

ma più esposti al capriccio dei padroni

e poco a fecondar la nostra mente.

 

Tu vivi tra i compagni del lavoro

e diffondi di Marx la scintilla,

con la serenità del tuo decoro.

 

Già il socialismo in molti cuori brilla,

seppur ancor lontano, ed io mi onoro

di saperti la fiamma e la favilla.

(1905)

 

Alla mia fidanzata Panichi Tersilia

 

 Latte e sangue il color, le guance care,

brunettine le chiome e trasparenti,

limpido il ciglio del color del mare,

labbra di rose e d'alabastro i denti.

 

Bocca che versa le parole care,

occhi più delle stelle rilucenti,

candida fronte ove si può specchiare

la virtù riservata agli innocenti.

 

Felice chi potrà baciarti il viso

la prima volta, ed essere cambiato

con l'amor, con la fede e col sorriso.

 

Spero d'esser io quel fortunato

che in terra, sotto terra, in Paradiso,

ti sarà stretto eternamente a lato.

 

(1905)

 

Per la morte della mia cara consorte

Panichi Tersila (21.10.1949)

 

Con la borsetta delle merendine

venivi incontro, con secchiello e boccia,

ed al pascolo aprivi le galline,

come pure i pulcini con la chioccia.

 

Mettevi un cappelluccio da campagne

che l'aspetto ti dea quasi divino;

si raccattava insieme le castagne

per la polenta e per il porcellino.

Dicevi: -A comprar questa gabbricciaia

si fece bene, pur che sia una sbalza:

ci passeremo la nostra vecchiaia;

tu farai l'orticello ed io la calza.-

 

E' ritornata la castagnatura:

son discrete, son venute giù;

ma tu sei morta e scesa in sepoltura;

ti penso, guardo e non ti vedo più!

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categoria:ireneo pimpinelli
lunedì, 24 novembre 2008

CANZONIERE

1952-2008

 

1952-1956, Prime poesie  (76)

1952-1982, Poesie scherzose (17)

1957-1967, Le speranze ed i rimpianti (280)

1968-1977, Di nuovo in cammino (28)

1978-1984, L’età forte (54)

1984-1985, L’anima mia è smarrita (25)

1985,          La pesca delle perle (36)

1985-2008, El poeta canta por todos (10)

1986,          Arance a Natale (22)

1986,           Side track (28)

1987,           Fabbrica amica (35)

1988-1992, Ho vegliato le notti serene (10)

1993-2003, Flos Solis Maior (34)

2003-2006, Stella d’argento (25)

2006-2007, La cometa Swan (122)

2006-2008, Yo noto al paso que me torno viejo (65)

2007,           Poesia&Stelle (6)

 

(Una verifica, rispetto al post pubblicato ieri, mi impone di pubblicare la reale consistenza della raccolta: in totale n. 824-860 poesie. Sono dati leggermente discordanti tra gli indici quaderno x quaderno e l’elenco generale. Mancano inoltre le poesie, circa 30, del quaderno “La bicicletta”, al momento irreperibile?)

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categoria:canzoniere aggiornato
domenica, 23 novembre 2008

Torniamo a dire qualcosa sulla poesia…

 

Trovo Lorella all’uscita della COOP, sono fortunato. Ci parlo volentieri con questa delicata poetessa. Posso lamentarmi della solitudine che mi avvolge. Anche lei dice di essere malinconica, ma  la sua vita piena di eventi e di studi, di canzoni e di amicizie, la smentisce. Inoltre è giovane, ha molto tempo davanti. Anche Lorella non cessa di scrivere versi e racconti. Ma quale sarà il futuro della nostra poesia? Ci ritroveremo il sette dicembre a Belforte, nella Casa della Memoria, l’Aquilante, per l’ultimo “Piccolo Incontro Letterario” dell’anno. Tra un gruppetto di amici e amiche amanti della letteratura che si contentano di poco. Per loro la cosa più importante è stare insieme. Lassù manco da diversi mesi. Mi piace confessarmi e fare carnevale in mezzo a loro. Non conosco ancora l’incipit, credo sia in tema con le festività e l’atmosfera del Natale. Forse leggerò una poesia che scrissi tanti anni fa per mia figlia, parlavo “del Natale di quand’ero piccino”, però devo trovarla, perché allora non c’era questo meraviglioso strumento elettronico che tutto ordina e conserva. Forse parlerò del mio primo ed unico romanzo, quello finora incompiuto, ma mi accorgo, rileggendolo,  che è irrimediabilmente banale. E’ quando frequento, per la verità rare volte, circoli di artisti e critici, che avverto di essere fuori del coro, trito, provinciale, anzi di più, egocentrico! e, aggiungerei, marginale. Il romanzo dal titolo provvisorio “Un amore al tempo di internet”, inizia una sera d’estate (c’é, naturalmente, una luce d’oro che filtra tra le foglie dei vecchi tigli…), nel giardino di un piccolo paese toscano, con l’incrociarsi di uno sguardo tra un uomo e una ragazza, un uomo vecchio, un poeta stanco, una poco più che bambina travolta da un’ondata di imprevista passione, capace di baciare e di amare, ma incapace di comunicare, studentessa alla scuola dei sentimenti, e per tutti i restanti giorni della storia d’amore, non cambia mai scenario! Sempre lì! (e il Natale non c’entra niente). Mentre scorrono le stagioni, estate, autunno, inverno arriva la primavera e la fine! Al contrario di come vanno generalmente le cose in natura. Troppo complicato per questo ultimo incontro dell’anno. Riguardo alle poesie sono riuscito a compilare un indice, ancora molto incompleto, piano piano le copierò, sono molte, spero che se ne salveranno due o trecento, per quando sarà il momento della loro pubblicazione. L’intero “Canzoniere” (1952-2008) è suddiviso nei quaderni:

 

1952-1956, Prime poesie (42)

1952-1982, Poesie scherzose (17)

1957-1967, Le speranze ed i rimpianti (85)

1968-1977, Di nuovo in cammino (41)

1978-1984, L’età forte (50)

1984-1985, L’anima mia è smarrita (25)

1985,          La pesca delle perle (33)

1986,          Arance a Natale (22)

1986,          Side track (28)

1987,          Fabbrica amica (18)

1988-1992, Ho vegliato le notti serene (10)

1993-2003, Flos Solis Maior (34)

2003-2006, Stella d’argento (25)

2006-2007, La cometa Swan (122)

2007,          Poesia&Stelle (16)     

1985-2008, El poeta canta por todos (10)

2006-2008, Ya noto al paso que me torno viejo (74)

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categoria:indice poesie
giovedì, 20 novembre 2008

IL MONDO DELL’UOMO LIBERO

 

Nel mio piccolo paese faccio di tanto in tanto incontri inquietanti: piccoli segni di malesseri nuovi e antichi, scritte sui muri e sui monumenti, simboli di morte e di odio. In arabo si possono leggere frasi scolpite sul legno di tavoli ai quali siedono in permanenza giovani extracomunitari: “italiani merda!”, e sulle vernici di cartelli stradali, cabine telefoniche e lamiere, son tracciate goffe svastiche, croci celtiche e simboli richiamanti gli anni di piombo del terrorismo. Incultura, voglia di sbalordire, di provocare, “ragazzate”, si dirà. Si, certamente, anche di questo si tratta. Tuttavia credo che poco si faccia, nella scuola in primo luogo, poi nella famiglia, per educare i giovani agli ideali

della democrazia, fraternità, solidarietà. Poco per trasmettere i valori profondi sui quali si fonda la Costituzione Italiana, la nostra Costituzione. Siamo, complessivamente, un popolo di “smemorati”. Mi provo a ricordare che dal 1943 al 1945 hanno partecipato alla Resistenza italiana contro i nazifascisti 240.000 partigiani, i caduti sono stati 55.000 e 33.000 i feriti; il Corpo Italiano di Liberazione che ha combattuto al fianco delle truppe Alleate, ha avuto 25.000 caduti e 19.000 dispersi; dal 1943 al 1945 sono stati deportati nei campi di sterminio nazisti 43.000 italiani (uomini, donne, bambini, di cui 8369 ebrei), 40.000 sono passati per il camino dei forni crematori dei lager; dal 1943 al 1945, durante la ritirata verso il Nord, le truppe nazifasciste hanno sterminato oltre 15.000 civili, dei quali 87 nel solo territorio del nostro Comune. Il 10 maggio 1945 al momento di lasciare finalmente il Lager di Mauthausen, i sopravvissuti giurarono solennemente, in tutte le maggiori lingue d’Europa, sull’Appelplatz, che li aveva visti vittime sacrificali:

 

“Ecco spalancate le porte di uno dei Lager più duri e micidiali: Mauthausen. Noi partiremo verso tutte le direzioni dell’orizzonte per raggiungere i nostri liberi Paesi dove non c’è più fascismo. I deportati oggi liberi, ieri ancora minacciati di morte dalla mano dei carnefici del nazismo, ringraziano dal profondo del cuore le vittoriose Armate Alleate per la loro liberazione e salutano tutti i popoli in nome della loro libertà riconquistata. La permanenza di lunghi anni nei Lager ci ha convinto del valore della fraternità. Fedeli a questo ideale giuriamo solidalmente e di comune accordo di continuare la lotta contro l’imperialismo e le sollecitazioni nazionalistiche. Così come grazie allo sforzo comune di tutti i popoli il mondo è stato liberato dalla minaccia nazista, così dobbiamo considerare la conquistata libertà come un bene comune a tutti i popoli. La pace e la libertà sono garanzia della felicità dei popoli, così come l’edificazione del mondo su nuove basi di giustizia sociale e nazionale è la sola strada per la collaborazione pacifica degli Stati e dei Popoli. Noi vogliamo, ora che abbiamo ottenuto la nostra libertà e quella delle nostre Nazioni, custodire il ricordo della solidarietà internazionale esistente nel Lager e trarne la seguente lezione: seguire un comune cammino, quello della comprensione reciproca, della collaborazione alla grande opera dell’edificazione di un mondo nuovo, libero e giusto per tutti. Noi non scorderemo mai gli immensi sacrifici di tutte le Nazioni che hanno posto le basi per l’edificazione di un mondo nuovo. In ricordo ti tutto il sangue sparso da tutti i popoli, in ricordo dei milioni di nostri fratelli assassinati dal nazismo, noi giuriamo di non abbandonare mai questa strada. Sulle sicure basi della fraternità internazionale noi vogliamo costruire il più bel monumento che è possibile realizzare per i combattenti caduti per la Libertà:

Il MONDO DELL’UOMO LIBERO

Noi ci rivolgiamo al mondo intero chiedendo: aiutateci in questo sforzo! Viva la solidarietà internazionale! Viva la Libertà!”   
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martedì, 18 novembre 2008

The Sign and the Seal. L’Arca dell’Alleanza.

 

Il lungo viaggio, interiore e reale, della grande avventura archeologica e storica di Grahan Hancock, è finalmente giunto alla fine: “…infine arrivammo alla cima e qui, sotto il cielo cremisi del mattino incipiente, guardai ammirato dall’alto la città di Axum. La luce si andava facendo più forte ora, e scrutando in basso, in lontananza, potei scorgere il giardino nel centro di Axum in cui si trovava la principale collezione di stele giganti. Più avanti, al di là di una piazza deserta, inserita in un contesto ben appartato, stava la grande chiesa di Santa Maria di Sion, con le sue torri e i suoi merli. E a lato di questo imponente edificio, circondata da una cancellata di ferro a punte acuminate, vi era una tozza, grigia cappella di granito, tutta chiusa e priva di finestre, con una cupola di rame verde. Questo era il santuario dell’Arca dell’Alleanza!”

E la sera dopo comincerà il Timkat e l’Arca sarà portata fuori, in processione al Mai Shum. Ma sarà portata fuori la vera Arca, oppure una delle ventimila copie esistenti in Etiopia?  Ascoltiamo Hancock:

“…l’oggetto che fu portato in processione al Mai Shum quando cominciarono le cerimonie del Timkat, nel tardo pomeriggio di venerdì 18 gennaio 1991,  era una grossa scatola rettangolare avvolta da uno spesso panno azzurro impreziosito dal ricamo di una colomba. E ricordai che nel Parzival  di Wolfram proprio una colomba era l’emblema del Graal. Eppure sapevo, al di là di ogni ombra di dubbio, che l’oggetto che stavo guardando non era né il Graal né l’Arca: era piuttosto esso stesso un emblema, un simbolo, un segno. Come mi aveva detto mesi prima il sacerdote falasha Raphael Hadane, la sacra reliquia conservata nella cappella del santuario, restava lì, gelosamente sorvegliata nel tabernacolo; quella che veniva portata in processione era una copia…ero riuscito, alla fine, a intravedere il segreto nascosto dietro il simbolo, il glorioso enigma proclamato in tanti mirabili segni, proclamato ma non rivelato. Perché gli etiopi sanno che se vuoi nascondere un albero devi metterlo in una foresta; e che cos’altro sono le copie che essi venerano in ventimila chiese se non una vera e propria foresta di segni? Al cuore di questa foresta sta l’Arca stessa, l’Arca d’oro che fu costruita ai piedi del Monte Sinai, che fu portata nel deserto e attraversò il fiume Giordano, che assicurò la vittoria degli israeliti nella loro lotta per raggiungere la Terra Promessa, che fu portata a Gerusalemme da re Davide e che, attorno al 955 a. C. fu posta da Salomone nel tabernacolo del primo tempio. Da lì, circa 300 anni dopo, essa fu spostata da sacerdoti fedeli che cercarono di preservarla dalla contaminazione alla quale l’aveva esposta il peccatore Manasse e che la portarono al sicuro nella lontana isola egizia di Elefantina. Qui venne costruito un nuovo tempio per contenerla, un tempio in cui essa rimase per altri due secoli. Quando questo tempio fu distrutto, tuttavia, ricominciarono le sue peregrinazioni e l’Arca fu portata verso sud, in Etiopia,  nella terra ombreggiata di ali, nella terra in cui si incrociano i fiumi.  Provenendo da un’isola, fu portata in un’altra isola, la verdeggiante Tana Kirkos, dove venne sistemata in un tabernacolo semplice e adorata da gente semplice.  Per i successivi 800 anni essa fu al centro di un vasto culto giudaico, un culto i cui fedeli erano gli antenati di tutti gli odierni ebrei etiopi. Poi arrivarono i cristiani, che predicavano una nuova religione: dopo aver convertito il re, essi riuscirono a prendersi l’Arca. La portarono ad Axum e la posero nella grande chiesa dedicata a Santa Maria Madre di Cristo Passarono molti altri anni e con l’avvicendarsi dei secoli bui, il ricordo di come l’Arca era arrivata in Etiopia si fece sempre più confuso. Cominciarono a circolare delle leggende che cercavano di rendere conto del fatto misterioso e inesplicabile che una piccola città nelle sperdute montagne del Tigrè sembrava essere stata scelta, presumibilmente da Dio stesso, come ultimo luogo di custodia della reliquia più preziosa e prestigiosa dell’epoca vetero-testamentaria. Queste leggende vennero alla fine codificate e messe in forma scritta  nel Kebra Nagast, un documento che conteneva una tale messe di errori, anacronismi e incongruenze da impedire alle successive generazioni di studiosi di individuare l’unica, antica e recondita verità, nascosta sotto strati successivi di elementi mitici e magici. Chi invece riconobbe la verità furono i Cavalieri Templari, essi compresero l’immenso potere dell’Arca e vennero in Etiopia per cercarla.”

 I Templari furono tutti (o quasi) uccisi in una sola notte del novembre 1307 su ordine segreto del papa  Clemente V. Una parte del mistero, tuttavia, quello dei “poteri” dell’Arca e la sua micidiale potenza, che si manifesta come una sorgente di energia nucleare tra i due cherubini d’oro posti ai suoi lati, non sono stati ancora svelati; né occhio umano, al di fuori del guardiano, che la custodisce, di generazione in generazione, fino alla sua morte,  l’ha più ammirata da migliaia di anni. E Hancock può concludere il suo magistrale lavoro:

“…posta nella remota oscurità del suo santuario, l’Arca di Dio splendeva forse di oro antico, ma il suo valore non stava affatto in questo. E nemmeno importava che fosse un tesoro archeologico di valore incalcolabile. Anzi, nulla di tutto ciò che poteva essere misurato, calcolato o quantificato aveva la minima importanza…e dove stava allora, se non nel mondo materiale, il vero valore della reliquia? Beh…nel suo mistero, naturalmente, nel suo incantesimo, e nel posto che aveva avuto nell’immaginario collettivo umano per tanti millenni e in tante terre diverse. Questi erano i valori eterni, la magia e le meraviglie, l’ispirazione e la speranza.”

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categoria:arca dellalleanza
domenica, 16 novembre 2008

Emozioni a Villa Palagione.

 

Sono ritornato alla Villa addossata allo sperone solitario, il Monte Voltraio, un luogo magico, dove il mio amico partigiano fu immortalato nel film cammina, cammina …, per incontrarmi con persone sconosciute, venute dalla Baviera. Sono stato avvolto maternamente da un ambiente caldo e amichevole, da squisitezze gastronomiche e delicate bevande, seduto comodamente in poltrone morbide, oppure camminando tra i quadri della mostra sul tempo di Mozart al Chiostro benedettino di Seeon. Mi sono fatto circuire dagli amici della televisione locale www.despensertv.it rilasciando una breve intervista sulla mostra del pittore Pieter de Witte (meglio conosciuto, forse, come Pietro Candido), che si svolgerà a Volterra dal 30 maggio all’8 novembre 2009, a Gianna, si proprio a lei, perché è stata capace di scrivermi una lettera (commentando il piccolo libricino di poesie El poeta canta por todos), degna di essere incorniciata e serbata per tutto il resto della mia vita! Ma chi l’avrebbe mai detto che di ciò fosse capace una quasi sconosciuta? Seduto in prima fila nella sala dei concerti della Villa, mi sono deliziato ad ascoltare alcune canzoni di Wolfgang Amadeus Mozart cantate dal coro del “Circolo musicale di Seeon” e accompagnate da un armonium e due mirabili violini. Due fanciulle uscite dal libro delle fate, diafane, come le acque dei laghi bavaresi. Così il mio pensiero andava alla loro trasparenza, a quella della musica immortale di Mozart,  ed alla trasparenza delle sculture di luce e di alabastro esposte in Palazzo dei Priori a Volterra visitate al mattino, ed anche alle trasparenze dei nudi di donna di Goya, Manet, Picasso, Botticelli, Tiziano…Maja, Olympia, Flora, Venere, e di un’altra donna memorabile addormentata su una spiaggia lontana. Stregato dalla bellezza, m’è tornata a mente un poesia antica, mentre nella notte stellata sono tornato a casa:

 

Wu-Ti dei Liang (464 -549 d.C.)

 

E dopo di me che sarà?

 

Sulla riva del mare del Nord gioco col mio bimbo piccino,

ci siamo entrambi tolti le scarpe e scalzi siamo entrati nell’acqua fredda,

l’acqua sottile dell’autunno inoltrato, raccogliendo piccole pietre

e conchiglie spezzate; stanchi sull’arenile asciutto abbiamo tracciato

cerchi intorno a noi, per impedire al Dragone di entrare; il Sole calava.

 

Mentre assorto scrutavo oltre l’orizzonte il caldo letto che le nubi

preparavano al Sole, m’è salito al cuore un moto di malinconia,

pensando al mio giaciglio umido e trasandato nella capanna di canne:

la mia amata lontana non potrà mai riscaldarlo, e dopo di me che sarà?

Fra i ginepri selvaggi e l’erbe fruscianti prendiamo il sentiero nella duna,

tardivi cormorani solcano stridendo le nubi purpuree.

 

postato da: karl38cg alle ore 21:14 | Permalink | commenti
categoria:villa palagione
venerdì, 14 novembre 2008

Padre Groppi, Eluana, Barragan: la tolleranza e l’arroganza.

                                                                                                                      

Quando alzo gli occhi dalla tastiera del mio PC li poso su un ritaglio di giornale incorniciato che mi procura sempre un’intima soddisfazione: l’immagine mostra un prete che si tiene le mani strette dietro alla nuca, in segno di resa, e alle sue spalle un agente che annota le generalità su un registro; immediatamente dietro a loro si ripete la stessa scena, qui è un giovane che tiene le mani dietro la nuca e l’agente che gli prende le generalità è al suo fianco. Siamo alla fine degli anni ’60. Il titolo, in neretto grande recita: “Padre Groppi contro la guerra in Vietnam”. La didascalia sotto l’immagine dice: “Padre James Groppi, noto per il suo impegno nella lotta per i diritti civili negli Stati del Sud e per la sua partecipazione alla protesta contro la guerra nel Vietnam, viene fermato dalla polizia di fronte alla Casa Bianca, nel corso della manifestazione di ieri, indetta per chiedere la cessazione dell’aggressione in Indocina. Padre Groppi tiene il capo fra le mani, come un prigioniero di guerra,  così come fa Rennie Davis, uno dei dirigenti del movimento pacifista americano”. Penso a questo mio parente, figlio della prima ondata di emigranti paesani verso il Nord America, ed alla sua indefessa lotta per i diritti civili di ogni uomo, leggendo le penose cronache della vicenda di Eluana Englaro, che sta finalmente per concludersi, nonostante l’arroganza dogmatica, di una prepotenza dettata dalla posizione di potere, non solo sulle anime, ma sulle economie mondiali, dell’alta gerarchia della chiesa cattolica apostolica romana! Perché sia chiaro, anch’io, ateo, non ancora illuminato da una Fede religiosa, ho un profondo rispetto per le idee della religione, di ogni religione,  ma mi rifiuto, con determinazione, alle pretese di volermi convertire con la forza contro la mia coscienza violando il principio fondamentale di libertà di cui ogni essere umano è portatore. Credo che si sarebbe rifiutato anche Padre Groppi, d’altra parte un cristiano, non un cattolico, quindi un prete con moglie e famiglia. Non ce lo potrà testimoniare perché morto di malattia nel 1985. Credo dunque nella immensa forza morale dei laici, rispettosi delle idee altrui e garanti delle libertà fondamentali per tutti, senza per questo loro impegno civile ambire a premi o onorificenze terrene e soprannaturali. La chiesa di Costantino legata indissolubilmente al potere temporale e al vitello d’oro della finanza e del capitale, mostra già i segni, le crepe, di un disfacimento storico in atto. Cosa nascerà in futuro dalle sue rovine non è dato immaginarlo. Spero soltanto che il suo trapasso sia veloce e indolore.

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martedì, 11 novembre 2008

GIANNINA ROSSI

 

Giannina Rossi, poetessa, è nata a Sasso Pisano il 28 ottobre 1902. E’ morta a Pomarance  quasi centenaria. Non frequentò mai nessuna scuola e imparò da sola a leggere e scrivere “a tempo avanzato”, dato che doveva andare nei campi, dall’alba al tramonto. Quando era costretta a rimanere in casa la mamma la utilizzava per fare le faccende domestiche, insegnandole a cucire ed a fare la calza. D’autunno poi c’era da raccogliere le castagne e le olive. E dopo le ghiande per il maiale. Solo la domenica Giannina aveva un po’ di tempo libero per leggere e scrivere, lo faceva per tutto il giorno, senza stancarsi. Fin da bambina amava scrivere brevi componimenti in prosa ed in poesia e la gente restava meravigliata che fosse arrivata a tal punto, senza aver frequentato la scuola. Le signore benestanti del paese facevano a gara a prestargli libri, sia di storia che di geografia e suo padre cominciò a comprarle tutti i giorni il giornale, così che “in casa eravamo al corrente di tutto”. All’età di 16 anni le morì la mamma. La sorella maggiore s’era sposata il fratello soldato. Giannina rimase con il babbo a lavorare il podere, tutto a mano, zappare, vangare, falciare il fieno, mietere il grano. Dalla guerra tornò il fratello, si sposò, e lasciò il podere. Giannina rimase a fare la contadina fino all’età di 29 anni. Nel 1931 trovò un lavoro come “femme de chambre” presso una famiglia nobile di Nizza che aveva una villa nel comune di Pomarance, nella quale rimase, tra la Francia e l’Italia, anche se saltuariamente, per oltre cinquant’anni. Ha sempre scritto poesie, praticamente inedite, delle quali ha detto: “…riguardo alle poesie che ho scritto, non ho perduto mai il tempo, l’ho pensate lavorando e con cinque o dieci minuti l’ho scritte”. Ne pubblico qualcuna raccomandando di accostarsi ad esse con l’ingenuità e la limpidezza d’animo del fanciullo che ascolta l’antica “favola bella”.

 

L’hiver a Vichy

 

Il a tombé de la neige,

il est tout blanc Vichy,

les arbres du grand parc

ils sont vraiment jolis.

 

Il dort dans le silence

le parc, son sommeil,

il attend pour son réveil

un rayon de soleil.

 

Voici, voici l’hiver

avec son blanc manteau,

dans l’air passe un cri

sinistre du corbeau.

 

Vichy, Janvier 1945.

 

Scevra d’ogni timore

 

Scevra d’ogni timore ed operosa

passo il tempo così:

mi piace la mia vita silenziosa

e i miei nascosti dì.

 

Quando il giorno scompar, lavor finito

guardo tranquilla e tanto

il ciel trapunto di stelle, infinito

spazio celeste e santo.

 

Allor intreccio così tutti i miei fiori

colti nella giornata,

li offro al cielo e dico: - In alto i cuori

la vita Iddio l’ha data. –

 

Villa I Collazzi, 1960.

 

Au revoir Bretagne!

 

Au revoir Bretagne, douce terre jolie,

Je pars pour la campagne, je pars pour l’Italie.

Je pars pour mon villane, petit mais bien connu,

Oh! mon beau paysage depuis longtemps plus vu!

Bretagne, ton image je garde en souvenir,

Surtout ton temps d’orage, ton vent, triste soupir.

Je t’aime meme sombre, et malgré ton ciel gris,

Ta pluie qui toujours tombe, avec son morne bruit.

Ton ciel semble une tache, grise matin et soir

Le soleil qui s’y cache, jamais ne se fait voir.

Toute cachée dans l’ombre comme un étroit chemin,

Oh! ma Bretagne sombre, pittoresque jardin.

 

Saint-Brieuc le 23 Juin 1946.

 

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martedì, 11 novembre 2008

Ai miei amici navigatori

 

Quando, il 12 giugno 2007, ho iniziato l’affascinante esperienza di scrivere i miei pensieri sul blog “La vita larga”, non prevedevo di poter occupare un piccolo spazio nella rete del nuovo mondo della comunicazione e della relazione mediatica, raggiungendo gli oltre 8000 contatti. Credo di essere rimasto fedele all’idea non tanto di fare del blog uno strumento pubblicitario o di coagulazione di un consenso o veicolo propagandistico, oppure di specializzazione tematica, quanto quella di fissare idee, riflessioni, sogni, amarezze, timori, che mi accompagnano nella parte terminale della vita. Una voce libera, dunque, che dalla marginalità geografica e sociale da cui scaturisce, cerca e trova amici e amiche, a volte per sempre sconosciuti, altre volte persone in carne e ossa, con le quali il rapporto cresce e le emozioni si condividono. Non so fare altro, scusatemi. E di nuovo  vi ringrazio tutti per aiutarmi a vincere la solitudine.

 

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sabato, 08 novembre 2008

IMI = Internati Militari Italiani. Traditi, Disprezzati, Dimenticati.

 

L’accorato commento nel post Eh! Si muore., al breve episodio del seppellimento di un ex internato nei Lager nazisti mi obbliga ad alcune sintetiche considerazioni. Non sono uno specialista della materia, mi sono dedicato per molti anni a ricerche sulla Resistenza al nazifascismo nel territorio delle Colline Metallifere Toscane, pubblicando  il volume “La piccola banda di Ariano. Storie di guerra e di Resistenza nelle Colline Metallifere Toscane (1940-1945)”, libro uscito nel maggio 2003 e attualmente esaurito. Considero questo lavoro come uno dei più importanti atti della mia vita. Nel volume di 430 pagine ho inserito quattro memorie biografiche di altrettanti ex internati nei Lager  tedeschi, come campione dei circa 613.000 ex militari deportati nei Campi di concentramento del III Reich, che rifiutarono le allettanti promesse degli emissari di Mussolini se si fossero arruolati per venire a combattere in Italia per conto della Repubblica Sociale Italiana: Adolfo Battaglini, Alfo Bandinelli, Michele Rossi di Amerigo, Alvaro Cappellini (da pg. 297 a pg. 333). Si deve anche a loro, alla quasi la totalità degli oltre 600.000, se sulla Germania vinta potè alzarsi, accanto alle bandiere degli Alleati, il Tricolore della Patria. In una nota (10) da pg 47 a pg. 50-52 pubblico un elenco di molti castelnuovini (tra i quali c’è il nome di Franchi Franchino (Franco), recentemente scomparso), insieme ad alcune considerazioni d’ordine più generale sul perché per molti anni, e in parte fino ai nostri giorni, si sono volutamente messi in secondo piano, nella lotta di Liberazione e nella  fase della ricostruzione dell’Italia democratica, questi giovani eroi. Tuttavia, adesso, disponiamo di molto materiale storico e documentale, si che, se non in vita, è possibile dare a questi resistenti ed agli anziani sopravvissuti, il degno riconoscimento, se non risarcimento economico, simbolico! Nel 1974 in Israele, nella zona di rimboschimento di Modijn fu inaugurato un bosco in memoria dei caduti italiani nei Lager. Sul cippo commemorativo si legge in ebraico e italiano “Bosco in memoria di quarantamila italiani caduti nei Lager nazisti”. E sulle bianche tombe dei cimiteri italiani di  Dachau, Monaco, Amburgo e di cento altri luoghi del terrore nazista si può leggere: DEN TOTEN/ZUR EHR/DEN LEBENDEN/ZUR MAHNUNG” (A onore dei morti, a monito dei vivi). Tra le tante opere segnaliamo: AA:VV. ANEI (a cura), 1943-1945. La Resistenza italiana nei Lager nazisti, Roma, 1977; Vannuccio Trinciarelli, io 94507, Felici Editore, Pisa, 2005 (preziosa testimonianza di un volterrano); importanti inoltre le ricerche della professoressa Carla Carocci (Volterra) che ha fatto una intensa azione di educazione per gli studenti della scuole superiori volterrane; Rossi S. (matricola XB 2916). Tanti anni fa in un Lager nazista, La Spalletta, Volterra, 1990-1992; id. Tanti anni fa in un Lager nazista, provincia di Pisa, Pisa, xerocopia, Pisa, sd. Contiene 100 testimonianze di internati del territorio volterrano; id. 200 volterrani nei Lager nazisti, Comune di Volterra, UTA, 1995; Schreiber G., I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich, 1943-1945, Traditi, Disprezzati, Dimenticati, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1997 (una delle opere più complete ed importanti su questo tema). E, per chiudere una poesia  che Antonio Sanseverino, Ufficiale dell’Esercito Italiano, prigioniero nel Campo di Deblin Irena nei pressi di Colonia , scrisse nel novembre 1943:

 

…oggi,

con pochi stracci nella mia divisa

senza medaglie da mostrare, senza bandiera,

dimenticato da tutti

nella fortezza di Deblin Irena

sprofondato fra orizzonti di neve

come un buffo pupazzo rotto,

nuovi eroi

mi hanno chiesto ancora

se sono Fascista

e se voglio sparare in qualche direzione

per avere doppia razione.

Ma il pupazzo

si è accorto solo adesso

di essere il soldato di se stesso

e perciò,

accada quel che accada,

dice

- NO! -

 

Una nota biografica: l’unico fratello della mia mamma e di altre sei zie, Gualfredo Fignani,  era in guerra dal 1943 e dislocato col suo Reggimento Lancieri di Firenze, sul fronte greco-albanese. Non è mai ritornato a casa. Per lui scrissi la mia piccola poesia:

 

Dalla guerra più non tornava,

era disperso, forse morto

nei Balcani, o in un Lager

in Germania, forse ucciso

dai partigiani su quei monti

inospitali, forse aveva trovato

l’amore…forse era sepolto

senza croce in quella terribile

ritirata, se ne parlava sottovoce

quando si spigolava il granturco

e le donne s’asciugavano una lacrima.

Dopo il nonno ero io l’Uomo

di quel podere sperduto

e aperto verso il mare,

patetico nei miei sette anni

e non sapevo ancora quale tremenda

guerra mi aspettava.

Ora la pelle è salva,

ma intorno ho la steppa gelata.

postato da: karl38cg alle ore 18:30 | Permalink | commenti
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