martedì, 30 dicembre 2008

BUON ANNO 2009!  (II)

da MARCO VALERIO MARZIALE (Bilbili,1 marzo 39 o 40 – circa l’anno 104 d.C.)

 

 

Sofronio Rufo, per tutta Roma

Una ragazza ho cercato

Che dica di no. Non l’ho trovata.

E’ empio, è turpe, è proibito

Dire di no? Nessuna lo dice.

Nessuna è casta? Oh tante!

Che cosa fa la casta? Non la da, però

Neppure dice no. (IV, 71)

 

In tutta Roma

In tutto il populo romano

Non havvi nessuno che possa provare

D’aver chiavato Taide

Pure concupitissima e

Da moltissimi pregatissima.

Mio Dio, Taide è così pudica?

No. La bocca è la sua fica. (IV, 84)

 

Tu che spaventi col membro gli uomini

E con la falce i cani,

Vegliami questi pochi acri

Di terreno appartato.

Lungi dal tuo frutteto

Ladri vecchiotti, ma

Un ragazzetto, una bella fanciulla

Con lunghi capelli, lasciali entrare. (VI, 16)

 

Tu vuoi, Lesbia, che sempre io l’abbia ritto

Per servirti, ma un cazzo non è un dito,

Credimi. Tu l’accarezzi e gli parli fitto fitto

Ma il tuo fare imperioso ti è nemico. (VI, 23)

 

Nessuna donna, Licoride, fu

Preferibile a te:

Nessuna a Glicera preferibil’è.

Lei sarà come te,

Tu non puoi essere com’è lei.

E’ il lavoro del Tempo: costei

Mi piace – mi piacevi, tu. (VI, 40)

 

Donna ricca sposare? No. Perché,

Mi domandate? Perché voglio

Sposare non venir sposato.

La moglie, Prisco, sia soggetta al marito:

E’ la sola uguaglianza possibile tra i due. (VIII, 12)

 

Di quante furono e sono la più bella,

Di quante furono e sono la più troia,

Io ti vorrei, Catulla, o meno bella

O meno troia. (VIII, 54)

 

Ah scellerata Cloe!

Sulle tombe di sette mariti

“OPERA MIA” pose.

Dirlo più chiaramente non si puoe. (IX, 15)

 

Artemidoro ha una

Ragazza, ma il campo

Ha venduto; Calliodoro,

Al posto della ragazza

Ha un campo. Aucto,

A chi dei due il migliore

Affare? Uno si slomba

Ad amare, l’altro ad arare. (IX, 21)

 

Mi chiedi, Galla, perché non t’impalmo?

Sei una letterata.

Troppi errori di lingua fa il mio uccello.  (XI, 19)

 

Lupesco ama Glicera la bona

Ch’è tutta sua e nessuno gliela suona.

Di non chiavarla gli par più di mille

Anni e ad Eliano a cui con trista

Faccia lo raccontava, spiegava

Che Glicera ha un male alle tonsille. (XI, 40)

 

Arrivo, in una notte, a farne quattro.

Ma, mi venga un’emottisi,

Se mai con Telesilla una ne faccio

In anni

Quattro. (XI, 97)

 

Fillide bella tutta quella notte

In tutti i modi possibili era stata

Con trasporto infinito mia

E io al mattino pensavo quale

Regalo le farò? Una libbra

Di profumo di Cosmo o di Nikèros?

Matasse splendide di lane andaluse?

Della zecca di Cesare dieci

Luigi d’oro? Ella mi cinse

Il collo e un folle bacio

Lungo come una stretta di colombi

Versandomi pigolò la sua preghiera:

Una damigianotta, di barbera. (XII, 65)

 

 

Così fresche ghirlande perché

Mi mandi, Cecilia? Io

Voglio le rose appassite da te. (XI, 89)

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martedì, 30 dicembre 2008

BUON ANNO 2009!  (I)

da MARCO VALERIO MARZIALE (Bilbili,1 marzo 39 o 40 – circa l’anno 104 d.C.)

 

Lasciva est nobis

Pagina, vita proba.

 

Parola sporca ho,

vita pura. (I, 4)

 

Cornelio, tu deplori

I miei versi scollazzati

Che non potrebbero andare

Per le scuole: ma è un genere

Questo che senza cazzo

Come alla moglie un marito

Non darebbe sollazzo.

Come tu mi chiedessi

Una canzone erotica

Che di erotico non avesse

Neppure una parola.

Perché vestire gli ignudi

Florali e imporre a puttane

Il ritegno delle matrone?

La legge della poesia

Licenziosa è che priva

Di venereo prorire è cosa morta.

Laonde,

Deposto il severo ammanto,

Assolvi, ti prego,

Codeste mie belinate

E guardati dal castrare

La mia letteratura.

Che orrore, un Priapo gagliardo

Diventato Abelardo! (I, 35)

 

Intorno ai pulpiti di noi poeti,

alle nostre cattedre infeconde,

girano solo dei baci le ronde. (I, 76)

 

Il faccino e la bocca t’accarezza

Con la lingua, Manneia,

Il barboncino.

Mangiar merda

Che gioia per un cane! (I, 83)

 

Oh!| Che vita

Vivrei, larga,

Bellissima! (I, 103) (in omaggio al blog: la vita larga)

 

E sempre dici che me la darai,

Galla, quando ti prego,

E non me la dai mai.

Se il contrario tu fai

Di quel che dici, dimmi

Galla, ti prego,

Non te la darò mai. (II,25)

 

Zoilo, perché col tafanario

Ci fai sozzo tutto il calidario?

Per fare l’acqua sporca ancor di più,

Tuffati a testa in giù. (II,42)

 

Baci il cazzo, bevi la minerale,

Lesbia, non fai male.

Alla bocca, dove più bisogno c’è,

Fai il bidet. (II, 50)

 

La donna libera mi piace di più.

Se non ci arrivo, venga la Libertà.

Dopo queste, la serva: ma se

Abbia dorabile il fichino

Alle altre due non ci penso più. (III, 33)

 

Non sono un indovino:

Ma se duole

L’uccello allo schiavetto,

A te, Nevio, il culo,

mi viene un sospetto. (III,71)

 

Sertorio incomincia tutto,

Non finisce mai niente.

Quando chiava, chissà,

Verrà? (III, 79)

 

Tu sei per tutti, Chione, un’illibata,

l’inaudita purezza di una fica.

Ma quando vai al bagno non ti copri

La tua parte più sozza:

Metti lo slippino sulla bocca! ( III,87)

 

E dagli sempre con la mia vecchiezza,

Taide.

Il pompino è l’eterna giovinezza. (IV, 50)

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sabato, 27 dicembre 2008

Tempo y Silencio

 

Una casa en el cielo

Un jardin en el mar

Una alondra en tu pecho

Un volver a empezar

 

Un deseo de estrellas

Un latir de gorrion

Una isla en tu cama

una puesta de sol

 

Tempos y silencio

Gritos y canto

Cielos y besos

Voz y quebranto

 

Nacer en tu risa

Crecer en tu llanto

Vivir en tu espalda

Morir en tu brazas

 

Tempo y silencio

gritos y cantos

cielos y besos

voz y quebranto.

 

(Pedro Guerra/Luis Pastor, canzone di Cesaria Evora).

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venerdì, 26 dicembre 2008

NATALE

 

Il Natale nel mio paesello comincia dalla vigilia. Per noi laici dalla cena in famiglia e un tempo, dopo la cena, tutti a giocare a tombola in uno dei circoli sociali o nei bar privati del paese. Noi siamo sempre andati al circolo ARCI, e prima ancora al circolo socialcomunista. I premi erano esclusivamente in natura, per lo più dolciumi, solo all’ultima partita veniva messo in palio il “lucio”, cioè il tacchino natalizio. Credo che la tombola si giochi ancora, ma da molti anni ormai non ci andiamo più. Le cose sono molto cambiate anche in questo luogo remoto e apparentemente immutabile. Alla riunione “conviviale” diamo invece molta importanza. E’ in tale occasione che ci si scambiano i regali, l’antica consuetudine del “ceppo”. Con il recente arrivo del primo nipotino questa routine è cambiata: dopo la cena loro vanno a casa e “babbo natale” gli porterà sotto l’albero i doni; noi tre grandi invece, li mettiamo sotto il nostro albero, ma non ci fa voglia di stare alzati a scartarli e valutarli, lo faremo domattina, al tardo risveglio. Il menù della cena: insalata di mare; tartine sottili alla cipolla; melanzane grigliate; crema fredda di tonno con pane arrostito ai cereali; insalata di lattuga e ricciolina; patate e carote al vapore; orate in crosta di sale; mandarini di Sicilia; vini: moet&chandon brut, vernaccia di San Gimignano Abbazia di Monteoliveto; dolce: parfait alle mandorle. Il voto finale, risultante di tanti voti parziali, è stato altissimo, tra il 9 e il 10! Una cena davvero di alta classe. L’evento si ripeterà per il pranzo di Natale, preparato a casa di mia figlia Barbara, al quale si aggiungeranno altri familiari, per un totale di dieci coperti. Anche in questo caso un voto altissimo, al di sopra del 9! Tra le cose degne di particolare menzione: patè di fegatini, brodo di cappone con palline di pasta reale fatte in casa, frittatine ripiene ai funghi porcini, sformati di spinaci e zucca gialla, agnellino di marzapane e cioccolato ripieno di zabaione fresco e confettura di pere; bavarese all’arancia; molte libagioni: vini del Friuli e morellino di scansano, e tra i liquori: sambuca del Friuli, grappa chardonney, mirto di Sardegna e liquore ai mirtilli. Da non crederci! Dopo quattro o cinque ore è ricomparso l’appetito: in modo soft, s’intende, abbiamo cenato tutti a casa mia! FINE. Fuori piove, i rumori del mondo sono attutiti e quasi scomparsi, almeno per un giorno. Abbiamo avuto modo di gioire dei piccoli doni che ci siamo scambiati: io ho avuto proprio quello che avrei desiderato. Una base culturale: libro di Aharon Appelfeld “Storia di una vita”, le canzoni di Cesaria Evora sao vicente di longe, DVD con film di Kurosawa “Non rimpiango la mia giovinezza”. Una sovrastruttura eno-gastronomica: torrone sardo di Tonara, aleatico-passito “Amansio” della Val di Cornia, “Gamla” cabernet-sauvignon della valle del Golan, “Yarden” merlot 2003 della Galilea. Il vecchissimo cane mi da ancora gioia, e la gatta, nonostante un ritorno di fiamma d’amore, è rilassante. Finalmente tace il televisore e con la pioggia anche la connessione telefonica è scomparsa. C’è il tempo per pensare ad amici amati e lontani e godere della fortuna che ha accompagnato il corso della mia vita nell’incontro di persone eccezionali: Trudi a Zurigo, Rosella ed Enrichetta a Rio de Janeiro, Elie ed Anna a Firenze, Susana a Granada, Jaroslava a Plzen…Sembra che davvero non manchi nulla a far perfetto questo Natale!

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giovedì, 25 dicembre 2008

M. VALERIO MARZIALE

 

Acquistai gli “Epigrammi” nell’anno 1966, erano trascorsi 1862 anni dalla morte del grande poeta latino, ed oggi sono ritornato a questa fonte di eterna saggezza nello scrutare l’animo umano per uno scrupolo: ricavarne qualche fulminante verso da inserire nella mia modesta ricerca dei proverbi licenziosi che pubblicherò da qui a qualche mese, con il titolo “Di passere e d’altri uccelli…”. Consiglio tutti gli interessati a cercare questa edizione Einaudi degli Epigrammi, la seconda riveduta e corretta, nella celebre versione di Guido Ceronetti e con un saggio, ancora bellissimo e attuale, che Concetto Marchesi pubblicò per Formiggini nel 1914 e nel quale ho trovato tante similitudini con la mia vita, soprattutto nel suo declinare. Grande imperitura attualità dei classici! Altro che best seller che primeggiano per mesi nelle graduatorie (molto interessate dei media) mondiali, e poi spariscono inghiottiti dalla gigantesca alta marea della letteratura effimera. Scriveva Marziale nel 102 a Giovenale, con accorata tranquillità: “…eccomi a casa dunque, dopo tanti anni! in Bilbili superba dell’oro e del ferro. Qui coltivo riposato e tranquillo i campi di Boterdo e di Platea: qui ho ripreso i sonni, i lunghi sonni ristoratori dopo trent’anni di veglia. Mi levo e il focolare mi attende, un magnifico focolare dove avvampan le rame del querceto vicino, e là intorno fanno folla in corona le pentole della massaia.”. Scrive Marchesi: “…ed era questa in realtà la pace ch’egli aveva trovato nel paese natale ed ultimo conforto del vivere suo. Unica consolazione gli restava Marcella, un’amica di alta condizione, che lo aspettò e lo assisté ed amò sino alla morte”. E proprio negli ultimi versi il poeta non dimentica di rivolgere una riconoscenza profonda per quella ultima carezza femminile; anche se nel suo animo resta viva tutta la nostalgia della Roma imperiale: “...qui è il bosco, la fontana e l’ombra del palmite intrecciato; i prati e i roseti, belli come a Pesto (già, a Pesto fioriscon due volte all’anno le rose); e ci sono qui gli erbaggi che son verdi a gennaio e non gelano mai; e il vivaio dove nuota racchiusa la domestica anguilla e la torre bianca popolata di bianche colombe. Questa è la casa, il regno che m’ha donato Marcella. Se Nausicaa mi concedesse i paterni giardini, potrei dire ad Alcinoo: No, lasciami qui”. Forse non è amore, ma piuttosto paura d’essere vecchio e triste. Il bacio che richiede, l’amplesso che ricambia è l’atto di una povertà riconoscente che aspetta intenerita nuovi benefici da quella sola dolce persona. Anch’io ho scritto che “d’una sola sento l’assenza” pur vivendo tra centinaia, migliaia di persone ed intrecciando relazioni in molti luoghi del mondo. Scrive ancora Marchesi: “…quando si è vecchi o malati la tristezza solitaria ci si appiccica addosso come il muschio all’albero disseccato. Allora si ha bisogno di qualcuno che riporti una illusione del passato, la quale possa suscitare un istante della giovinezza perduta; e le carezze e i baci acquistano allora una indicibile virtù di conforto. I vecchi e i malati hanno bisogno di un sorriso per vivere. Morì in Bilbili verso l’anno 104, poco più che sessantenne. Con reverente omaggio comincerò ad aprire e leggere i suoi quattordici libri e se gli sarà possibile Marziale sorriderà dal luogo dove si trova la sua anima, perché già sapeva che “tardi viene la gloria ai morti”.

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mercoledì, 24 dicembre 2008

VIGILIA DI NATALE

 

Impossibile liberarsi delle scorie di remote incrostazioni sociali e culturali, legate alle festività natalizie e del ciclico conteggio del tempo in anni solari, forse non solo impossibile, ma anche inutile, visto che, in fin dei conti, l’essere ateo e vecchio, mi libera di molti degli affanni che affliggono i miei amici e conoscenti: mettersi in pace con le regole della dottrina religiosa, celebrare i riti del consumismo, fingere falsi idilli coniugali e familiari, viaggiare, mangiare a strippapelle nel cenone dell’ultimo dell’anno, sfoggiare un regalo costoso e appariscente…ma stamani, alzandomi presto dopo alcuni giorni di malattia, mentre il sole si alzava dalle colline di Montalbano e il Pratomagno si tingeva di una gamma incredibile di tenui colori di luce, ho pensato “anche quest’anno ce l’abbiamo fatta! ormai manca un giorno, poi tutto ritornerà nella norma, Carlo, sii paziente…”. Stasera ceneremo in famiglia. Le famiglie cambiano nel tempo e, in realtà, ci ritroveremo insieme in tre famiglie, ora siamo tre maschi e tre femmine, siamo stati anche un maschio e tre femmine, senza contare i nostri vecchi che lentamente ci hanno lasciato…tenerezze di ricordi…riposate in pace, ma non vi ho dimenticato! Sembra un giorno perfetto. Ho anch’io più energia. Mi faccio la barba e mi guardo con gli occhiali: no meglio senza, mi garbo un po’ di più, i segni del tempo si distendono come rughe tettoniche, si attenuano, mi do’ la sufficienza, anche se con uno striminzito sei meno meno! Mi tolgo la schiuma da barba residua dalla faccia, con acqua calda, e mi viene a mente quello che sentivo dire tanti “secoli” fa alle mie cugine gemelle “bisogna lavarsi il viso sempre con l’acqua fredda! Ci si mantiene più belle!” Sarà perché mi son sempre lavato con acqua calda che la mia pelle è decaduta? Le rivedo tutte e due in quelle stanzette senza intimità, giovani, belle, innamorate (e una, la mia preferita, suonava anche la fisarmonica!), che mi prendevano in giro perché di cinque anni più giovane ero ancora un ingenuo ragazzo credulone, specialmente quando alludevano a intimità di ragazze mentre facevano l’orlo a rettangoli di stoffa bianca, “fazzoletti” dicevano, ed io pensavo “ma perché fanno così tanti fazzoletti e non hanno quasi mai il raffreddore?” Che le donne avessero l’incomodo e il salvagente delle mestruazioni non ne ero a conoscenza! Ora sono lassù, nel nostro camposanto, e mi mancano. Per Natale e Pasqua ci invitavano a pranzo, me, mio padre e mia nonna. Aspettavo queste ricorrenze per mangiare lo sformato coi fegatini di pollo e l’ovino di gallina, i tagliatini col brodo di cappone, il latte alla portoghese…il gran bollito misto con salsa verde e il pollo arrosto con patatine intere ben zuppe d’olio e rosmarino. Ed alla fine lo zio si faceva portare un vassoio ancora incartato con eleganza: c’erano le famose “paste” ripiene alla crema, o le diplomatiche, o i diti e le pesche con il liquore, che il giorno prima era andato a prendere addirittura a Colle Val d’Elsa con la sua motocicletta! Il fratello di mio padre s’era dato al piccolo commercio e la condizione economica della sua famiglia era molto più florida della nostra. Ci divertivamo in quelle occasioni a chi mangiava di più! Io gareggiavo, ma senza successo, col mio babbo: facevamo la catastina di ossa ben spolpate vicino alla gamba del tavolino, la mia cresceva, cresceva, ma vinceva sempre lui! Alla fine, con qualche dito di vino e un bicchierino di vermouth, le parole si appiccicavano e gli occhi mandavano sguardi romantici. Era il momento per me più temuto. Le cugine mi punzecchiavano con domande imbarazzanti per i miei primi turbamenti e pulsioni sessuali, cominciando con “ma senti Carlo che voce a gallerone!” “guarda guarda gli spunta qualche pelo sotto il naso!” “ho! fai vedere? ma mette i baffi!” oppure alludevano a qualche ipotetica passioncella “Carlo, sei sempre dalla fruttivendola, è proprio bellina!” e per farmi paura “ora scendo, la vado a chiamare…!” Non mi liberavo. Ma il peggio doveva arrivare: a questo punto interveniva mio zio, con tono burlone, dicendo, immancabilmente, anno dopo anno, sempre la stessa frase “bimbe, lasciatelo in pace il nostro Carlo bello!”. Questo “Carlo bello” non lo potevo davvero sopportare: mi alzavo di scatto, piangendo di un pianto appena trattenuto, e uscivo dalla cucina sbattendo la porta che dava su un corridoio lungo e condominiale…scendevo le prime scale e raggiunta la porta di Maria, la fruttivendola, cercavo di darmi un ridicolo contegno, tante volte m’avesse incontrato, non si sa mai, e poi fuori nella strada, a casa! Quanto bene, quanta vita irripetibile, che donne eccezionali, non ce ne saranno più al giorno d’oggi. Questa vigilia di Natale la dedico a loro, a Jolanda a Eleonora, le mie cugine.

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lunedì, 22 dicembre 2008

VALDICECINA  VERSO IL VOTO

 

Leggendo “La Spalletta”, il settimanale di Volterra, sono assalito dallo sconforto! Le analisi del bilancio politico-amministrativo dei comuni dell’Alta Val di Cecina, compiute da persone con differenti punti di vista, concordano su un giudizio di sintesi: desolanti. Forse non si tratta soltanto di questa area della Toscana, ma, a ben vedere, per come vanno le cose nel Bel Paese, riguarda l’Italia intera! Credo che in parte ciò sia dovuto ad una caratteristica degli italiani e cioè, che sono una progenie non impossibile da governare, ma inutile! Tuttavia si ripresenterà nel 2009 il rito “elettorale”, questa falsa forma di democrazia inventata da demagoghi, che saltellando da un Ente all’altro, da una poltrona all’altra, dall’Italia all’Europa, alle Regioni, alle Province, ai Comuni ed alla pletora infinita di migliaia di altri enti per lo più inutili, perpetua, anche attraverso ingegnosi accorgimenti “tecnici”, il rito del “potere”. Allora? Meglio la dittatura? Non credo, l’abbiamo provata e vediamo i danni che questa forma di governo ha causato e causa all’intera umanità. La strada della democrazia è faticosa ma semplice e richiederebbe soltanto il rispetto di due o tre principi fondamentali: alternanza delle rappresentanze,  pari dignità e rappresentatività alle donne ed ai giovani, professionalità, senso civico,  onestà morale al 100%, umiltà, saper ascoltare, avere come comandamento quello di “fare il bene comune”. E pochi li attuano. Mentre si affilano le armi delle polemiche (spesso sterili e frutto di antichi rancori), ancora nulla conosciamo di quei fogli di carta dove si scrivono i sogni: cioè i programmi. Si conoscono invece, perché esplosi alla luce del sole, i retroscena dei “Palazzi”. A Volterra, si è estromesso il sindaco uscente da una ricandidatura, con una decisione maturata tra pochi intimi; è già stata designata sindaco in pectore, Rosa, una indubbia novità dato che né al tempo degli splendori dei liberi comuni medievali, né dopo l’Unità d’Italia, mai una giovane, colta e graziosa donna, con in più un notevole apprendistato politico-amministrativo, si è seduta sul più alto scranno di Palazzo dei Priori. Vista la debolezza e la frantumazione delle forze di opposizione, con ampio margine di probabilità di successo. A Pomarance, in questo feudo storico del vecchio glorioso PCI,  si ripropone una operazione a più ampio raggio: ricandidare l’attuale sindaco per non intralciare e scompaginare il complesso gioco della ripartizione di altre cariche provinciali, regionali e nazionali. A Castelnuovo,  infine, le bocche sono più chiuse e poco finora è trapelato. Si sente dire che il PD farà le primarie, tra due candidati importanti: un assessore uscente e il segretario comunale del partito. L’assessore uscente, Rossi, è un candidato che sembra possedere tutti i requisiti positivi per far bene e dovrebbe avere la strada spianata. E gli altri che fanno? Forse, anche loro, le primarie. Sarebbe bello ed utile cambiare dopo 65 anni di monocolore di sinistra, ma con chi? Ci saranno gli uomini carismatici? Quali i programmi realistici senza pensare di cavalcare tutto il dissenso che serpeggia nel comune? Circolano solamente pochi nomi tra i quali quello di Salvatore Soro, persona conosciutissima e di tutto rispetto per le sue capacità gestionali e culturali. Staremo a vedere, con curiosità. Comunque mi sono convinto che sarebbe il momento che almeno in uno dei comuni di quest’area vincesse il centro-destra. Sarebbe sufficiente a destabilizzare tutto il sistema amministrativo. Ad attivare contatti con il Governo centrale, a incanalare risorse, a costruire una mentalità del fare laddove finora non era possibile. Sarebbe anche salutare per quei tanti cittadini che avendo votato gli attuali amministratori e identificandosi con la sinistra, non hanno praticamente mai potuto manifestare apertamente alla luce del sole il loro mugugno e dissenso! Insomma una Liberazione!

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categoria:elezioni amministrative
sabato, 20 dicembre 2008

PISA

 

Pisa è il capoluogo della provincia dove vivo. Lontano, troppo lontano e con pochi e faticosi collegamenti di bus. Mi ricordo all’inizio degli anni ’60 quando ci  andavo con il treno, “la littorina”, che da Saline di Volterra toccava minuscole stazioni sperdute nelle campagne. Ma era pur sempre il treno! Per necessità di studio, di salute, di contatti politici (Federazione del PCI), di riunioni sindacali alla CGIL in viale Bonaini, di convocazioni in Prefettura, Questura, Comando dei Carabinieri, Azienda del Gas…quand’ero sindaco del mio comune. E ci andavo anche per consultare la stampa pisana in Biblioteca Comunale e alla Biblioteca Universitaria. Molte volte, infine, ho passato le mie giornate all’Archivio di Stato. In tutto ci sarò andato alcune centinaia di volte. Dovrei conoscere bene questa città, forse anche un po’ amarla. Ma non è così. Non so il perché: l’ho vista sempre sporca, sciatta, con evidenti rovine della seconda guerra mondiale non risanate, ed anche troppo estesa nel suo nucleo storico, oppure troppo stereotipata con l’icona della Piazza dei Miracoli (e il resto?). Non mi ha mai dato una vera emozione. Ci sarà del resto un motivo se Dante l’ha apostrofata duramente chiamandola “Pisa, vituperio delle genti” e invocando una catastrofe naturale con la chiusura della foce dell’Arno, onde tutti i pisani potessero rimanere affogati! Il proverbio non si discosta da questa invettiva: “Meglio un morto in casa che un pisano all’uscio!” Per dire la cattiva fama che circonda gli abitanti di Pisa.  Più simpatico allora lo scioglilingua: “Pisa pesa il pepe al papa, il papa pesa il pepe a Pisa”, che va detto velocemente, sempre più velocemente, attenti a non attrigare la lingua. Eppure ieri m’è parsa più bella, una donna d’età, indubbiamente, ma truccata con garbo, con molto charme. S’è fatta corteggiare. Sole sui lungarni, piazze pulite, gioventù meno trasandata. Una città meno scritta, meno ideologizzata.  Ci ritornerò.

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categoria:pisa
mercoledì, 17 dicembre 2008

A ROMA, D’AUTUNNO (3)

 

Il cielo intanto si copre di barconi di pioggia e quando usciamo sul Lungotevere per prendere il bus, piove. Ma ormai il pericolo di una inondazione della città non esiste più e mancano ancora diversi metri prima che il fiume esondi. Anche alla foce, il pericolo sembra scomparso definitivamente…pericolo, meglio sarebbe stato chiamarlo “giusta vendetta” della natura contro l’abusivismo del cemento, mai represso finora dalle connivenze delle amministrazioni di centro, centro sinistra e centrodestra! Ci incamminiamo da Piazza Venezia per Via Nazionale e poi giù da Via Berberini al Corso e Palazzo Chigi. In via Condotti a malapena si fende la gente che vi si accalca e s’infradicia d’acqua e di ombrelli pericolosi sempre fuori misura. Tania incontra due amiche di avventure nel mondo, e noi la lasciamo per entrare nel tiepido palazzo della mostra dei fiamminghi…come sempre la mostra mi lascia con l’amaro in bocca. Impossibile rimanere un minuto davanti ad un quadro, nell’angolatura perfetta, per cogliere tutta l’intensità del gioco tra luce e colore, la folla dei curiosi preme da ogni lato. Tanta gente, troppa, forse per ripararsi dall’acqua che ininterrottamente viene giù da un cielo fin troppo generoso.  Anche noi siamo zuppi e stanchi. Di Veermer c’è una sola opera, la ragazza con la collana di perle”, sempre quella luce obliqua e pastosa, di pulviscolo e ora pomeridiana, luce di attese e impulsi repressi, tra le pareti domestiche, dove si accumulano le ricchezze dei mercanti e le frustrazioni dei sensi. Finalmente a casa, mentre le donne  sono ancora fuori a comprare dal cinese aghi e filo per non so quale lavoro. E’ in programma rimanere al Testaccio e andare  al cinema Greenwich a vedere “L’ospite inatteso”, (un bel film che mi avvince) e dopo, a mangiare una pizza. Si riesce a dormire sul divano a tre segmenti e l’alba è limpida.

 

 A ROMA, D’AUTUNNO (4)

 

Il Testaccio è un luogo piacevole, ce lo conferma la colazione al bar, molto economica, tra le esclamazioni di “Buona domenica!” della commessa molto carina ed efficiente. Ci immergiamo dentro il ventre popolare di Trastevere. Si susseguono nelle strade lastricate con cubetti di porfido nero, le trattorie etniche, i  cinema ed i piccoli teatri, tutto in uno slalom tra le centinaia, migliaia di auto parcheggiate in ogni metro quadrato di spazio. Il Tevere scorre turbinoso, alto, ma non preoccupante, trascinando le scorie della “civiltà” della plastica e “dell’usa e getta”, pipistrelli macabri appesi ai rami spogli degli alberi semisommersi, alberi innocui perché i veri colpevoli sono gli esseri umani. A Porta Portese il mercatino domenicale dei robivecchi, ormai predominio di asiatici e africani, una umanità povera e dolente si aggira affaticata dal peso della vita. Evitiamo questa tristezza di sguardi, chi ce lo fa fare? Meravigliosa piazza S. Maria in Trastevere (Oh! i bei mosaici bizantini!) finalmente senza traffico e con poche auto. Tipico Vicolo del Piede con invitante trattoria. In realtà qui è un susseguirsi di trattorie e il bar “Ombre Rosse” con il grande albero spoglio che sbuca dal muro cadente del palazzo di Piazza s. Egidio, Comunità di ex tossici, che gestisce la “Trattoria degli Amici”, a prezzi ormai “normali” dopo l’avvento della moneta europea. Si attraversa Piazza Trilussa  (luogo, forse l’unico, dove i tossici della città si radunano al calar della notte) e il bel ponte Sisto con un sole luminoso e caldo tra una folla cosmopolita. Vedo El Pais e penso alla gioia di poter passeggiare, una volta sola nella vita mi basterebbe,  mano nella mano (ed ogni tanto un bacio) con te. Da Via dei Pettinari s’entra davvero nel ventre di mamma roma, verso Campo dei Fiori, una città “scritta” sui muri. Ma chi sono questi maniaci della bomboletta di vernice? Nuovi barbari avversari dell’urbanizzazione? Ma perché allora vengono come i ratti a vivere nelle metropoli quando al mondo ce ne sono tante terre vergini da dissodare? Oppure nemici del “consumismo”? o della “globalizzazione”? Sono forse i “dannati della terra” di Franz Fanon approdati alla civiltà dei consumi? Da qualsiasi lato io guardi il fenomeno non scorgo, non dico poesia, ma nemmeno senso estetico! Illusioni. Ed ecco il sole di Piazza Farnese a fugare le nebbie della mia mente.  Stupore dell’Ambasciata di Francia che immette a Campo dei Fiori là dove Giordano Bruno fu arso vivo, come eretico, dai fanatici papisti. Piazza Navona: ossia come si può rovinare una piazza meravigliosa coi mercati natalizi. Finta gioia, incubatore dell’homoconsumista ed anche Grazia non resiste all’impulso di comprare un sapone a guisa di formaggio! Nel cielo sopra di noi e gli attici dei ricchi si alternano spazi d’azzurro. Il Senato della Repubblica, ormai privo d’anima e asservito dalla forza dei numeri agli interessi dei nuovi boiardi, mi da tristezza. Poco lontano finalmente S. Luigi dei Francesi e l’ammaliante luce di Caravaggio nella Vocazione di S. Matteo. Sono ormai stanco su queste pietre dure,  attraversiamo Roma verso il Portico d’Ottavia per il pranzo in una antica trattoria ebraica casher mentre a noi si uniscono le due amiche di Tania e un giovane uomo. Mi siedo nell’angolo, un po’ fuori del coro, ma sono molto contento di stare in questo luogo e collegarmi con un filo invisibile a Rudolf ed Edmund i più cari amici della mia vita, ormai nel Regno delle ombre. E rivolgo anche un pensiero  a Elie. Singer ci avrebbe sicuramente ambientato uno dei suoi meravigliosi racconti riallacciando i ricordi in un incontro di fine autunno, due vecchi gravati da dolorosi ricordi e un grande finale di fuochi d’artificio con…la salvezza della bambina! Ottimo pranzo e per me nuovo: verdura fritta con pastella e coratella d’agnello con carciofi. Usciamo e il cielo s’è fatto scuro. Toccando l’Isola Tiberina si arriva a casa per un breve riposo, poi alla Stazione Ostiense il treno regionale delle 18,20 e la lenta sua corsa nella notte buia fino a Follonica. Piove. L’asfalto lucido non si concilia con i miei occhi stanchi, ma per fortuna oltrepassata Massa Marittima siamo praticamente soli  nel bosco inanimato.

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mercoledì, 17 dicembre 2008

A ROMA, D’AUTUNNO (2)

 

Che emozione tra questi sepolcri immersi nei vapori che il sole fa scaturire dalle radici dei cipressi secolari, in quest’oasi di poesia! Non qui l’urne dei Grandi Italiani, come in Santa Croce a Firenze, ma le voci obliate dal mostro consumista, Urano,  che incessante divora ogni mattina il parto della sera. Ora cammino e mi perdo non alla ricerca della storia, ma di emozioni. E’ la mia parte del cervello emotiva che vigila, mentre finalmente riposa l’emisfero cognitivo. Carsten Hauch, poeta danese, e più in là, Antonio Gramsci, eccolo, quarto riquadro a Ovest vicino al muro, Ales 1891 – Roma 1937 “Cinera Antonii Gramscii”, grezza stele con ramoscello di mirto e fiori rossi, freschi, di una memoria non sopita. Questa nebbiolina di calore che sale dalle ossa dei morti, così lontana dalle luci abbaglianti del Centro, m’avvolge consolatrice,  no, non mi impiglia in pensieri tetri, oscuri, pasoliniani:

 

“…Non è di maggio questa impura aria

che il buio giardino straniero

fa ancora più buio, o l’abbaglia

 

con cieche schiarite…questo cielo

di bave sopra gli attici giallini

che in semicerchi immensi fanno velo

 

alle curve del Tevere, ai turchini

monti del Lazio…Spande una mortale

pace, disamorata come i nostri destini,

 

tra le vecchie muraglie l’autunnale

maggio. In esso c’è il grigiore del mondo

la fine del decennio in cui ci appare

 

tra le macerie finito il profondo

e ingenuo sforzo di rifare la vita;

il silenzio, fradicio e infecondo…”

 

ma, piuttosto, m’apre il futuro alla speranza. E cos’è mai la speranza? Come dice Lu Xun, “…la speranza, in se stessa, non si può dire che esista o non esista. E’ come per le strade che attraversano la terra. Al principio sulla terra non c’erano strade: le strade si formano quando gli uomini, molti uomini, percorrono insieme lo stesso cammino”…ed io cammino, ed apro strade dell’anima e dell’amore verso il luogo eletto (il Nulla?) dove nemmeno la memoria di disperse ceneri turberà la quiete eterna, né la sorte dolorosa dei “malvagi”, iscritti nei registri a partire dall’anno “zero” di questi due millenni, né la consolatrice ricompensa per confessioni e “conversioni” tardive o per vite intemerate e impenetrabili al peccato…<come una cometa  che attraversa il cielo stellato, sei andata via troppo presto…”>. Un bambino chiede della nonna, di quel marmo, e una signora straniera mi s’avvicina gentile, vedendomi scrivere: “Scusi, signore, lei lavora qui?”. Faccio NO con la testa e invece avrei dovuto dirle “SI, lavoro a raccogliere il respiro dei morti”. Da una lapide con un bellissimo volto di donna circondato da un serto di marmoree rose, Brigitte Oliva Niggli nata Martin 23.10.50 – 2.3.2000 mi scrive: “Grazie per la tua visita”. Mi commuove che abbia pensato a me.  Accanto mi colpisce una tomba di un toscano, Bruno Pontecorvo, uno dei “giovani di via Panisperna”, nato a Pisa il 22.8.1913 e morto a Dubna, in Unione Sovietica, il 24. 9.1993. Aveva scelto la strada sbagliata, ma, forse involontariamente, artefice dell’equilibrio del terrore fra le due superpotenze USA e URSS, aveva contribuito, più di Fermi, ad impedire, per paura della distruzione del Pianeta, la guerra nucleare! E fuori, nel vetusto prato, ci s’apre  lo spazio dei nostri progenitori latini ai piedi della perfetta piramide di Caio Cestio e della piazza simbolo della Resistenza romana al fascismo feroce e agonizzante. Antiche stele dove i gatti dell’eternità prendono languidamente il sole dell’ultimo autunno, ne accarezzo uno, docile e voluttuoso. Fraternizziamo. E quante margherite tra lo smeraldo lucente, luoghi dell’anima. Keats , Shelley. Si racconta che quando nell’inverno del 1821 Keats, che allora abitava a Piazza di Spagna 26, sentì avvicinarsi la fine, mandò il suo amico Severn a vedere il luogo dove sarebbe stato sepolto; e sentendogli poi raccontare che le violette bianche e azzurre e le margheritine e gli anemoni crescevano liberamente fra le tombe, si rallegrò e disse che “gli pareva già di sentire come i fiori gli crescevano sopra”. Accanto alla sua tomba c’è quella di Shelley, il poeta morto tragicamente in una tempesta, alla quale non possiamo fare a meno di accostare i celebri verso della Tempesta di Shakespeare;  luogo di reverente pellegrinaggio per tanti inglesi.  

 

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