mercoledì, 28 gennaio 2009

STORIE DI EBREI

EUGENIA SERVI

(II)

 

“…La famiglia Disegni abitava vicino a casa mia e la bambina, Miriam, giocava tutti i giorni con me e così avevo anche modo di imparare tante cose dalla signora Berta oltre alla scuola. Lo zio Angelo, che durante la prima guerra mondiale aveva combattuto, era stato ferito e decorato, era agente di Banca e sua moglie maestra elementare, però da un giorno all’altro si trovarono tutti e due disoccupati e con quattro figli fra i 10 e i 15 anni da mantenere. Oltre a questo lo zio Angelo ricevette una denuncia dal suo barbiere che attestava che “ aveva detto male del Duce!” mentre era nella sua bottega. Il maresciallo dei carabinieri, che forse aveva istigato il barbiere, fu per fortuna trasferito per un mese e così nel frattempo il sostituto convinse le autorità che non essendoci altri testimoni nella bottega si poteva dubitare della veridicità e così la denuncia fu stracciata.  A questo punto lo zio Angelo e la sua famiglia si trasferirono rapidamente a Firenze. Lo zio Guido aveva un negozio di tessuti all’ingrosso e le autorità locali lo obbligarono a scrivere sulla porta “Razza Ebraica” e proibirono ai negozi del paese di fare acquisti da lui.  Anche lo zio Guido si trasferì a Firenze. Il babbo, entrato ragazzo in una società di trasporti, ne era diventato con gli anni capo officina e collaborava nell’amministrazione per gli acquisti e le pratiche negli uffici dei Ministeri e Prefetture, ma con le leggi razziali lui e lo zio Adelmo che lavorava nella stessa ditta, furono licenziati.  Insieme allo zio Adelmo e un amico acquistò un vecchio camion che trasformò prima a gasolio e poi “a legna” e cominciò a fare trasporto merci. Nel giugno 1940 l’Italia entrò in guerra alleata della Germania, gli ebrei vennero esonerati dal servizio militare però molti vennero mandati al confino con l’accusa di antifascismo. Mio cugino Giorgio Sadun e il professor Manlio Paggi ricevettero l’ordine di presentarsi alla Questura di Matera senza alcuna spiegazione e di lì mandati al confino a Tricarico dove restarono circa un anno cioè finché con domande e certificati medici presentati dai familiari fu possibile farli tornare a Pitigliano. Molti si ribellarono alla guerra e si formarono le Brigate Partigiane che furono aiutate dalla gente di campagna. Pitigliano non aveva obbiettivi militari, ma suonava spesso l’allarme perché passavano aerei che andavano a bombardare Civitavecchia e Grosseto. Un giorno un caccia americano fu colpito dalla contraerea tedesca, cadde vicino al paese e noi vedemmo i piloti scendere con il paracadute. Due militi con la motocicletta furono sul posto in dieci minuti, ma degli americani e dei paracadute non trovarono traccia. I contadini, veloci come fulmini, li avevano nascosti e i militi se ne tornarono indietro sconfitti. Fino alla fine della guerra i due piloti rimasero nascosti nel podere del medico che aveva curato le ferite della caduta. Dopo l’8 settembre 1943 la gente di campagna si prodiga per aiutare i soldati imboscati, i prigionieri di guerra, i partigiani e gli ebrei che sono chiamati a presentarsi per poi essere mandati a morire in Germania.  Molti si rifugiarono nei poderi in varie località, mentre lo zio Lello che soffriva di ulcera venne fatto ricoverare dal professor Bognonim, direttore dell’ospedale, in una cameretta fino alla fine della guerra. Rassicurati dal maresciallo dei carabinieri, forse in buona fede e ingenuamente credendo che i campi di raccolta fossero temporanei per separarci dagli altri, la mia famiglia, quella dello zio Adelmo, la famiglia Cava, sfollata da Livorno, quella dello zio Azeglio, meno i suoi quattro figli nascosti in campagna, tutti decisero di presentarsi al Campo di Internamento di Roccatederighi. Il 2 dicembre 1943 partirono da Pitigliano quattro famiglie con un pulman e un camion carico di materassi, lenzuola ecc. ecc.” (continua)

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domenica, 25 gennaio 2009

La stella d’oro

 

Quando esisteva ancora un Dio

il nonno di un bisnonno mio

di professione contadino,

tirava avanti con fatica

un campiello da formica,

tre zolle al fuoco del mattino…

 

Ed era un uomo calmo e pio

che divideva l’esistenza

tra la famiglia e il suo Dio

e non aveva che un tesoro:

una stella d’oro!

 

Un giorno che era lì a zappare

vide degli uomini arrivare

in una nuvola di guerra.

Volete acqua? – domandò.

Quelli risposero: - ma no,

quel che vogliamo è la tua terra!

 

Ma questa poca terra è mia –

Quelli risposero: - Va via!

Lui prese il libro del Signore,

la moglie, i figli e il suo tesoro:

la sua stella d’oro!

 

E camminando attraversò

la notte dell’eternità

chiedendo terra da zappare…

 

Datemi anche una palude

ed io con queste mani nude

ve la saprò bonificare!

- Va via, straniero, o passi un guaio

se vuoi restare, l’usuraio

è tutto quello che puoi fare!

Tanto ce l’hai un tesoro:

la tua stella d’oro!

 

Rimasto senza un campicello

si disse: - Ho solo il mio cervello

e quello devo coltivare!

Divenne scriba e poi dottore,

poi violinista e professore

ed Archimede nucleare!

 

- Ma quanti sono, santo Iddio,

come ti volti, c’è un giudio!

Come bollare questa gente?

Gli cuciremo sulla veste

la sua stella d’oro!

 

E cominciò la grande caccia

e mille cani su ogni traccia

e fu la fiera del terrore…

braccato in casa e per le strade

erano facili le prede

con quella stella sopra il cuore.

 

E il nostro vecchio contadino

perdette tutto in un mattino,

moglie, figli, cuore testa

e disse: - adesso non mi resta

che la stella d’oro!

 

E allora corse verso il mare

lo traversò per ritrovare

la terra che era stata sua…

 

Signori la vorrei comprare!

- Le dune qui costano care! –

Fa niente, pago. – Allora è tua.

 

Ficcò la vanga nel deserto

quando uno sparo all’orizzonte

attraversò lo spazio aperto.

Cadde in ginocchio e sulla fronte

brillò la sua stella d’oro!

 

Testo  della canzone cantata da Erbert Pagani al teatro “La Pegola” di Firenze, accompagnandosi alla sua chitarra molti anni fa, e riprodotta  sul giornalino “Detto fra noi” a. I, n. 6, nov. 2008, a cura della Commissione Anziani  della Casa di Riposo S. Saadun di Firenze.

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domenica, 25 gennaio 2009

GIORNATA DELLA MEMORIA
STORIE DI EBREI

(I)

 

Circa due mesi fa ho spedito una copia del libricino “El poeta canta por todos”, nel quale si trova la  poesia “Da Roccatederighi ad Auschwitz” ad una signora  ebrea con la quale sono stato in contatto e che avevo incontrato all’inizio dell’anno in occasione della Giornata della Memoria presso l’ex seminario vescovile di Roccatederighi, trasformato, come è noto, in Campo di Internamento per gli ebrei maremmani,  negli anni 1943-1944, e dal quale una cinquantina furono spediti ad Auschwitz dove trovarono la morte.

Nel rispondermi ella mi segnala che nel novembre 2008 è iniziata la pubblicazione del Diario di Eugenia Servi, una anziana ebrea  che fu internata a Roccatederighi, sul giornalino mensile “ad uso e consumo dei residenti della Casa di Riposo S. Saadun di Firenze”.

Sono stato in contatto con Eugenia Servi, e ho il testo del suo Diario completo. La sua vicenda e il suo punto di vista su quel  periodo tenebroso, mi hanno enormemente colpito . Grazie ad una amica fiorentina ho ricevuto i primi due numeri del giornalino contenenti il Diario in una versione abbreviata. Se pur abbreviato il racconto è abbastanza lungo tanto che anch’io lo presenterò in più puntate. Le vicende personali di Eugenia si mescolano con la storia di Pitigliano (GR), la cittadina conosciuta con il nome di “Piccola Gerusalemme”, tant’è segnata dalla presenza secolare della numerosa e fiorente Comunità ebraica, fino alle fatidiche “Leggi Razziali” di Mussolini.

 

“…Pitigliano, detta dai suoi abitanti la piccola Gerusalemme, è quasi fuori dal mondo, lontano dalle città, e dalla ferrovia. Una volta non c’erano strade asfaltate ed era difficile arrivarci con qualsiasi mezzo, perciò Pitigliano viveva isolata, arroccata sopra uno scoglio di tufo e circondata da tre torrenti, una piccola penisola con  seimila abitanti ed era impossibile non sapere tutto di tutti. Prima dell’ultima guerra gli ebrei vivendo da cinque secoli nel paese e i pitiglianesi, anche se molti erano poveri contadini analfabeti, sapevano tutto di noi e dei nostri usi e costumi. Tra gli ebrei c’erano famiglie benestanti, piccoli commercianti, artigiani, operai e gente un po’ disagiata, ma quando c’era un matrimonio, un barmitzvàn o altro, tutta la comunità di circa cento persone, era tutta invitata.

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venerdì, 23 gennaio 2009

GIORNATA DELLA MEMORIA

LE VITTIME DIMENTICATE DEL REGIME NAZISTA

“TRIANGOLI VIOLA”

 

Qualche anno fa ho visitato a Siena, nel cortile del Palazzo Comunale, una bellissima Mostra itinerante sulla straordinaria resistenza dei Testimoni di Geova al regime nazista. Tre versioni, collegate strettamente, provocavano in tutti i visitatori, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose o senza religione, una profonda emozione, in quanto, andando al di là delle statistiche e dei dati numerici, affrontavano storie individuali e familiari di centinaia di persone attraverso ritratti e immagini bellissime. I titoli erano i seguenti: “I Testimoni di Geova, saldi di fronte all’attacco nazista”; “”Le vittime dimenticate” e “Resistenza spirituale dettata dalla convinzione cristiana”. Dalla prima presentazione avvenuta il 6 novembre 1996 nel Museo del Lager di Ravensbruck, la mostra è stata allestita in più di altre mille località piccole, medie e grandi di Germania e d’Europa. In occasione della “giornata della memoria” il 23 gennaio 1998, Siegrfied Schiele, pronunciò a Stoccarda le seguenti parole: “ Tutti coloro che resisterono al regime nazista, qualunque fosse il motivo, meritano profonda riconoscenza. E tra questi un gruppo importante sono i Testimoni di Geova ai quali dobbiamo rispetto, rispetto a cui, per una ragione o per l’altra, non si è dato sufficiente rilievo per molto tempo. Perciò sono felice di questa Mostra che può contribuire a ovviare alle carenze…La storia non può essere una cava da cui estrarre quello che ci aggrada. I Testimoni di Geova hanno un posto preciso ed esemplare nel capitolo che altrimenti è il più triste della nostra storia”. Nel 1933 la comunità religiosa che in Germania contava 25.000 anime fu messa al bando e circa la metà di loro proseguì l’opera di predicazione nella clandestinità. I Testimoni di Geova si rifiutavano di fare il saluto nazista e in particolare di prestare  servizio militare. Furono perseguitati spietatamente. Circa 10.000 furono arrestati. 1.200 furono assassinati. Dalla clandestinità, negli anni 1936/37, i Testimoni di Geova tedeschi tentarono di informare la popolazione riguardo alla natura criminale dello stato nazionalsocialista attraverso campagne di volantinaggio ed in tal modo si fecero portavoce, non solo dei propri principi, ma della libertà e della dignità di tutto il popolo. Inseriti tra gli “asociali” i Testimoni di Geova (Triangoli Viola), nonostante la loro esigua consistenza, furono accanitamente perseguitati e soggetti  ad un brutale trattamento all’interno dei Lager del Terzo Reich. Il messaggio che ancora oggi conserva la sua grande pregnanza  afferma che: …ciò che possiamo imparare dall’atteggiamento dei Testimoni di Geova sotto il Terzo Reich è, in primo luogo, che in Germania un piccolo gruppo di persone, confidando nella propria fede, e nella solida coesione interna, riuscì a sottrarsi alla presa totalitaria del regime nazista, sebbene a caro prezzo…in secondo luogo, dovrebbe essere un obbligo per noi, delle successive generazioni…assicurarci che NESSUNO DEBBA MAI PIU’ MORIRE PER RIMANERE FEDELE ALLA PROPRIA COSCIENZA!

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venerdì, 23 gennaio 2009

GIORNATA DELLA MEMORIA

RESISTENZA MINIMA

 

 

Gli Atlanti Storici della Resistenza e le ponderose opere di sintesi apparse in Italia in questi ultimi anni, non devono farci dimenticare che la Resistenza, quale movimento di grandi masse popolari, fu opera, spesso misconosciuta e dimenticata, compiuta in piccoli villaggi, dentro le fabbriche, nelle campagne e, in forme nuove e senz’armi, nelle strade, nelle piazze, nelle chiese, nei mercati e fin dentro la trama delle organizzazioni fasciste, per parte di giovani e donne. Ci affidiamo dunque alla “microstoria” nel riportare alla luce un inedito tassello del mosaico che, nella sua interezza, testimonia  l’anelito di libertà e di opposizione alla guerra ed al nazifascismoe  delle popolazioni del territorio delle Colline Metallifere Toscane.

 

Serrazzano è un piccolo borgo del Comune di Pomarance, in provincia di Pisa. Il 29 giugno 1944 gli Alleati, risalendo il fiume Cornia entrarono festosamente nel paese che non ebbe per fortuna a soffrire alcun danno. Le cronache ci dicono che in quel giorno fu gravemente ferito, al Molino di Pruneta, a seguito di uno sconsiderato e non mai chiarito scontro a fuoco tra partigiani forestieri e soldati tedeschi sbandati, il notaio Giuseppe Garone, persona conosciutissima ed amatissima  da tutti gli abitanti di quel paese. Il Garone, trasportato all’Ospedale di Massa Marittima ed operato dai chirurghi americani morirà il 1 luglio. Il fatto è riportato sul giornale “Volterra” a. I, n. 2, aprile 1946. Nulla invece si trova nel recente volume “La liberazione a Pomarance” di Iader Spinelli, se non la citazione nell’elenco dei civili deceduti per fatti di guerra (bombardamenti aerei, mitragliamenti, cannonate ecc.) di “Garone Giuseppe di Pietro e Beltrami Maria Vittoria, nato a Firenze, 1895, coniugato, deceduto il 1.7.1944”.

 

Da poco tempo abbiamo avuto la sorpresa di reperire alcuni scarni documenti che testimoniano la partecipazione alla lotta di Liberazione di un gruppo di giovani di Serrazzano, apparentemente senza collegamenti con le Brigate e Bande partigiane operanti nel territorio, ma spinti da un autonomo impulso patriottico, coordinati da un giovane paesano, Rodolfo Bianchi.

 

Il primo documento è costituito da una “relazione” dattiloscritta, senza data, probabilmente redatta tra la fine del 1945 e l’inizio del 1946, firmata da Bianchi Rodolfo e trasmessa al CLN di Serrazzano. Il presidente del CLN, signor Mazzinghi Lando, in data 5 aprile 1946, nel prenderne atto, conferma quanto riportato nello scritto ed il 23 dello stesso mese trasmette “l’esposto” alla Sezione dell’ANPI paesana, la quale, a sua volta lo trasmette all’ANPI di Volterra. Il segretario dell’ANPI di Volterra, Roberto Giannelli, in data 11 maggio 1946 risponde al CLN di Serrazzano affermando che l’”esposto” deve essere inviato in triplice copia  al Comando Regionale Patrioti di Firenze, Via Cavour 11, con tutti i dati relativi ai fatti accaduti. Non è stato possibile finora rintracciare altro materiale documentario, ma sembra molto probabile che tutto sia finito dimenticato nel fondo di qualche cassetto. La ferrea organizzazione costruita dai “partigiani” e dai “patrioti” sulle certificazioni dei rispettivi Comandanti, si era ormai arrogata il diritto-dovere di rappresentare tutto il movimento resistenziale.

 

Riportiamo il documento per intero:  Per L’ANPI. Io sottoscritto Bianchi Rodolfo figlio di Amelindo nato a Terrazzano il 25.12.1923: dichiaro quanto appresso. Alla chiamata della classe 1922, 923, 925, da parte della Repubblichetta di Mussolini, fu costituito in questa frazione un gruppo di giovani delle suddette classi. Ed io sono organizzatore. Partii con questo gruppo dove ci si attendò alla macchia. Durante tale periodo, e cioè dal giorno della chiamata, al giorno della Liberazione del nostro paese (29.6.1944). Abbiamo più volte fatto delle azioni contro i nazi-fascisti. E precisamente il giorno 12.6.44 abbiamo disarmato la DICAT per ridurli all’impotenza, usufruendo di tali armi e materiale bellico, ci si mise in condizioni di affrontare a faccia aperta il nemico. Di conseguenza la notte del 16-17.6.44 ci recammo in caserma dei RR.CC esportando loro armi, munizioni, e viveri. Il giorno 20.6.44, dopo minimo combattimento facemmo prigionieri nuemoro 4 mongoli già ex prigionieri tedeschi, compreso i loro cavalli armi e munizioni. Il giorno 24.6.44 si fermò una staffetta Repubblichina esportandogli la propria motocicletta. La matina del 29.6.44recandosi a sminare la strada per facilitare l’avanzata degli alleati; inoltre abbiamo catturato un camion (SPA) facendo prigionieri i 5 tedeschi che lo possedevano. Il suddetto materiale al momento del passaggio delle truppe Alleate. A tali azioni hanno preso parte i seguenti giovani:

1 Bianchi Rodolfo di Amelindo,   nato a Serrazzano il 25.12.1923

2 Verdiani Marino figlio di Lorenzo                        10.12.1924

3 Papi Silvano di Mario                                                3.4.1924

4 Camici Antonio di Adolfo                                        16.8.1925

5 Pieretti Elvano di Ottavino                                     26.5.1922

6 Vallini Vivarello di Quintilio                                     7.7.1921

7 Vallini Ilio di Quintilio                                              8.5.1925

8 Cheli Rolando di Pietro                                           23.7.1924

9 Vallini Fosco di Giovanni                                        16.3.1925

10 Pieretti Pieretto di Orlando                                    9.3.1924

11 Mazzinghi Urbano di Ottavino                             12.7.1922

12 Dinetti Nello di n.n., nato a Volterra il                      16.2.1923

 

Con tale esposto intendiamo e speriamo nella vostra comprensione affinché vogliate includerci nella vostra organizzazione ANPI, inviandoci relativamente il tesserino. In fede di quanto sopra: f.to Bianchi Rodolfo”.

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mercoledì, 21 gennaio 2009

E MIA MADRE?

 

Naturalmente è una domanda a me stesso. M’è venuta quasi  improvvisa, pensando a quanto poco io sappia di lei. Poco, pochissimo. Intanto non ho nulla che mi possa aiutare a ricostruire la sua immagine. Non ho una sua fotografia! Eppure, anche se si separò da mio padre dopo sei anni di matrimonio, avranno avuto qualche foto insieme! O delle loro nozze. Avranno avuto qualche documento di riconoscimento, qualche tessera di associazioni fasciste, in quegli anni molto attive e scrupolose. E la carta di identità? Non esiste più una copia negli schedari storici del Comune. Esistono soltanto gli atti di nascita e di matrimonio, e quelli di nascita dei figli. Adesso anche l’atto di morte. Di lei non ricordo nulla. Sembrerà strano, perché ascolto i miei amici raccontare di ricordi lontanissimi, di quando avevano  quattro o cinque anni…ed io non ricordo niente di lei. Nell’atto di separazione legale (non si poteva divorziare allora, nel 1943!) io e mia sorella fummo affidati a mio padre. Ma poiché io avevo cinque anni di età e mia sorella appena due anni, fu nostra madre che ci prese con sé, nel momento in cui ritornò ad abitare il podere presso i suoi genitori.  Era l’anno 1943.  Nell’anno seguente fui iscritto alla prima classe elementare del mio Comune, distante quattro o cinque chilometri dal podere. Un percorso impervio, tra i monti ed i torrenti, in boschi fruscianti e misteriosi, animati d’ignote presenze, per me paurose. Credo di esserci andato poche volte a scuola. Con scarso profitto, se alla fine dell’anno fui bocciato e costretto a ripetere  la prima elementare. Ho saputo che non ero riuscito a fare i “bastoni” ben dritti e allineati! D’altra parte nessuno dava importanza alla questione. Era più importante che io fossi un abile pastorello, capace di condurre al pascolo il numeroso gregge di pecore che avevamo, e stare fuori tutto il giorno, dal mattino fino all’ora della mungitura serale. Tutto il giorno solitario tra la brughiera, d’estate e d’inverno, con una fetta di pane e due o tre fichi secchi, oppure una fetta di cacio. Per la verità non ero solo, avevo con me il cane, si chiamava Lupetta. Qualche volta veniva pure mia nonna, qualche volta la mamma con la sorellina…ho imparato tanto in quella solitudine!  Non sapevo che qualcuno avesse scritto il De Rerum Natura, eppure credo di aver meditato sugli stessi misteri. Sul moto del sole e della luna, sulla forma delle costellazioni, sulle voci che si udivano battendo con un sasso sui pali di legno della linea del telegrafo, sul moto delle acque, la direzione dei venti, e sulla grande distesa azzurra che si vedeva all’orizzonte, chiamata mare. Del mondo animale apprendevo i più intimi segreti, ad esempio che il cuculo era odiato dai suoi fratelli canori, e che il serpente poteva arrampicarsi fin sulle cime degli alberi per succhiare le uova nei nidi;  e così del mondo vegetale: conoscevo le erbe e le bacche velenose, da non mettere in bocca e quelle che curavano le ferite e il mal di denti. Anch’io mi curavo con un unguento fatto di erbe una malattia della pelle molto fastidiosa, la chiamavano “rogna” e dicevano che me l’aveva attaccata un soldato tedesco prendendomi in collo per accarezzarmi i capelli, che allora avevo biondi e forse rassomigliavo al suo bimbo, lassù, dove abitava! Non parliamo poi di  vita sessuale: conoscevo tutto, nei minimi particolari: sapevo che al “birro”, cioè al montone (ne avevamo soltanto uno nel branco) bisognava mettere una pezza di rigida tela appesa sotto il ventre, in modo che non potesse accoppiarsi con le pecore, se non quando decideva mia nonna! E mi divertivo alle sue fatiche per infrangere tale ostacolo. Sapevo che la gallina faceva le uova e che il gallo le fecondava: e che poi , mettendole sotto la chioccia, venivano covate, sempre al calduccio, e nascevano i pulcini…quando era il momento giusto mio nonno portava le vacche alla stalla del toro per l’accoppiamento e le vacche figliavano i bellissimi vitellini e li allattavano con amore. Anche le pecore, quasi tutte, allattavano con amore  gli agnellini e mi piaceva moltissimo vedere come scodinzolavano mentre puppavano e la mamma gli leccava il culo. Tutto mi era noto. E anche il ricordo non è svanito. Ma mia madre?

Dopo un paio di anni mi ero stancato di questa vita, può darsi. Ed un giorno, terminata la scuola, non presi lo stradello che salendo il Monte e attraversando i Lastroni  su su sopra il torrente portava al podere Carbonciolo, andai a bussare alla porta dei miei nonni paterni. Da quel giorno non ho più fatto ritorno da mia madre. E mi ricongiunsi con mio padre. Per la verità ci fu un tentativo di rapimento, mentre uscivo da scuola, mia madre e mia nonna tentarono di riprendermi con la forza, ma non fu possibile, ero troppo forte e agile. Riuscii a fuggire. Fine. Dopo più di dieci anni ritrovai mia madre ad un ballo dei contadini. Ci aveva accompagnato mia sorella, e anche i giovanotti di paese ci andavano volentieri a questi balli perché la ragazze di campagna erano più disponibili a farsi corteggiare, ed anche a qualcosa di più concreto, delle smorfiose paesane. Mi son sempre piaciute le ragazze semplici della campagna, anche loro, come me, sapevano tutto su molti segreti della natura ed in più bazzicando poco o nulla la cattolica religione non avevano eccessivi scrupoli di ordine  morale, ad esempio sul “non commettere atti impuri”. Non avevo una macchina fotografica. Stentai anche a riconoscerla, mi aiutò qualcuno ad indicarmi chi fosse. Le feci tenere il mio cappotto. Qualche frase banale. Mi meravigliavo anch’io di non sentire il cuore al galoppo, né lacrime sul ciglio, secchezza di voce, arrossamento di pelle, ecc. ecc. Ma come era mai possibile? Nel corso di tutta una lunga vita l’ho rivista altre cinque o sei volte. Eravamo così diversi che non era possibile andare al di là di semplici frasi di circostanza. Sentivo che ero quel che ero anche grazie al fatto che si, bisogna dirlo, mi aveva abbandonato! Aveva scavato una voragine dentro la mia anima, un gorgo incessante che risucchiava l’amore, l’amore femminile! Sono sempre stato in sintonia con  le donne, e loro, come succede in natura, verso i cuccioli che non trovano il caparello della mamma per poppare e piangono nella campagna, fino a che un’altra femmina non gli offre il suo, mi hanno amato tanto! Forse sono poeta proprio per questo abbandono, chi lo sa?  Né voglio saperlo. Ma non posso negare che mia madre sia stata per me, come mio padre, uno dei grandi amori della mia vita.

 

 

 

Carbonciolo

 

 

Carbonciolo è una casa lontana

Oltre il bosco, sulla petrosa brughiera

Dove la sera scende lenta e il mare

Ha i colori antichi del sangue e dell’oro.

 

Carbonciolo è un rudere assediato

Dal biancospino che tarda la primavera a fiorire

E tra i rami del pero selvatico

Sibila il freddo vento marino.

 

Carbonciolo è il mito, è il destino,

è la fuga, la veglia, la notte stellata,

il fuoco che con lingue ardite

s’avventa nel camino; è il nonno

che porta pannocchie ai bambini,

la trebbia, il meriggio,

la sorgente nel fosso selvaggio,

il maggio fiorito, l’amata

fanciulla dagli occhi maliziosi,

il dormire da piedi nella stanza dipinta,

la sorella l’amico la madre giovane e forte

che ti dà caldi baci e poi viene il sonno

breve e dolcissimo senza paura di morte.

 

Carbonciolo è un segreto e un rimpianto:

canzone, desiderio, speranza,

là, oltre il bosco dove tu mai andrai,

tu che mi ami e non sai chi sono[i].

 



[i] L’anima mia è smarrita, 1984-1985, in “Il Sillabario” – La Comunità di Pomarance, n. 4, p. XIV, 1996.

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mercoledì, 21 gennaio 2009

PER MIO PADRE

 

Stamani, sono entrato nel cimitero. Sapevo che da qualche settimana era stata esumata la salma di mio padre e che gli eventuali residui della mineralizzazione erano stati collocati nell’ossario collettivo; quindi non c’era più alcun segno di lui a venticinque anni dalla morte. Finora si vedeva subito la sua tomba, entrando, in terra, nella prima fila a sinistra. E soprattutto si notava, al posto della croce, una bella “chiave di violino”, a significare che lì c’era sepolto un musicista. E mio padre lo era davvero. Anche mio nonno era stato un virtuoso clarinettista e mia nonna una discreta cantante lirica, anche se, soltanto, a livello paesano. Aveva preso dai genitori, al contrario di me, che non ho “orecchio” e come si dice qui “ho dirazzato”. Avrò preso dal ramo di mia madre, una famiglia molto arretrata di poveri mezzadri! Ho visto le foto di mio padre, quando aveva l’età di 11 anni, già in prima fila nella Banda Musicale Municipale. Lo strumento, il clarinetto, era quasi più lungo della sua altezza! Negli anni ’30 ebbe l’encomio del compositore Pietro Mascagni e all’età di tredici anni il principe Piero Ginori Conti lo volle tra i suoi operai alla “Larderello SA”, proprio in virtù del suo “genio” musicale.  Ebbe la fortuna di non essere richiamato alle armi, in primo luogo perché aveva “il collo torto”, cioè una malformazione dovuta ad un parto complicatissimo, essendo “nato doppio”, e l’uso del forcipe gli aveva procurato il danno, ed in secondo luogo perché la fabbrica dove lavorava era stata dichiarata “di primaria utilità bellica” e i suoi dipendenti esonerati dal servizio militare. Perciò continuò sempre ad esercitarsi nella musica, anzi, insieme ad altri quattro o cinque amici, ascoltando clandestinamente Radio Londra fu tra i fondatori del complesso jazz “Stella d’Argento”, uno dei primi complessi jazz dell’Italia ancora in guerra. Alla fine del mese di giugno 1944, il complesso jazz fu assoldato dalla V Armata degli Stati Uniti d’America e il maggiore Robertson, responsabile del settore tirrenico della Toscana, lo utilizzo, portandolo con i mezzi militari, nei villaggi dell’Alta Val di Cecina per sollevare il morale delle popolazioni duramente provate dalla guerra stessa. Credo che si sia divertito tantissimo, per diversi anni. Il complesso si sciolse nel 1951, ma tosto fu ricostituito e per altri anni continuò la sua attività. Infine si dedicò di nuovo alla Filarmonica, coadiuvando il Maestro Alfio Benincasa, e insegnando, ai numerosi giovani. Dopo il  clarinetto e il “quartino” si era dedicato alla fisarmonica. Era un virtuoso e aveva la musica nel sangue. Ha sempre suonato, in pubblico ed in privato, fino quasi alla vigilia della sua morte. Infatti mi ricordo che imbracciò la fisarmonica alla vigilia di Natale del 1984, per un mio amico che era andato a trovarlo a casa, ormai gravemente ammalato. Infatti morirà il 19 gennaio  seguente. Tra la terra smossa ho raccolto una conchiglia che avevo deposto sulla tomba dopo la morte. E nella stanzina degli attrassi la sua fotografia.  E’ una foto bellissima, mi assomiglia molto. L’avevo scattata io con la mia Nikon quando aveva 57 anni! Mi pare di vederlo vivo! Aveva una idea vaga e fatalista della vita e dell’eternità. Si potrebbe definire un “animista”, nel senso che avvertiva lo spirito vitale in ogni essere, animato o inanimato. Non si aspettava nulla nell’aldilà, ma era convinto che tutti noi umani si andasse “nello stesso sacco” e che nessuno dopo la morte fosse ad attenderci “con un randello”!  Io e lui siamo stati più che un padre e un figlio, quasi due fratelli, e amici, una volta anche rivali in amore, e confidenti. Infine, nel corso della sua malattia, i ruoli si erano invertiti: io ero “padre” e lui “figlio”, un figlio da amare, consolare e tranquillizzare. Aveva in me una cieca fiducia. Le mie parole erano per lui “oro colato”! E l’ho amato tanto. Anche senza quel tumulo lo porterò sempre nel mio cuore.

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mercoledì, 21 gennaio 2009

TELECOM, TELE2, LIBERALIZZAZIONI…verso l’efficienza e la concorrenzialità!

 

Da troppi giorni non riesco a inserire un post nel blog a causa della impossibilità di avere la connessione telefonica al mio PC di casa. Quando, in rari sprazzi di apparente normalità funzionale della linea, mi accingo finalmente ad aprire internet per leggere la posta o per aggiornare il blog e facebook, noto che la velocità di connessione è di circa 4 kbps! e immediatamente avviene la disconnessione. Adesso dovrò pazientare ancora per tutto il mese di gennaio, ma finalmente avrò un nuovo computer, che riconfigurerò trasferendo i dati archiviati su questo vecchio, e, soprattutto, installerò la ADSL e la ricezione satellitare, liberandomi, dopo tanto penare, della dipendenza dei gestori della telefonia fissa. Anche nel mio sperduto borgo tra queste montagne e vallate a bacìo, ci sono gia attive due possibilità: una, della Regione Toscana attraverso una Società denominata “Nettare” con un costo di 27 € al mese, 24/24 h di connessione ed un’altra, privata, al costo di 12 € al mese, sempre 24/24 h, più un costo di installazione di intorno ai 100 €, ma con minori servizi. Forse sottoscriverò “Nettare”, anche se più onerosa, perché pare offrire maggiori garanzie. Inoltre sono rimasto scottato dalla apparente non competitività dei “privati” rispetto al servizio pubblico! Prendo ad esempio Tele2, il gestore con il quale ho stipulato un contratto, abbandonando lo storico gestore Telecom che, praticamente avevo dagli anni ’60. Immediatamente dopo l’avvio del nuovo contratto con Tele2 (28 novembre 2008) è cominciata una connessione ad intermittenza: non appena cominciava a piovere, o a soffiare un vento forte, o a calare la nebbia, il telefono diventava muto e così rimaneva per 30, 40 o più di 60 ore, fintanto che ritornava il sereno e il sole! Chiamato Telecom sul 187 mi veniva risposto che adesso avendo cambiato gestore, loro non c’entravano più, mi rivolgessi dunque a Tele2! Bene, con un cellulare, o mio o di mia moglie, abbiamo cominciato la ricerca di qualcuno che ascoltasse le rimostranze. Non è stato facile, poverini, i giovani precari, per la verità pazienti e gentili, ben poco potevano dirci, se non che avrebbero segnalato il disservizio! I giorni passavano e nulla cambiava. Ho scritto tre lettere alla direzione di Tele2, facendo anche notare il danno morale ed economico che stavo subendo in quanto uso la connessione , per la maggior parte, per motivi di lavoro. Ho notato che le lettere sono state prese in considerazione. Molte volte il telefono squillava, altre volte un operatore chiedeva “Funziona il telefono?” Era ovvio che in quel momento funzionava, ma nessuno ascoltava il resto, cioè che non appena fossero peggiorate le condizioni atmosferiche, di nuovo non ci sarebbe più stata la connessione! Infine lunedì 12 gennaio si è presentato un operaio della Telecom dicendo che era per verificare la nostra linea! Bene, finalmente. Ha constatato un forte ronzio nonostante il cielo fosse sereno. E’ andato a verificare la scatolina posta sull’esterno della facciata di un edificio confinante con quello dove abito: ha fatto alcune prove, facendoci verificare se  l’apparecchio funzionava o no ecc. ecc. Ed ha concluso che probabilmente si trattava di un difetto nel cavo aereo che da questa scatolina si immette nella mia casa. Forse è un cavo vecchio, dove entrano infiltrazioni di umidità, bisogna cambiare questo cavo, secondo lui. Ma qui viene il bello!  I tecnici Telecom (gestori nelle linee fisse anche per conto di Tele2) non hanno scale con “due alzate” e inoltre non sono abilitati a salire su scale di questo tipo. Allora? Ha contattato i suoi superiori per far venire a cambiare questi cinque metri di cavo, una ditta appaltatrice. Sembra che il lavoro sarà fatto in due tre giorni, ma il tecnico, scuotendo il capo, ha detto che a causa dei moltissimi guasti prevedeva tempi più lunghi. Chi chiamare? La ditta, la Telecom? No, non chiamare nessuno, solo la stessa trafila di Tele2. Credo che arrivi la bolletta, tra poco. E come fare per detrarre i costi derivanti dai disservizi? Siamo totalmente indifesi. Arrabbiati, ma indifesi.  Ma globalizzati, delocalizzati e liberalizzati. Vi par poco?

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martedì, 06 gennaio 2009

IL SUBLIME

 

Se, come afferma l’anonimo autore del trattato Il sublime,  già anticamente attribuito da due antichi manoscritti, a Longino Cassio (Atene?, 213 – Palmira, 273),  la condizione del raggiungimento del godimento estremo si percepisce con la perdita del raziocinio, debbo constatare che, contrariamente a tutte le apparenze reali ed alle coordinate fisiologiche ecc. ecc. che contrassegnano lo stadio della vita in cui mi trovo, “il sublime” mi ha finalmente  compenetrato. Non solo per la perdita del raziocinio, ma per la fiamma della creatività che arde nella mia anima. La bellezza imprevista m’ha sfiorato due, tre volte e finalmente s’è avvicinata nella notte, mentre dormivo, per inspirare l’odore del mio corpo e darmi nel collo un bacio di fuoco, tenero e umido, come le nuvole. L’ho ritrovato all’alba è l’ho fatto prigioniero. Solo colei che regge le chiavi di questa prigione, potrà, superando prove estreme, liberarlo. Oppure sarò io stesso a rendergli la libertà. Ma non adesso. Adesso è la fonte stessa della mia esistenza, della mia poesia.

La poesia: infinita e diversa. Ogni uomo è poeta, consapevole o no.  Recentemente ho ricevuto una “ballata” da una donna del mio paese, la sua memoria ci riporta indietro di quarant’anni, rivisita la vita minuta, rievoca persone  e luoghi ormai scomparsi. Conclude con quattro versi : “…Com’era vivo e sorridente/il mio paese, la sua gente./Quanto amore, e quanta nostalgia/nel ricordo s’intreccia la vita mia.” Ho un’altra visione del passato e del tempo, solo camminando si fa il cammino, non stando fermi a rimpiangere i tempi andati. Metto mano ad un altro quaderno di versi, dopo “La cometa Swan” e “El poeta canta por todos”, forse si chiamerà “Yo noto al paso que me torno viejo”, di questo quaderno che già comprende settantacinque poesie, ne pubblico adesso cinque:

 

Non ti si addice la tristezza

 

Il ricordo è dolore. Non ricordare,

il ricordo è assenza, solitudine.

Perdono la tua smemoratezza,

d’altronde non ti lascio ferite

aperte, sanguinanti cancrene.

Mi fa sorridere chi parla

del ricordo di un bacio,

di carezze, sguardi, attese,

lacrime, amplessi. Ci dicono

che del tempo vissuto

soltanto pochi secondi

contengono tutte le

emozioni, il resto altro non è

che nebbia su pianure

monotone. Non ti si addice

la tristezza, e non servirebbe

a niente. Dispensa le tue

grazie, non controllare

i tuoi impulsi sessuali.

                Sarai lodata.

 

Sul binario morto non ci sono stazioni

 

Ho vissuto più a lungo dei miei antenati e più di loro

ho portato dentro me l’ansia del lungo cammino,

ora si sono sciolte le ali del sogno al calore

della vita e della giovinezza; sulla dura terra son caduto,

un vecchio. Inutile voler stringere amore, forza, bellezza!

Alzo la testa dal piccolo schermo che illumina la vuota

stanza, le colline davanti a me tristi d’acqua e colori

morenti, mi si confanno. In questa atmosfera resto

immerso, a mio agio. I fili che avvolgono il cuore

sono elettronici. Per fortuna la tecnologia aiuta.

Da laggiù, da molto lontano, una donna bellissima

dice di amarmi, mi consolo a crederci, come al paradiso,

tanto non costa niente! Ma quando penso che questa

donna magnetica potrebbe materializzarsi qui,

su questa parete bianca, avanzare implorando i miei baci,

spaventato mi ritraggo. Come farei a renderla felice?

Sul binario morto non ci sono stazioni.

Nell’attesa di te

 

Mangio l’uva da una vite tardiva,

dolcissima, mentre salgo la collina.

Il Pratomagno scuro, in lontananza,

attende il vestito di neve. Uccelli

migrano in uno spazio troppo azzurro,

che fa male, spariscono oltre i boschi

malinconici per l’imminente congedo,

su villaggi disabitati e sperduti

di questa terra, la terra disperata

che mi consuma nell’attesa di te.

E mettiamo il caso, tu arrivassi

improvvisa? Nuda sotto un mantello

di sogni? Se tu, mi porgessi la mano

- andiamo mio amato allo chapuno

nella foresta – in uno solo

ci potremmo stringere,

gemendo di piacere al vento leggero.

 

La donna al plurale

 

Oggi, piccola felicità!

Trovo “la donna al plurale” di Nezvàl

e trovo tutte le donne

che mi scivolano accanto,

raggio di aghi e orchestre tempestose.

L’estate serrata fino all’ultimo bottone

si slaccia e dondola i seni,

mai angelus risuonò più forte

di quelle due campane…

Oh! donne della mia vita,

non larve della memoria,

storia vivente e rossa,

harem profumato di rare essenze,

languidezze ed occhi velati di piacere,

tutte vi stringete al gomitolo,

arruffati fili, anime erranti,

venite, correte a me!

Oh! meteore!

Cometa dalla nera chioma,

chitarra dell’Alhambra,

vento dell’Ovest e cardo di Maremma,

acque gelide del Nord…

ritornate al nido vuoto,

presto, il mio tempo è scaduto,

tremano gli esili rami che lo accolgono,

un odore acre di terra si leva,

fluttuano le ombre della notte

e tacciono gli uccelli tra i rovi.

Sale il canto di rogamar

love is a mystery like any sea

in the world like the shallows of passion…

l’amore è un mistero e trabocca

in me da ogni poro,

torna piccola felicità quotidiana,

dimenticanza del mondo.

  

Vedi come tutte le cose decadono…

 

Vedi come tutte le cose

fatte d’atomi e particelle elementari decadono,

si corrompono e svaniscono,

 

e nulla resterà di noi

in questa fredda porzione dell’universo,

ai margini di una minuscola galassia!

 

Così decadono e si corrompono

i moti dell’anima, il nulla l’inghiottirà

coi nostri sogni

di questo rinnovato amore che ci stringe.

 

Vedi com’è assurdo parlare

d’infinito, eternità, anima e dio,

e come dobbiamo esser grati

al desiderio che ci lega,

ai sensi che ci regalano piaceri

sempre nuovi e inattesi,

 

prima di mescolare i nostri semi

nel campo che ritorna vergine ad ogni aratro,

a questi baci promessi,

a questi sguardi vogliosi!

 

Non neghiamoci dunque alla vita

che ci offre albe imprevedibili.

postato da: karl38cg alle ore 17:55 | Permalink | commenti
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lunedì, 05 gennaio 2009

EPIFANIA

 

Dal latino tardo, epiphania “dimostro”, che è dal greco: “epiphaneia” (hiera) “feste dell’apparizione”, derivato da epiphanes “visibile”, e questo da epiphaino “apparisco”. Si tratta di un termine arcaico greco che significa “manifestazione della divinità, o del sacro”. In ambito cristiano il termine indica l’apparizione salvifica del Cristo e la festa liturgica che la celebra. La festa appare intorno al III secolo, in Oriente, e nel IV secolo è ormai diventata una grande festa che si celebra il 6 gennaio e si pone accanto al Natale ed alla Pasqua. Alla fine del IV secolo si diffonde in Occidente con i connotati del battesimo di Cristo, dell’adorazione dei Magi e le nozze di Cana: il primo “segno” operato da Gesù. Ma, a poco a poco, in Occidente prevale l’iconografia dell’adorazione dei Magi.

Nella “Befana” = “le feste dell’apparizione”, l’elemento sacro si è integrato e saldato con elementi folclorici preesistenti., sia in Oriente che in Occidente, fino alla moderna “distribuzione di strenne ai bambini”. Protagonista di questa “distribuzione di strenne” è un personaggio femminile, la Befana, un personaggio ambivalente, paurosa nell’aspetto fisico, temibile per i suoi poteri, che, però sono esercitati quasi esclusivamente in senso benefico: essa reca doni. La  festa si lega ai rituali della fine dell’anno e l’inizio del nuovo. (tipica l’usanza del “brucia la vecchia” e quella delle offerte propiziatore al Nuovo Anno”).

 

Oggi, dopo le abbondanti libagioni all’Aquilante, mi sono preso un giorno di totale riposo. Fisico e mentale. Ho giocato molte ore con il mio nipotino di quattro anni. Al mattino, con un bel sole, senza vento, e una temperatura costantemente sotto lo zero, siamo stati all’aperto con arco e frecce, con il nostro cane Otto, cieco e sordo, a caccia, nei cespugli e nella sodaglia vicini alla mia casa; nel pomeriggio, in casa,abbiamo giocato a fare “la Befana”, il postino, a rimpiattino, e a rispondere alle sue infinite domande: la più imprevista è stata: “Nonno, quando muore Otto?” Ma non credo che abbia il minimo sospetto sul reale fenomeno della morte. Ora ho finito di confezionare una “calza” di carta, artigianale, con i nostri doni, che troverà domani sotto all’albero : dentro “la calza” ci abbiamo messo: tre soldatini di plastica, due noci, un mandarancio, un sacchettino di monete d’oro (cioè cioccolatini rotondi incartati nella stagnola dorata), un pacchettino di biscotti pavesini ed un uovo di cioccolata. Sarà molto soddisfatto di non trovarci i temuti “cenere e carboni”, cioè i doni per i bimbi  cattivi!

 

Ai miei tempi, ossia quando avevo la sua età, non ricordo di aver mai conosciuto la Befana. I miei genitori avevano altro cui pensare, dato che si stavano separando e non sapevano ancora a chi e come lasciare i due figli piccini. Per fortuna non ricordo nulla, ma devono essere stati tempi tristissimi. Da più grande, in casa delle mie cugine, si giocava “alla Befana”, scrivendo nomi di donne zitelle e ragazze non fidanzate, e di giovani scapoli o giovanotti, su fogliettini di carta posti in due sacchetti di tela, ed estraendoli a sorte per fare la coppia. Le donne erano in numero dispari e così l’ultima che restava veniva proclamata “la Befana dell’anno”.

 

Avevo imparato alcune strofette: “La Befana vien di notte/con le scarpe tutte rotte/neve gelo e tramontana/ecco arriva la Befana!” “La Befana vien di notte/con le scarpe tutte rotte/col vestito alla romana/ ecco arriva la Befana!” “La Befana vien di notte/con le scarpe tutte rotte/il calzolaro non gliele può fare/perché non ha soldi per pagare!”.Ed anche: “Io son Dicembre vecchietto vecchietto/ l’ultimo figlio dell’anno che muore/e quando nasce Gesù benedetto/ porto nel mondo la pace e l’amore./Porto col Ceppo che gira i camini/tanti regali ai bimbi piccini/ ai bimbi buoni io porto doni/a quelli cattivi cenere e carboni!”

 

Forse è più noto il proverbio: “l’Epifania tutte le feste le porta via!” Si, proprio vero: dal giorno otto gennaio dovrò mettermi davvero al lavoro!

postato da: karl38cg alle ore 21:33 | Permalink | commenti
categoria:epifania