STORIE DI EBREI
EUGENIA SERVI
(II)
“…La famiglia Disegni abitava vicino a casa mia e la bambina, Miriam, giocava tutti i giorni con me e così avevo anche modo di imparare tante cose dalla signora Berta oltre alla scuola. Lo zio Angelo, che durante la prima guerra mondiale aveva combattuto, era stato ferito e decorato, era agente di Banca e sua moglie maestra elementare, però da un giorno all’altro si trovarono tutti e due disoccupati e con quattro figli fra i 10 e i 15 anni da mantenere. Oltre a questo lo zio Angelo ricevette una denuncia dal suo barbiere che attestava che “ aveva detto male del Duce!” mentre era nella sua bottega. Il maresciallo dei carabinieri, che forse aveva istigato il barbiere, fu per fortuna trasferito per un mese e così nel frattempo il sostituto convinse le autorità che non essendoci altri testimoni nella bottega si poteva dubitare della veridicità e così la denuncia fu stracciata. A questo punto lo zio Angelo e la sua famiglia si trasferirono rapidamente a Firenze. Lo zio Guido aveva un negozio di tessuti all’ingrosso e le autorità locali lo obbligarono a scrivere sulla porta “Razza Ebraica” e proibirono ai negozi del paese di fare acquisti da lui. Anche lo zio Guido si trasferì a Firenze. Il babbo, entrato ragazzo in una società di trasporti, ne era diventato con gli anni capo officina e collaborava nell’amministrazione per gli acquisti e le pratiche negli uffici dei Ministeri e Prefetture, ma con le leggi razziali lui e lo zio Adelmo che lavorava nella stessa ditta, furono licenziati. Insieme allo zio Adelmo e un amico acquistò un vecchio camion che trasformò prima a gasolio e poi “a legna” e cominciò a fare trasporto merci. Nel giugno 1940 l’Italia entrò in guerra alleata della Germania, gli ebrei vennero esonerati dal servizio militare però molti vennero mandati al confino con l’accusa di antifascismo. Mio cugino Giorgio Sadun e il professor Manlio Paggi ricevettero l’ordine di presentarsi alla Questura di Matera senza alcuna spiegazione e di lì mandati al confino a Tricarico dove restarono circa un anno cioè finché con domande e certificati medici presentati dai familiari fu possibile farli tornare a Pitigliano. Molti si ribellarono alla guerra e si formarono le Brigate Partigiane che furono aiutate dalla gente di campagna. Pitigliano non aveva obbiettivi militari, ma suonava spesso l’allarme perché passavano aerei che andavano a bombardare Civitavecchia e Grosseto. Un giorno un caccia americano fu colpito dalla contraerea tedesca, cadde vicino al paese e noi vedemmo i piloti scendere con il paracadute. Due militi con la motocicletta furono sul posto in dieci minuti, ma degli americani e dei paracadute non trovarono traccia. I contadini, veloci come fulmini, li avevano nascosti e i militi se ne tornarono indietro sconfitti. Fino alla fine della guerra i due piloti rimasero nascosti nel podere del medico che aveva curato le ferite della caduta. Dopo l’8 settembre 1943 la gente di campagna si prodiga per aiutare i soldati imboscati, i prigionieri di guerra, i partigiani e gli ebrei che sono chiamati a presentarsi per poi essere mandati a morire in Germania. Molti si rifugiarono nei poderi in varie località, mentre lo zio Lello che soffriva di ulcera venne fatto ricoverare dal professor Bognonim, direttore dell’ospedale, in una cameretta fino alla fine della guerra. Rassicurati dal maresciallo dei carabinieri, forse in buona fede e ingenuamente credendo che i campi di raccolta fossero temporanei per separarci dagli altri, la mia famiglia, quella dello zio Adelmo, la famiglia Cava, sfollata da Livorno, quella dello zio Azeglio, meno i suoi quattro figli nascosti in campagna, tutti decisero di presentarsi al Campo di Internamento di Roccatederighi. Il 2 dicembre 1943 partirono da Pitigliano quattro famiglie con un pulman e un camion carico di materassi, lenzuola ecc. ecc.” (continua)






