sabato, 28 febbraio 2009

Sera tranquilla

 

Sera tranquilla, quasi

con anima serena,

per essere giovane, per esserlo

stato quando volle Dio,

per serbare alcune gioie…lontano,

e poter dolcemente ricordarle.

                        (A.Machado, Gallerie LXXIV)

 

Cara Anna,

non puoi immaginare la gioia che ho provato nel leggere le tue poesie ed i tuoi racconti! Io lo sapevo, lo sentivo, che nella tua mente e nel tuo cuore c’era qualcosa di meraviglioso, la capacità di descrivere emozioni, gioie, dolori, nostalgie, e di farle apparire reali ed immaginarie allo stesso tempo anche a chi, come me, non conosce gli abissi della tua anima.. Sta proprio qui la forza della poesia. In più le evocazioni, i ricordi, di una Firenze che ormai non esiste più, di un mondo che non esiste più nella realtà ma che solo l’arte sa ricostruire facendolo palpitare vivo. Sto leggendo proprio ora i romanzi di Grazia Deledda, un premio Nobel, dimenticato e inattuale, anche da me disprezzato, in una concezione dinamica della storia in rapida e perenne mutazione, nell’incrocio di paesi, etnie, problemi geopolitici ed umanitari, guerre, globalizzazione, esplosione della sessualità ed esaltazione mediatica di rapporti effimeri…vicende virtuali, tutto un mondo alieno, e quei romanzi lontani, in una regione arcaica, nei rituali ancestrali, la Deledda me l’ha portato vivo e vibrante di passioni e pulsioni, sotto gli occhi. Ci mescolo le tue storie, ci mescolo le mie storie, mi ci immergo come in un’acqua amica  per ritrovare “il tempo perduto” ed anche per  godere di sogni timidi che s’affacciano alla memoria.  La tua lingua è una spada, ferisce le coscienze assopite, scava dentro i cuori, sprona a non addormentarci, ad inseguire ideali minimi, i più difficili, perché a rischio di estinzione: quelli nascosti tra le pieghe della superficialità. Leggo e rileggo i tuoi scritti, mi soffermo sulle poesie: vorrei essere  io il cavaliere che galoppa nel tuo cuore…

 

Leggeri come polvere nell’aria

 

Leggeri come polvere nell’aria

volano i miei pensieri

 

Né il vento che turbina

nella mia mente

riesce a cancellare

 

Storie di un giorno

e poi di un nuovo giorno

fatto di minuti di ore

di tempo infinito

 

Dolci e amari ricordi

di amore vissuto

di amore disperso

di vita sospesa

tra sogno e realtà

 

La mia mano imprime

di graffi neri il bianco foglio

i pensieri corrono veloci

come il tempo che incalza la vita

 

Piccole storie che affido

alla terra amica

rugosa dal sole

in questo luglio ardente

ai temporali d’estate

che feriscono il cielo

ai fiori prigionieri

nei vasi di coccio

all’acqua che li disseta

perché vivano un altro giorno.

 

Il cavaliere

 

C’è un cavaliere

in sella al suo destriero

che galoppa nel mio cuore

 

ha armatura di ferro

spada lucente

lancia affilata

 

va per le strade dell’anima

cercando gioia

sfidando invidia

rabbia e dolore

 

il suo mantello è fatto di tristezza

gli occhi celati dalla visiera

mandano lampi di fuoco

 

una timida farfalla

si posa sulla sua spalla

 

egli alza la sua celata

la guarda stupito

ora i suoi occhi hanno

il colore del cielo

e la tenerezza di un bambino.

 

Il marinaio

 

O marinaio

che guardi il mare

dal tuo vascello

 

so che l’ami

come la tua vita

lo temi e lo sfidi

ogni giorno

 

è tuo amico e nemico

è gioia e dolore

 

anch’io piccola donna

navigo nelle sue acque

ora calme ora torbide

 

vi immergo l’anima mia

che sprofonda e poi risale

bagnando la terra

di lacrime salate

 

sei lo specchio

che riflette la mia pena

oso sfidarti ogni giorno

come sfido la vita

che mi fu donata

per non lasciarla

andare alla deriva.

 

Ricordi?

 

Ricordi il nostro

primo incontro?

Il tocco lieve

delle nostre mani

il brivido che le percorse?

 

Il nostro primo bacio

sulla fredda panchina di pietra

dove schizzi d’acqua arrivavano

portati dal vento?

 

Ricordi i baci struggenti

che ci davamo

sulla soffice sabbia del mare

al riparo complice della cabine

e quando mi stringevi a te

quasi avessi paura

di non trovarmi più?

 

Dov’è ora

quel nostro amore?

 

E’ rimasta solo la nostalgia

di quei giorni felici

di quell’amore

che sembrava non finire mai.

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venerdì, 27 febbraio 2009

Primavera in mare…

 

Da noi, nelle Colline Metallifere Toscane, un inverno piovoso sta ritirandosi e già una mite e precoce primavera s’annuncia con il fiorire  di mandorli e susini, di viole e crochi di richiami d’amore del popolo canoro ed anche con i primi voli dei calabroni gialli sui pistilli. La prima lucertola, ancora nuda e grigia, è sbucata da una fessura di un vecchio muro, ancora intorpidita e lenta nel caldo sole. La terra è tenera, la natura è in sommovimento, oggi una mia giovane amica discuterà la sua tesi di laurea, domani la festeggeremo a Volterra…le persone che incontro per la strada mi appaiono meno dimesse e cadenti,  e anch’io mi sento animato da un’energia inaspettata, voglia di fare,  di amare. Apro di nuovo il libro del mio poeta, Machado, e trovo le note che avrei voluto suonare, alla bellezza, al sogno:

 

…se io fossi un poeta

galante, canterei

ai tuoi occhi un canto così puro

come sul bianco marmo l’acqua chiara.

 

In una strofa d’acqua

tutto il canto sarebbe:

 

“Già so che non rispondono ai miei occhi,

che vedono e che non chiedono guardando,

i tuoi occhi limpidi che hanno

la buona luce calma,

la buona luce del mondo fiorente

che ho visto un giorno in braccio a mia madre”.

 

E il controcanto non poteva essere che un altro silenzio, di sguardi e di parole, che unisce in un legame flebile due anime assetate di bellezza e d’amore all’alba del “mondo fiorente”, “dell’età fiorita”:

 

Tu porti in dono a chi ami

la speranza, il sorriso,

la gioia della vita.

 

Io ascolto volentieri

la canzone del vento

nel cipresso antico;

il raggio di sole,

che con l’alba avanza,

sulla coperta attendo.

 

In me, se ancora mi sarai accanto,

troverai bagnata di pianto

la manica della camicia,

e soltanto ricordi,

ricordi, parole dell’età

fiorita.

 

E per quanto tu tenda

la piccola mano

e a te, indietro, la mia protenda,

mai potremo in uno solo

stringerci.

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mercoledì, 25 febbraio 2009

FILM VERA PAGGI A GROSSETO 25 GENNAIO 2007.

 

 

Ieri, 25 gennaio, ero presente, mescolato tra gli studenti, in una poltrona poco distante da quella dove lei era seduta, ma non avendo grande libertà di movimento e un po’ per timidezza nell’incontrare persone nuove, non mi sono presentato. Non ho salutato nemmeno la Rocchi (che con il suo piglio autoritario mi incute una certa riluttanza), né l’amico Ariel e nemmeno altri che invece conoscevo bene! Ero anche abbastanza teso in attesa di sentire la discussione e, soprattutto, vedere il film. Sono rimasto fino all’ultimo ascoltando amareggiato l’intervento di un prete, anzi, di una delle massime cariche religiose della “attuale” Diocesi di Grosseto! Che pena!

 

Tuttavia le voglio fare i miei modesti complimenti per il film, preso a se stante, senza bisogno di commenti e discussioni storiche. Parla abbastanza eloquentemente da solo con la forza poetica-tragica delle immagini e dei sentimenti che suscita nelle persone. Non nascondo che ad un certo punto m’è sgorgata una lacrima, eppure con i miei settanta anni di età e decenni di lavoro tra le famiglie ebraiche dell’Europa Centrale e con i pellegrinaggi alla ricerca dei morti “non si sa dove”, tra Terezin, Auschwitz, Dachau, Mathausen, Bergen-Belsen ecc. ecc. ne ho visti di orrori e sono abbastanza indurito.

 

Nella ricostruzione storica che si può dedurre dal film, non si è andati sopra le righe, anzi, a mio avviso, siamo stati molto al di sotto della cruda verità e degli interrogativi sulle responsabilità, in particolare del Vescovo Galeazzi e dei militi della RSI ed anche sull’omertà della gente comune che in un modo o nell’altro ha partecipato, in silenzio appunto, all’internamento degli ebrei a Roccatederighi, alla selezione tra stranieri e italiani, italiani e grossetani ed anche alla corruzione del denaro di qualcuno più facoltoso rispetto ad altri che non avevano altro bene che la loro dignità e gli occhi per piangere.

 

Sul Vescovo Galeazzi  rimane un giudizio morale più pesante di un macigno che nessuna difesa di ufficio, nessun documento falso, e, magari, nessun documento nascosto per più di sessanta anni e portato alla luce in futuro, potrà alleggerire!

E’, come per Pio XII e per la stragrande maggioranza dell’alta gerarchia della Chiesa cattolica, la “compromissione del silenzio”. Un silenzio che affonda le radici in duemila anni di antisemitismo, di odio contro il popolo accusato di “deicidio”, ma, in realtà, come sappiamo bene, contro “i testimoni scomodi della storia”, coloro cioè che essendo presenti alla predicazione, ai miracoli, alla morte, del Nazzareno, non cedettero a lui, non si fecero convertire, e mantennero la loro Fede e la libertà di coscienza. Proprio gli Ebrei ci ricordano che era ed è possibile essere diversi, percorrere un’altra strada nella fede di un unico Dio. Ciò, per la Chiesa-Istituzione-potenza economica-politica-che ha nel suo programma la conversione al suo credo dell’umanità, conversione fatta con la violenza, con il ricatto della miseria e con quello psicologico, non era e credo che non sia, nonostante le diplomatiche aperture, possibile.

 

Galeazzi visse, separato, è vero, e in condizioni di vita di ben altro tenore, tra gli ebrei. Ma ci visse per volontaria paura per le sorti della propria vita, lasciando sotto le bombe e le macerie di Grosseto il “suo gregge” di fedeli. Ci visse, per usare una parola grossa, per “viltà” Ma vivendo tra quei cento ebrei sapeva quale sorte li attendeva. Eppure rimase in silenzio, Anzi permise una selezione prima della selezione finale. In silenzio. Vide salire su quei camion i bambini, gli innocenti tra gli innocenti, e rimase in silenzio. Vide nascere a Roccatederighi Gigliola, e la vide partire ad appena pochi mesi di vita, verso i luoghi della morte certa. In silenzio. Eppure Gigliola Finzi era ormai grossetana, essendo nata nel Comune di Roccastrada!

 

E dopo, Galeazzi pretese, addirittura, il pagamento del canone di affitto del suo seminario dal Governo Militare Alleato e dalle autorità del CLN e Istituzioni antifasciste.

Intanto, con accrescimenti e modifiche, il Seminario di Roccatedereghi fu adibito a Colonia Estiva e luogo di ricreazione e meditazione e studio della dottrina cattolica per giovani bambini e adolescenti, non solo della Diocesi di Grosseto, ma di Massa Marittima e di Volterra. Così, senza pudore, con una imbiancata, quelle stanze anticamera della morte divennero luogo di risate e giochi, di vita normale. Perché nessuno sapeva.

Mi è capitato personalmente di aver raccontato, qualche anno fa, la storia di Roccatederighi ad una mamma cattolica che aveva mandato suo figlio al Campo di Roccatederighi e vederla turbata, inorridita!

Ma al vescovo Galeazzi, all’edificatore di  campanili, al cultore della devozione di Maria, importava l’efficienza della sua diocesi e la rendita spirituale del cattolicesimo, altro che meditare sulla sorte di quei poveri ebrei mandati alle camere a gas!

 

Su Galeazzi occorrerà tacere, non per acquiescenza alla gerarchia cattolica, ma per nostro disgusto ed orrore.

 

Comunque, signora Vera Paggi, grazie al suo talento che nasce dal cuore, ci ha permesso di alzare ancora di più questa cappa di omertà nel tentativo di risvegliare le coscienze ignare o addormentate della gioventù.  E grazie anche da me per l’emozione  che non dimenticherò.

                                                                                                                             Carlo Groppi

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categoria:vera paggi, monsignor galeazzi
lunedì, 23 febbraio 2009

STORIE EBRAICHE

IL DIARIO DI EUGENIA SERVI

 

 

“…A Roccatederighi, più a Nord di noi, i tedeschi, avvicinandosi il fronte, si sono presentati al Campo senza preavviso e con un camion militare hanno preso tutti gli ebrei stranieri, contando di ritornare poi a prendere gli italiani. Appena partiti il Vescovo convince il direttore del Campo che la guerra è persa e che conviene a tutti di allontanarsi e di nascondersi dai tedeschi compresi i militari italiani che facevano la guardia e lui stesso. In meno di 24 ore il Campo venne sgomberato e quando ritorna il camion tedesco la villa ha ripreso il suo aspetto di seminario. Il Vescovo accoglie cordialmente i tedeschi e li informa che un altro camion è già passato prima di loro e si meraviglia che ci sia stato un disguido fra i tedeschi di solito così bene organizzati, così quelli se ne vanno per presentarsi al loro comando. Passata la guerra è ancora estate, ma tutti pensano al prossimo inverno quando a Pitigliano, situato a 300 metri di altezza e molto esposto ai venti di tramontana, cadrà la neve. Tutti i nostri vestiti invernali sono finiti sotto le macerie del bombardamento e anche i negozi non hanno quasi niente da vendere. Abbiamo acquistato la lana appena tosata e ci siamo messi a lavarla, filarla, tingerla e lavorarla ai ferri. Anche la mia sorellina Carla di 7 anni aveva imparato a filare! Alla fine della guerra non tornarono lo zio Sandro e la zia Ilda e di tutti i deportati di Roccatederighi non si salvò nessuno. Alcuni che si sono salvati, perché nascosti, morirono per l’esplosione delle mine disseminate nei campi. Io mi sono salvata, ma come tutti gli scampati, mi sento un senso di colpa. Non rivedrò mai più Edita, Gianni, Gualtiero, Franca ed Enzo Cava e tutti gli altri del Campo portati via”. (fine)

 

Nota: una cosa è certa, Eugenia non poteva ricostruire gli avvenimenti del Campo se non per terze perone, racconti dei familiari e di qualche ebreo che si era salvato. Come è noto il “clan” dei Servi, tranne una giovane donna emigrata negli USA e autrice di un libro di memorie Servi Edda Machlin “Child of the ghetto: coming of age in fascist Italy, 1926-1946: a memoir. Giro Press, Croton-on-Hudson, 1995”, nel quale ha espresso versioni molto diverse, ha soprattutto mirato alla difesa del comportamento del Vescovo di Grosseto, Galeazzi, il quale, come sappiamo mise il seminario di Roccatederighi a disposizione delle autorità della RSI e del capo della provincia, il tristemente noto Alceo Ercolani, e, quindi, del comando tedesco per l’internamento e la deportazione degli ebrei grossetani verso Auschwitz. Negli ultimi dieci anni, grazie alle ricerche dell’ISGREC (Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea) e della ricercatrice Luciana Rocchi con le aggiornate edizioni del suo “La persecuzione degli ebrei nella provincia di Grosseto nel 1943-44, ed. Il mio amico, Roccastrada, 2002, la vicenda del Campo di Roccatederighi è venuta finalmente alla luce, anche se non completamente data la impossibilità di accedere all’Archivio diocesano.  La stampa locale ha pubblicato alcune interessanti testimonianze di ebrei internati e salvati dall’arrivo degli Alleati, come Cesare Nunes.  Da circa dieci anni anche io mi sono dedicato alla ricerca storica sulla vicenda del Campo di Roccatederighi e alcune considerazioni si trovano sul volume  edito nel 2003 “La piccola banda di Ariano. Storie di guerra e di Resistenza nelle Colline Metallifere Toscane (1940-1945)” il cui apparato delle fonti e la bibliografia è molto vasto. Negli anni più recenti una ulteriore raccolta di documenti ha consentito molti passi in avanti  verso la verità storica dell’intera vicenda e la ricostruzione di alcune biografie di internati. Un notevole impatto emotivo ci è stato infine offerto dal documentario girato da Vera Paggi per RAI News24, che fin dal momento della presentazione a Grosseto, il 25 gennaio 2007, scatenò una violenta reazione dei rappresentati la curia vescovile. Infine, nel 2008, si è giunti alla inaugurazione di un monumento nelle vicinanze della Villa del Seminario vescovile a Roccatederighi con la presenza di importanti personalità  pubbliche e religiose, ma ancora una volta con il silenzio ufficiale e l’assenza della gerarchia cattolica.  Grazie ad Ariel Pggi ed a Vera Paggi, nonché alla permanente apertura della “stanza della memoria” presso l’ISGREC di Grosseto, l’intera vicenda è uscita dal limbo e dalle nebbie artificialmente sparse per coprire una parte delle responsabilità e degli ingiustificati silenzi. Molto resta tuttavia da scoprire. Al mio articolo:33 furono i deportati e solo 4 tornarono...., in “Per non dimenticare. Figli della Shoah”, a. II, n. 7, 2002, Milano, fecero seguito le precisazioni di Carla Servi e Roberto Levi-Minzi con la difesa di ufficio del vescovo e di Ercolani. Risposi indirettamente con nuove rivelazioni attraverso l’opuscolo “Dalla Maremma ad Auschwitz” nel gennaio 2004, mentre altre importanti memorie sono state pazientemente raccolte da Ariel Paggi, Elie Lattes , Marisa Bemporad e dalla fondazione della famiglia Turteltaub. Un pregevole lavoro di ricostruzione storica della Comunità ebraica di Pitigliano si trova inoltre nella Tesi di laurea “La piccola Gerusalemme. Storia e memorie della comunità ebraica di Pitigliano” di Valentina Domenicani e Francesca Fancello, Corso di Storia dell’Europa, AA. 2002-2003, relatrice prof. Paul Corner. Spero inoltre tra qualche giorno poter pubblicare la lettera  che il 26 gennaio 2007 inviai, come ringraziamento per il suo lavoro, a Vera Paggi.

 

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domenica, 22 febbraio 2009

STORIE EBRAICHE

DIARIO DI EUGENIA SERVI (5)

 

“…Con l’avvicinarsi del fronte capiamo che il pericolo aumenta e a maggio ci nascondiamo in un podere a 5 Km. da Pitigliano, dove ci danno una camera. Il 7 giugno un violento bombardamento abbatte il centro del paese e crolla anche il palazzo dove eravamo stati alloggiati e il babbo che doveva essere lì, per fortuna ha un guasto al camion e arriva qualche  ora dopo. Senza avvisare le autorità torna da noi e nasconde il camion sotto un capannone, avvisa i contadini che il podere è a rischio perché esposto sulla strada dove passeranno i tedeschi in ritirata. In meno di 24 ore si provvede: lo scoglio di tufo sul quale è stato costruito Pitigliano è tutto traforato da grotte naturali che servivano come stalle per i somari o per i maiali o per il fieno d’inverno. Una grande grotta si trova sotto il livello stradale fuori della vista di chi passa per la strada e così viene ripulita, riempita di paglia nuova e sopra questa vengono messi i materassi. C’è posto per 35 persone: noi, i contadini e lo zio Adelmo e famiglia. Le donne preparano tanto pane che basti per almeno 10 giorni e portano formaggi, prosciutto, frutta e tante damigiane di acqua potabile. Il babbo porta anche una dinamo per avere elettricità per una lampada di notte, dato che con noi c’era anche un neonato di 20 giorni, e un fornello elettrico per scaldare l’acqua. Un garzone andava a mungere le mucche e ci portava il latte, ma anche noi il giorno uscivamo in un piccolo spazio che non si vedeva dalla strada. Dopo una settimana alcuni amici vennero a informarci che i tedeschi se ne erano andati e tornammo a Pitigliano. Il paese era in lutto perché il bombardamento aveva causato più di 100 morti e molti avevano perso tutto nelle case distrutte. Era morto anche il dentista che ci diceva sempre: “Ma voi ebrei cosa aspettate a nascondervi? Non sapete cosa succede in Germania?” Noi non sapevamo niente e non capivamo perché lui si preoccupasse tanto. Dopo pochi mesi una signora venuta da fuori disse che il dentista era un ebreo polacco sotto falso nome. I fascisti che vivevano nella nostra casa furono costretti ad andarsene e noi appena rientrati abbiamo ospitato la signora Bocelli col figlio Remo che ci avevano nascosti durante la guerra e che avevano perso con le bombe la figlia Dora, la casa e tutto quello che possedevano”  (continua)

 

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sabato, 21 febbraio 2009

STORIE EBRAICHE

IL DIARIO DI EUGENIA SERVI (4)

 

 

“…e perciò fece domanda al Comune di Pitigliano per far revocare l’internamento per la nostra famiglia e quella dello zio Adelmo, altrimenti non avrebbero più fatto i trasporti e sarebbero rientrati nel Campo. La domanda venne accettata e noi dovevamo essere internati a Pitigliano quindi il babbo ci disse di tenere pronte le valige. La sera del primo febbraio (1944) ci fu una grande festa di addio con una damigiana di vino che avevano portato il babbo e lo zio. Ma io ero molto triste, aprii l’uscio ed uscii nel buio e nel silenzio cominciai a piangere perché non capivo perché dovevo lasciare i miei amici e tornare dove non ero mai stata bene accolta così dalla gente. Dopo un’ora Edita venne a trovarmi e rimase con me per un po’ senza dire niente, ma ambedue sapevamo che era un addio. La mattina sono partita più serena anche se mi avevano detto che non saremmo rientrati nelle nostre case occupate da famiglie di fascisti, ma ospitati in case di amici dove ci adattammo abbastanza benché io mi sentissi disorientata fra strade strette e a case alte tre, quattro piani, dopo il grande spazio, anche se cintato, del Campo. Per me c’era un rifiuto per tutto l’ambiente in cui duravano ancora le “leggi razziali, dove le mie compagne non mi salutavano più e continuavano ad andare a scuola, dove non si poteva  aprire il Tempio perché i fascisti dominavano il paese. Il fronte avanzava con i bombardamenti e poi si calmava, i partigiani compivano atti di sabotaggio. Alla fine di marzo il Comando tedesco chiese alla SIAT un autobus ed un autista per prelevare gli ebrei di Roccatederighi e portarli, scortati da un soldato tedesco, fino a Carpi in provincia di Modena. L’autobus può portare solo un terzo delle persone e così si sceglie per ordine alfabetico. Al ritorno l’autista racconta che il Campo di Carpi è l’anticamera della deportazione in Polonia e si rifiuta di fare altri viaggi. Alla SIAT i proprietari dicono ai tedeschi che hanno le macchine in riparazione e per essere più credibili smontano alcuni motori e tengono il servizio pubblico fermo per qualche giorno”. (continua)

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venerdì, 20 febbraio 2009

Uno sguardo miope, miope…

 

Anche Lamberto, come Sergio, era preoccupato per l’interruzione del diario personale  sul blog.  Fanno parte del gruppetto di amici con i quali mantengo un contatto amichevole. In fondo, scrivo per me e per loro! Il post di ieri è un po’ deprimente, non posso negarlo. Ma  la depressione non è stata causata dagli avvenimenti recenti, era già in nuce e si manifestò al Congresso di scioglimento del partito DS, nell’aprile 2007, a Firenze, al quale partecipai come “invitato”. In realtà non mi aveva invitato nessuno, ma ebbi l’invito da una persona amica, impossibilitata a parteciparvi. Cercai di rendere il mio stato d’animo nella poesia  “L’ultimo inganno”, pubblicata con altre nove nel libricino in lingua spagnola con testo a fronte in italiano,  “El poeta canta por todos”. Molte volte è sorprendente come la poesia sia anticipatrice di eventi. Ma lasciamo stare. Adesso, scruto i luoghi della mia vita mentre ci avviciniamo alle elezioni amministrative del 6 e 7 giugno. Credo che qui le radici dell’antifascismo e della solidarietà, della partecipazione,  del rispetto della persona e dei valori di libertà e democrazia, siano ancora molto forti. Questi valori si trovano soprattutto nei partiti del centro-sinistra, nella sinistra. I partiti che hanno governato e governano ancora tutti i Comuni delle Colline Metallifere Toscane.  Ma la massa irrazionale dell’onda berlusconiana avanza minacciosa. Essa fa leva sui malcontenti di larghi strati di cittadini, delusi dalla lentezza degli apparati pubblici, dalla loro incapacità di comunicazione, dalla persistente chiusura nei loro palazzi, da una presupponenza latente di autoreferenzialità e quindi di fastidio verso la critica che bazzicando il popolo minuto si ascolta di continuo. Gli errori, che pur ci sono stati, non sono mai riconosciuti!  Inoltre s’è fatto acuto il problema della “sicurezza” del cittadino (furti negli appartamenti, diffusione della droga, atti di vandalismo ecc. ecc.), ed anche quello della integrazione multietnica, e della legalità e sicurezza sui luoghi di lavoro, e della preservazione ambientale. Specialmente nel mio comune, dove la presenza degli extracomunitari ha raggiunto il 15% del totale della popolazione. A ciò si assomma il mugugno giustificato per l’esorbitante numero delle tassazioni, bolli, pagamento di utenze, ai quali  deve corrispondere la parte “italiana”, mentre balza agli occhi, molte volte, uno standard di vita elevato in soggetti che per composizione del nucleo familiare e redditi di lavoro, non potrebbero avere, se non sostenuti con larghezza da pubblici aiuti sociali. Anche in ciò moltissimi cittadini ravvisano una forma di “discriminazione alla rovescia” dato che con le loro modeste entrate di pensioni sociali e lavori saltuari, riescono appena ad arrivare, senza indebitarsi, alla fine del mese. Su questo parzialissimo coacervo di problematiche fa leva la ricerca del consenso dalle forze di opposizione! Che attualmente è giunto quasi al 50%!

Sono molto preoccupato per le sorti del centro sinistra a Volterra, Pomarance, Castelnuovo, Monterotondo…Là dove ci sono state le primarie non hanno aiutato a creare un clima di maggior entusiasmo e coesione, al contrario si sono accentuati malumori e personalismi; ma indietro non è possibile tornare, i vincitori sono I CANDIDATI ALLA CARICA DI SINDACO. Tuttavia occorrerà un gran lavoro per la costruzione delle liste : rinnovamento ed esperienza, capacità di ascolto, voglia di fare,  rappresentanze di  istituzioni radicate nella società,  onestà totale, spirito collaborativo con tutti i cittadini attraverso il rilancio di forme comunicative dirette. L’unità di un largo fronte democratico deve essere ricercata con ogni mezzo. Unità di programma politico-amministrativo, in primo luogo, per il bene della Comunità e per respingere le forze del centro destra e le liste qualunquiste; unità tra le persone; pari dignità negli incarichi, compartecipazione alle decisioni. Mi riferisco in particolare all’importanza di liste che vedano la convinta partecipazione di quei partiti  dell’arco democratico, dal PD, all’Italia dei Valori, a Rifondazione Comunista, al Partito dei comunisti Italiani, al Partito socialista e ad altri , dove vi siano. Un compito certo non facile e non scontato.  Siamo ad un passaggio storico molto importante. Al mio motto: sono nato sotto Mussolini, cresciuto sotto Scelba, e morirò sotto Berlusconi, non vorrei aggiungere che sarò cittadino di una piccola comunità governata dai detrattori della Resistenza al nazifascismo, dai negatori dei valori della Costituzione. Ecc. ecc. Uno sguardo miope…forse.

 

Cinque croci

Ai cinque partigiani  caduti in battaglia a Montalcinello , Siena,

per la Liberazione dell’Italia dai nazifascisti.

 

Il vento che s’ingolfa

in queste boscose forre

già odora della nuova primavera,

 

cinque croci

l’attendono tra le foglie

delle querce,  accartocciate

e fragili, al tumulto

della terra che si scioglie.

 

Il selvatico giardiniere

ha sparso i semi

con generoso amore

ed un profumo lieve

si leva di viole,

 

lontane le memorie

le lotte, la paura,

lontana quell’ansia indistinta

d’un mondo nuovo,

di eterna fratellanza e libertà,

 

c’è solo questa gran pace,

noi siamo altrove

e nessun rumore del mondo

ci affanna, nessuna pena

ci stringe,

siamo i dormienti sogni

dell’aurora dimenticata.

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giovedì, 19 febbraio 2009

Il Diario riprende…

 

Stasera Sergio mi ha chiesto: ma non scrivi più sul blog? E’ vero, sono assente da nove giorni. Avevo il PC in revisione a Volterra. Lo dovevo cambiare con un altro, ma all’ultimo momento è risultato che quello che avevo era migliore!  Me lo sono ripreso. Viaggio ancora a  52 kbps e sono assai limitato nelle applicazioni. Soprattutto nel non poter immettere immagini e aprire quelle che mi vengono inviate, con grande lentezza. In questi nove giorni sono accadute molte cose importanti:  alcune oggetto di innumerevoli dibattiti e show televisivi  e radiofonici, per non parlare della carta stampata e del web. Preso dal dover assolvere impegni di lavoro irrimandabili (mostra del pittore Pieter de Witte a Volterra, con inaugurazione il 30 maggio 2009) ho seguito un po’ in disparte le elezioni amministrative in Sardegna e le dimissioni del segretario del mio partito, il PD, Walter Veltroni.  Mi viene da pensare che in questi ultimi dieci anni abbiamo dilapidato un grande tesoro, l’Ulivo. Ma perchè perché? Non abbiamo avuto coraggio, né coerenza, né etica. Hanno prevalso le contrapposizioni interne di gruppi di potere, di interessi. Adesso l’unico che gioirà sarà Romano Prodi, e avrà ragione di gioire. Berlusconi non gioisce, lo sa bene, adesso, senza una forte opposizione, tutte le promesse non mantenute ricadranno su di lui e sul suo partito. Quel tipo di opposizione era complementare al suo disegno politico di accentramento e logoramento delle difese immunitarie della democrazia italiana, a partire da quel caposaldo che è la Costituzione. Dovrà essere più cauto, prudente. Il mondo ci guarda. L’Europa vigila. Lo spero.  Mi considero un comunista sentimentale democratico e liberal, diciamo un eccentrico, nel tempo nostro. In più sono poeta. Ridicolo. D’altra parte se Obama ha riacceso il “sogno americano” si potrà avere un sogno piccolo piccolo di una Italia coesa, solidale, democratica, laboriosa, pacifica, tollerante, laica, più uguale, più studiosa?  Solo un sogno, e come dice un proverbio, “i sogni e le pete restan tra i lenzuoli”, spariscono, si dimenticano. Mi ricordo che una volta, in un periodo nel quale ero estremamente ansioso, andai a parlare con uno psicologo , chiedendo che rafforzasse le mie difese di resistenza al peso della vita. Inaspettatamente egli mi disse che non era necessario opporre sempre la massima resistenza, ma molte volte la minima, cioè fare come il merlo che si lascia scivolare sulla rotondità del corpo la pioggia battente, rimanendo così asciutto sotto il primo strato di penne, per poi volare leggero nel cielo…così penso che anche in politica  dovremmo abbandonare la tattica dello scontro permanente, avere pazienza, elaborare un progetto, rinnovare le menti,  mescolarsi con la gente comune, il popolo, come si diceva un tempo, e nelle sue contraddizioni. Imparare dal popolo! Quante colpe mia povera sinistra! Come godiamo a farci del male! Le prime picconate sono state inferte proprio a cosa avevamo di più caro, riposto nel profondo della nostra anima, ereditato molte volte da padri e nonni (che adesso, si rigireranno nelle tombe, se potranno!), un sentimento di bene comune, giustizia sociale, solidarietà internazionale, amore per la Patria, libertà di coscienza, cioè un patrimonio genetico rinnovatosi nel tempo, che raggiunse il suo culmine negli anni della Resistenza e della fase Costituente dei governi di unità tra le grandi correnti di pensiero italiane: la cattolica, la comunista la liberal-socialista.,  esso stesso baluardo ad ogni tentativo reazionario e autoritario di una nuova forma di “antidemocrazia” qual è quella del governo attuale. Abbiamo corteggiato e ci siamo fatti corteggiare da maliziose sirene che cantavano le melodie dei “tempi moderni” e della falsa democrazia populista e patriottarda, permettendo così, addirittura, al massimo leader di quel partito neofascista di ridisegnare il vestito delle feste, togliendo ogni infinitesima traccia della tragedia nella quale il fascismo di Mussolini aveva gettato l’Italia  ed anzi, con la ricostruita verginità, elevarlo ad una larga e condivisa stima popolare!  E’ uno dei meglio, non c’è che dire. Diminuendo la Resistenza forse si incarteranno. Il loro potere crollerà come crollò l’impero asburgico nel romanzo incompiuto di Hasek, il buon soldato Schweik, dobbiamo essere più stupidi, meno teorici, meno intelligenti, meno politicizzati. Dobbiamo pensare di più al mangiar bene, a bere bene, al divertimento, all’arraffare, all’evadere, all’imboscamento, all’amore e al sesso…lasciamoli finalmente lavorare in pace! Loro. Lui.

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categoria:walter veltroni
lunedì, 09 febbraio 2009

A bassa voce…

 

Non posso fare a meno di parlare della vicenda di Eluana Englaro, sottovoce. Ho ascoltato i primi commenti delle “personalità” che governano il nostro paese, disgustato da un rigurgito di intolleranza, fanatismo, fondamentalismo, mancanza di pietà, incapacità di condivisione e, soprattutto, di incapacità di tacere!  Mi identifico con quanto ha scritto mia figlia nei tre brevi articoli apparsi sull’Unità il 21 e 23  gennaio e il 6 febbraio 2009. “Eluana e la riforma della giustizia”;  “L’Italia non è l’Iran” e  “Incostituzionale un decreto per il caso Eluana”. Quindi no ad altri commenti, banali.

Mi ha però impressionato l’accostamento fatto da un TG RAI, sui  tre delitti commessi dai “comunisti”: contro la vita (Eluana), contro i partigiani e la popolazione civile (foibe), contro la popolazione tibetana (cinesi).  Notizie date di seguito una all’altra. Immediatamente dopo ha parlato uno dei principali leader del centro-destra, addolorato e voglioso di rivincita contro quest’ultimo “omicidio”. Intanto sul video si alternava l’immagine della ragazza in coma vegetativo irreversibile da circa 15 anni, ma non nello stato attuale, che sarebbe stata probabilmente di cattivo effetto proprio nell’ora del pasto serale del popolo italiano, bensì in quello della sua luminosa bellezza di ragazza felice e piena di vita!  Non credo che l’ex dirigente del MSI si sia mai commosso, o abbia dimostrato pubblica pietà, per l’uccisione dei Gigliola Finzi, una bambina di appena tre mesi inviata alle camere a gas di Auschwitz dal Campo di Internamento di Roccatederighi (Grosseto) dai suoi “camerati” della RSI, con il silenzio di un vescovo troppo compiacente con il nazifascismo.  La mia terra è bagnata dal sangue di popolo  e di resistenti alle Brigate Nere di Mussolini ed alle SS di Hitler. Di coloro cioè che oggi, il governo si accinge ad equiparare  alle forze di Liberazione, agli uomini e alle donne che consentirono all’Italia, nonostante i delitti commessi contro l’umanità dai suo governanti di allora e dal Re, di sedersi al tavolo della pace, con le nazioni vincitrici, con dignità. Per la negazione della Shoah è sufficiente lo spettacolo indecente dell’abbraccio tra il Papa e i vescovi “negazionisti!”

In vita mia ho acconsentito che un premuroso e competente medico praticasse una iniezione letale alla mia adorata gatta “Simo”, gravemente ammalata per un tumore e ormai non più curabile. Il dolore l’aveva inselvatichita, si era rifugiata in un macchione, e non fu facile convincerla che le volevamo ancora un gran bene.  Ma le mie carezze estreme la calmarono e morì senza dolore. Accadrà anche al mio cane, Otto, un essere che amo immensamente. Ormai sordo, cieco, traballante, con un soffio al cuore, vivrà poco più a lungo dei suoi 17 anni! Voglio che faccia una morte dolce, se possibile tra le mie braccia.  Per mia fortuna i “paladini della cosiddetta vita ad oltranza” stanno tacendo. Degli animali, inoltre, al Papa non importa un granché. Non rientreranno in una sua enciclica. Ciò mi conforta, un poco. In quanto a me disporrò, in piena libertà di coscienza, per poter terminare la mia vita con dignità. In caso di malattia terminale, senza che mi sia praticato alcun accanimento terapeutico e, qualora il caso lo richiedesse, attraverso una “morte dolce” praticata da chi, con il Giuramento di Ippocrate, vuole bene all’uomo come a un Dio.

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categoria:eluana englaro
venerdì, 06 febbraio 2009

Tempo piovoso, scorrimento lento.

 

 

Ho risposto alla domanda su facebook “cosa fai in questo momento?” con “Carlo ha scritto ad Anna, una dolce amica!” Si , ho scritto una lettera lunga e complessa, dove si parla di amicizia e di poesia. Perché Anna, senza averne del tutto la percezione, è una poetessa vera, originale,musicale. Trae dai suoi ricordi e dalle vicende della vita, dalle prove impegnative superate, e da quelle altrettanto insidiose della “normalità familiare” i motivi profondi dei suoi accordi. E’ con un certo orgoglio che l’ho scoperta, e fin dal principio ne ho intuito le enormi potenzialità. Perciò, anche se ho inframmezzato la lettera con una serie di e mail di lavoro, astiose e arroganti, presuntuose, e poco collaborative, per far lavorare insieme tre o quattro diversi attori, forse non riuscendoci, ed anzi a farmi ridere dietro, perché in questo tempo più che i sentimenti sembrano prevalere l’orgoglio e gli interessi, la lettera ad Anna ha dato un senso alla mia giornata. Tempo piovoso e di scorrimento lento. Ma stasera arriva mia figlia che non vedo da qualche settimana. Porterà novità dal mondo australe, romperà questo angusto orizzonte, ridesterà l’adrenalina assopita. Ed in più mangeremo le ottime pizze di mia moglie. La sento, mentre scrivo, battere e spianare la sfoglia, e già mi arrivano degli odori appetitosi. Ho preparato il vino e tra poco apparecchierò la tavola. Prima porterò il cane  a fare l’ultima passeggiata , e così distenderò anch’io le vecchie ossa malandate. Ho messo sul comodino i racconti e romanzi di Grazia Deledda, una lettura non certo in linea coi nostri tempi. Ma la scrittrice che non conosco, mi ha incuriosito andando a visitare a Nuoro la sua casa-museo, e potendo dare uno sguardo fuggitivo al mondo che ella  descrisse quasi un secolo fa. Certo ora molto è cambiato anche in Sardegna. Forse non ce la farò a leggere tutto di lei. Mi ci provo. Faremo tardi a tavola e certamente vedremo le foto di Città del Capo, Durban, Oman…dopo un bel sonno senza sogni, buio, ristoratore. Domani a Volterra per la redazione del giornalino “Fondazione&Volterra”, sperando di avere fatto in tempo a liberarmi dei fumi del cibo e del vino.

postato da: karl38cg alle ore 17:25 | Permalink | commenti
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