LUNE DI GIADA
Quale cosa migliore che ricominciare la presenza sul blog con la poesia? Lo farò con tre liriche, due cinesi antiche ed una mia. Domenica a Volterra undici poeti e due musicisti si sono confrontati con il pittore del XVI secolo, Pieter de Witte, in una operazione culturale interessante, ma artificiosa. Io non avrei potuto farlo. Poiché nessuno mi paga, sono libero di esprimere i miei sentimenti, oppure di tacere. Per comunicare mi affido al blog e a libricini fuori del tempo. Ne sto preparando un altro, il terzo, che uscirà l’anno prossimo. Scrivo per un moto interiore e, allo stesso tempo, per comunicare con qualcuno. Uomo o donna che sia. Non necessariamente nel presente. Scrivo anche per memorie antiche, cancellate dalla morte. E scrivo anche per il futuro, per coloro che mi amano, mi hanno amato o mi ameranno e che in me ritroveranno parte della loro anima.
Il vento d’autunno
Il rude vento d’autunno si leva; le nuvole bianche corrono innanzi a lui.
Dagli alberi scossi, foglie gialle cadono sull’acqua.
Ed ecco, già è iniziato il passo delle oche selvatiche.
I loti non hanno più che semi, la rosa ha perduto il suo profumo.
Oh, io desidero la donna che amo appassionatamente, quella che non posso dimenticare.
E’ al di là de fiume e solo un battello mi prende a bordo.
La corrente è impetuosa, il vento la sferza, non riesce ad avanzare.
Per farmi coraggio comincio a cantare, ma la tristezza avvolge la mia canzone.
Tutto l’ardore del mio amore si perde nei flutti, non so cosa accadrà.
L’aspro vento di tanti autunni ha dunque spezzato il mio vigore?
E’ forse l’immagine di un vegliardo che trema, qui, nell’acqua profonda?
Ou-Ty (dinastia degli Han, 140 a.Cr.)
Pensando all’amata lontana
La luna sale verso il cuore del cielo notturno e vi riposa innamoratamente.
Sul lago lentamente mosso, la brise du soir passe, passe, repasse spargendo i suoi baci.
Oh, quale accordo sereno risulta dall’unione delle cose che sono fatte per unirsi!
Mais les choses qui sont faites pour s’unir s’unissent rarement.
Dal “Chi-King”, III (CIX)
Tombe, ricordi e un dubbio
Il corbezzolo rosseggia tra il verde smeraldo
eppure l’autunno tarda i suoi ritmi freddi e nebbiosi,
il castagno stanco della lunga attesa apre finalmente
i ricci spinosi, come una sposa il suo grembo, mostrando
il frutto saporito, un frutto dolcissimo, mentre nel cielo
che s’incurva al degradar della collina al mare,
stridono le avanguardie degli uccelli in partenza
verso una terra solatia e lontana…indeciso se salire
alla camera dell’amica in attesa, che s’è fatta
bella nel buio della vita che d’assedio la serra,
- oh! potessi mandare un tenue raggio oltre l’insondabile
tenebra! – m’inoltro nel bosco stillante brume
al piccolo camposanto dove riposano antichi
amici aggirandomi tra pietre consunte,
evanescente memoria.
Rodolfo veniva
a scuola con me e Lino mi vendeva i primi giornali
dove incontrai la storia, un grande amore a prima vista,
- il Partito Comunista - e talvolta, fingendo,
quando il denaro mancava, si ritirava nel piccolo
ripostiglio per farmeli rubare! Maria mi portava
nelle magre pasture con in mano la vetta del salcio,
stupito imparavo che forze sconosciute legano l’uomo
al mistero dell’Universo, e intanto invocava con ardore
Gesù e la Vergine benedetta; insieme a lei
un’anima eletta mi commuove in un distico:
amai la poesia, amai la vita, così rivedo quegli
occhi penetranti che leggevano le ansie del
nostro cammino…tutto è silenzio tra il lieve mormorio
delle foglie e lo squittire dei topi campagnoli
nelle scope, tutti i morti a me che m’avvicino
ora si stringono salutando con sbiaditi biglietti
da visita: anima mite e buona, spargi gemme
e fiori su questa pietra che mi grava
dopo lunga e penosa malattia;
ed io che lasciai la terra per donare la vita,
fulmineamente rapita alla ridente giovinezza,
di rivolgere un pensiero al sorriso che non vidi
soltanto ti chiedo, e una preghiera
a quell’ignoto Dio;
qui giace, ormai polvere e vermi, un giovane pio
e laborioso, che trovò inattesa morte sul lavoro
nello stabilimento boracifero a ventinove anni;
m’è compagno silente un povero fante che si coprì di gloria
sui campi di battaglia e nella pace
cadde vittima delle bollenti acque dei lagoni,
infine un’orazione ti rammento
per me che non potei invocare l’Altissimo
nel tragico incidente che mi tolse la vita…
Oh! come grondano dolore due lastre
neglette e scure dimenticate da tutti addossate
al vecchio muro! Folle gelosia ed un rimpianto
spezzarono i nostri cuori innocenti, noi non abbiamo
croci per piangere in questo luogo santo,
ma dolcissimi baci ci scambiamo
in paradiso, tra lacrime pure.
Il cancello cigola, geme la stanghetta arrugginita;
il tempo inghiottirà polvere e memoria
di noi tutti, non resterà niente se non qualche
pallida lettera e immagini fredde
su dischi indecifrabili, come lamine
etrusche o alieni enigmi sui campi di grano.
E allora?
Forse è un bene la dimenticanza, un bene il nulla?
un male l’eterno ritorno, un male la passiva beatitudine?
E’ solo un dubbio che improvviso m’è
entrato in quella che viene chiamata “anima”.