martedì, 09 settembre 2008

PIL 7 settembre 2008, ore 17, Belforte, Casa della Memoria, L’Aquilante.

(PIL = Piccoli Incontri Letterari)

 

Avevo una fattoria in Africa, ai piedi degli altipiani Ngong…una frase per cominciare. Non m’è venuto in mente nulla! Nulla d’importante. Siamo: io, Barbara, Daniela, Moreno, Graziano

Grazzini, Marta, Lorella, Adele, Graziano Cheri, Mauro. Manca soltanto Rosella, beata lei, a Rio de Janeiro! Arriva il mio turno e improvvisamente affiorano alcune immagini dall’archivio della memoria: quand’ero bambino ed abitavo in Borgo avevo un amico, mio coetaneo, la cui casa era poco più in alto della mia dove andavo spesso a giocare. Un giorno il mio amico tirò fuori da sotto il letto una valigia piena di fotografie in bianco e nero. Soldati italiani insieme a soldati neri, africani, eritrei? o somali? In un deserto di sabbia o sopra alture rocciose e spoglie, insieme a ritratti di bellissime donne, nude dalla cintola in su’, con dei seni che non avevo mai visto prima, e degli sguardi tristi. Erano foto scattate da suo padre, volontario nella guerra fascista per la conquista dell’Impero! Il mio amico d’infanzia è diventato un meccanico d’automobili e pochi mesi or sono, andando a fare la revisione alla mia Punto, gli ho fatto una domanda: - hai ancora la valigia con quelle fotografie dell’Africa? – Si, l’aveva ancora, almeno una buona parte. L’ho volute rivedere. Mi hanno emozionato. I nostri soldati sembravano buoni, brave persone, quasi tutti appartenenti al proletariato o al mondo rurale, e le immagini sembravano rassicuranti: strade e ponti in costruzione, ospedali, canali d’irrigazione, un tratto di ferrovia, mercati con merci abbondanti…pose fraterne insieme a neri e giovani fanciulle…gagliardetti fascisti insieme al tricolore sabaudo. Peccato che avessero ucciso, in Etiopia, con le bombe e le mitragliatrici, ma soprattutto con il gas venefico, quasi un milione di uomini, donne, vecchi, ragazzi. Uomini, si fa per dire, specialmente dopo le tristemente note Leggi Razziali, non erano considerati più che scarafaggi. In questi giorni un trafiletto nel giornale La Repubblica riportava una foto con il riposizionamento ad Axum dell’obelisco rubato dai fascisti e trasportato come trofeo di guerra a Roma. Finalmente è ritornato nella magica città santa che custodisce “l’Arca dell’Alleanza”. Non abbiamo mai chiesto perdono al popolo etiope, non per il furto dell’obelisco, ma per il milione di morti! Che vergogna! La seconda immagine dell’Africa, è una ragazza nera, una hostess incontrata casualmente sulla spiaggia greca di Glifada Beach nel 1969. Per lei scrissi la poesia:

 

Bella ciao a Glifada Beach[i]

 

Amore sconosciuto

e inatteso, solare,

pelle d’ebano in un mare

impressionista,

di spuma e di sale.

Denti di pescecane,

labbra ardenti,

mani frenetiche,

cosce di gazzella,

culo tornito

sotto la vita snella.

Nel coro sommesso

dell’onde

il mio canto

vibrò di passione:

libertà proibita

lotta      

      speranza

felicità!

Giurammo d’issare

la rossa bandiera

al Partenone

e cantare nel vento

Bella ciao e Theodorakis.

 

Oh! perduti sogni!

Oh! dimenticati baci!

Spente braci

ci attendono al risveglio

e giorni tutti uguali.

 

Alla porta l’invasore.

 

Infine un ricordo di famiglia: quando avevo 18 anni mio padre ne aveva 41. Faceva il saldatore nella stessa grande industria dalla quale ero stato assunto, come manovale, dopo il compimento della scuola Aziendale quadriennale. Guadagnava poco per essere uno “specialista”, un “fenomeno”. Una grande impresa multinazionale del settore petrolifero aveva avviato la coltivazione dei giacimenti di olio in Nigeria, sul fiume Niger. Cervava “welder”, saldatori, professionisti. Pagava stipendi dieci volte superiori a quelli italiani. Contratti allettanti. Fu contattato mio padre. Avevamo, allora, una moto che dividevamo, si fa per dire, a me toccava poche volte! In casa eravamo solo noi due uomini e la nonna che aveva superato i settanta anni, ma che sembrava molto più vecchia. Sentivo prepotente il desiderio di sbarazzarmi di mio padre. Non di ucciderlo, di allontanarlo. Perorai ardentemente il progetto di andare in Africa. E c’ero quasi riuscito, mancava solo l’ultima visita medica a Roma, presso la Compagnia, prima della partenza. Mio padre partì per Roma, sembrava fatta dato che era un uomo sanissimo! Ai suoi dubbi su quel mondo misterioso gli dicevo: “babbo, guadagnerai in pochi anni soldi per tutto il resto della tua vita; poi ti dedicherai alle cose che ami, la musica, il gioco, le donne…le donne, ma queste ci sono anche laggiù, e tu le incanterai con il suono della tua fisarmonica; ma ti ci vedi in quelle capanne di frasche suonar “ luna, luna africana/si perde nella notte la carovana/ è tanto triste il cuore senza amore/ baciami tu, baciami tu…”. L’avevo quasi convinto, avrebbe portato con se la sua Soprani di madreperla, la fisarmonica. Dopo appena tre o quattro giorni eccolo di nuovo a casa. Ma? Perché? Non parti? No, non vado. Mi hanno detto alla visita che sono sanissimo ma ho l’osso del cranio troppo vicino al cervello, hai visto gli indigeni che hanno la testa fatta come l’uovo? Io invece io

l’ho quasi piana, e il sole, all’equatore, arriva a mettere in surriscaldamento la materia cerebrale…troppo rischioso!” Meglio pochi soldi qui e l’ombra del Piazzone e dei castagni! Addio Africa, addio MIVAR SPORT 125!

Infine, chi l’avrebbe mai detto? E’ proprio dall’Africa che è arrivato il mio nipotino, la mia gioia meravigliosa. Grazie Africa! Ti ringrazio e ti chiedo perdono.



[i] Stella d’argento, 2003-2006.

postato da: karl38cg alle ore 22:04 | Permalink | commenti
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