Alamanno.
Il piccolo capo dell’officina meccanica aveva un nome glorioso e antico. Noi, rispettosi allievi delle scuole Aziendali, temevano la sua ira improvvisa, i suoi lazzi sarcastici, i suoi rigori punitivi. A chi, come me, non possedeva abilità manuale (homo sapiens o homo faber? Già allora mi rodeva il mal d’amore e di poesia!), offriva informi pezzi di ferro da limare, sbassare, spianare, fintanto nelle mani delicate non comparivano le galle violacee…dolenti piaghe senza speranze di Paradiso. A metà anno mi regalava un sei striminzito, che mi faceva ancora più male tra gli otto-nove della mia pagella! Infine, tirandomi un orecchio, e suggerendomi di voler bene ed onorare il “nostro vecchio campanile del paese natio”, mi ammoniva ad amare il lavoro, la fatica, la tenacia, a non scoraggiarmi mai nell’ansia d’imparare. Al platò tracciavo l’incastro a coda di rondine, il più difficile, poi il trapano delineava, con punte fuse e abbondante “latte di gallina”, i confini e la sega lo modellava, prima che alla morsa fissata sul banco, con lime adatte e triangoli, di varia misura, e col calibro sempre presente, non traessi, come Michelangelo dal rude e informe marmo, il “capolavoro” finale! Il mio non era così perfetto, un micron d’aria, una setolina di luce su un lato, di fronte alla finestra troppo luminosa, compariva irridente e Alamanno tuonava, alludendo alle gambe storte di una compaesana “ – Ma non lo vedi? Ci passerebbe un cane a corsa!” - Detto fatto, dopo avermi ordinato di aprire la finestra che dava sul sottostante tetto di eternit della mensa aziendale, preso il pezzo, novello lanciatore olimpico del peso, lo gettava lontano, sul tetto, forse sfondandolo! Così c’era da ricominciare la fatica di Sisifo, di lima, di trapano, di galle ecc. ecc. Il suo sei finale era meritato. Di più non poteva, per dignità e rispetto degli altri. Dopo quattro anni di scuola, alla consegna del Premio Bringhenti per il migliore allievo (insieme a Giancarlo Montagnani), lo ricordo volteggiante tra le autorità ed i professori, alzare il calice di spumante al compaesano ed alla mia fortuna nella vita! Sono tornato dopo un tempo immemorabile a Larderello, là dov’era l’officina, una vetusta costruzione di legno, addossata ad un ripido tornante e con a lato antichi soffioni e lagoni. Naturalmente l’officina non c’è più, anche là tutto è cambiato, né peggio, né meglio, soltanto cambiato. Ci crescono alte e svettanti canne, e acacie, e pioppi tremolanti, il ponticello è caduto e il sentiero tra l’erba fluente, si nota appena, non più calpestato. L’ho risalito, fin sopra il picco dello Chalet, mi son seduto ad un debole raggio di sole autunnale, dove più volte, con Saba e Neruda, m’intrattenevo a parlare d’amore e di lotta, di sogni e di speranze. Sono anch’io cambiato, un vecchio, come il sentiero calpestato e sepolto nella storia di un’anima, che tutto rivive e rimembra, ma che nessuno calpesta. Cambiato il fruscio del vento, messaggero oggi di anime erranti, voci misteriose e flebili inghiottite dalla morte, ahimè troppe volte veloce! Senza un motivo apparente, è proprio questo vento leggero a strapparmi lacrime silenziose.






