giovedì, 15 maggio 2008

Kennst Du das Land?...

Itinerario poetico nelle Colline Metallifere Toscane

 

XII.

San Dalmazio

Nel minuscolo borgo c’è una buona Osteria che potrà fornire un pasto, accompagnato da un bicchiere del pregiato vino locale, ad un prezzo assai modico. Sarà meglio visitare subito la chiesa che custodisce preziosi bassorilievi in ceramica smaltata della scuola dei Della Robbia e una tavola dipinta, osservare quello che resta del poderoso convento di donne di cui nel XIV secolo fu priora la mitica Abigaille, e salire la ripida viuzza medievale sulla quale prospettano notevoli edifici restaurati con cura. Qui c’è la casa di Camillo Serafini, una limpida figura di patriota risorgimentale che ospitò e protesse per alcuni giorni Giuseppe Garibaldi braccato dai soldati austriaci. Qualcuno dei più vecchi abitanti del paese vi racconterà le gesta della rocambolesca fuga dell'eroe dei due mondi e ascoltarlo vi riporterà ai tempi nei quali si poteva donare la vita per l'ideale dell'Unità d'Italia. Ed ora via, verso la Rocca Sillana. Avremo fissato la visita per tempo, telefonando al numero 058862306.

 

III.

Sillano.

Si ritorna sulla strada della Pieve e si prosegue tenendo sempre la destra e suonando il clacson alle curve per segnalare la nostra presenza, dato che la carreggiata è molto stretta. Giunti a un bivio prendiamo a sinistra e dopo cento metri giungiamo ad una chiesetta romantica "La Madonna della Casa". E' un luogo caro alla religiosità dei paesani che vi venerano una immagine miracolosa della Madonna. Se siete cattolici raccoglietevi brevemente nella preghiera e senza chiedere nulla ringraziate Dio per i doni che vi elargisce. Ma se anche non lo siete pensate al gran mistero della vita e della morte e ai mirabili legami che vi connettono col passato e col futuro impegnandovi verso voi stessi ad essere migliori.

 

Du bist nicht näher an Gott als wir;

wir sind ihm alle weit.

Aber wunderbar sind dir

die Hände benedeit.

So reifen sie bei keiner Frau,

so schimmernd aus dem Saum:

Ich bin der Tag, ich bin der Tau,

du aber bist der Baum. (17)

 

      Si ritorna indietro e proseguendo sulla strada asfaltata si imbocca una carrareccia a destra che porta ad un podere. Si parcheggia e si salutano con gentilezza gli abitanti. Si possono chieder notizie storiche oppure un semplice bicchier d'acqua, saremo sicuramente appagati! La possente Rocca Sillana, che tanta parte del nostro viaggio ha sorvegliato, ora è davanti a noi, ancora qualche centinaio di metri su uno stretto viottolo ci separano dalle prima mura che oltrepassiamo da una porta diroccata. Esploriamo con cautela i dintorni della grandiosa costruzione ammirando l'arte muraria e l'ingegneria medievale. Poi entriamo da una stretta porta dentro il castello in corso di restauro. Non sappiamo se il suo nome abbia un legame diretto con Silla, il console romano che qui combattè contro Mario, anche se, come par certo, l’attuale fortezza risale ai secoli XI-XIV, prima sotto la signoria di Volterra e successivamente come baluardo della Repubblica di Firenze, verso il territorio senese. Fu anche covo di audaci e crudeli banditi che nel 1386 guidati dal leggendario Martincione, se ne impossessarono provocando morte e distruzione. Tutti furono comunque catturati e giustiziati. Sulle mura interne fioriscono piante selvatiche e papaveri. Il vento, anche un refolo, vi è sempre presente. E com'è il cielo, la fuga delle aguzze montagne verso il mare, come paiono sensuali le groppe delle colline e il fluire di acque pigre in bagliori lontani, lo scoprirete da soli. Se la sera d'autunno fa rosseggiare i corbezzoli, se un cane latrerà in lontananza si potrà far l'amore su queste possenti mura in un piccolo avvallamento protetto dal vento e, magari, addormentarsi al sole, nell'attesa di un memorabile tramonto. Una esperienza vissuta e per me indimenticabile!

 

Herr: es ist Zeit. Der Sommer war sehr gross.

Leg deinen Schatten auf die Sonnenuhren,

und auf den Fluren lass die Winde los.

Befiehl den letzten Früchten voll zu sein;

Gib ihnen noch zwei südlichere Tage,

dränge sie zur Vollendung hin und jage

die letzte Süsse in den schweren Wein.

Wer jetzt kein Haus hat, baut sich keines mehr.

Wer jetzt allein ist, wird es lange bleiben,

wird wachen, lesen, lange Briefe schreiben

und wir in den Alleen hin und her

unruhig wandern, wenn die Blätter treiben. (18)

 

La discesa è veloce e riprendendo la strada per San Dalmazio si può raggiungere uno dei tanti residence agrituristici nel pressi di Pomarance ove consumare la cena e godere del meritato riposo. Tuttavia...se una vena di romanticismo vi pulsa in cuore, restate sulla Rocca per ammirare il firmamento stellato e recitate con il divino poeta Goethe:

 

Der du von dem Rimmel bist,

Alles Leid und Schmerzen stillest,

Den, der doppelt elend ist,

Doppelt mit Erquickung füllest,

Ach! ich bin des Treibens müde!

Was soll all der Schmerz und Lust?

Süsser Friede!

Komm, ach komm in meine Brust! (19)

                                                                                            (continua)

postato da: karl38cg alle ore 11:46 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 28 aprile 2008

Lo chiamano amore.

 

Di quando confessavo candidamente i miei peccati al prete del villaggio, m’è rimasto il senso di interrogarmi, fare, come si diceva, “l’esame di coscienza”, perciò mi chiedo, adesso, perché non penso in grande, al bene comune, alla lotta per sconfiggere il Male, al destino degli affamati e degli oppressi, dei deboli e dei vinti? E vado a dormire agitato, inquieto. Forse sono una persona insensibile e avara, ma non mi attrae niente di simile. Sono oltre. Penso all’amore, ad una donna. No, non sorridete! Vi sembrerà strano, l’immagino, ma perché non la conoscete, solo per questo motivo, credetemi. Nessuno potrebbe resistere a lei! Nessuno! Eppure <amore regge il suo regno senza spada> e il cor ferisce, e le ferite d’amor non le può sanare che chi l’ha fatte.

 

Lo chiamano amore.

 

Contemplavo il grande e vetusto ciliegio

vestito di teneri fiori, in un cielo di Cezanne,

o Braque? m’inganno? perduto nelle note

tremule dei musicanti, e mi chiedevo

cosa mancasse al miracolo della primavera;

tra i volti amici ne cercavo tanti,

il compagno di scuola, e quello di partito,

la ragazzina delle prime danze, ora

affaticata sposa (o nonna?):

ma, anch’io son così? m’ha attraversato

il cervello l’impietosa domanda,  e mentre

sbigottito abbassavo gli occhi per vedermi

dentro, proprio in fondo alla strada,

all’arco della porta,  mi sei apparsa,

Tu! Ho sentito scendermi nell’anima

il liquido azzurro degli occhi, il morso

impertinente  dei baci, le arrendevoli

carezze non trattenute; come sempre

bellissima quasi che l’ala del tempo

t’avesse soltanto leggermente sfiorata.

E così, ancora una volta, ci siamo nascosti

fingendo. Come allora. Impossibile qui,

nel volteggiar dei petali perlacei,

nell’ondeggiar dei trasparenti veli.

Doveva essere un saluto, tenero, con il sale

d‘una sola lacrima, niente frugare nei ricordi,

nelle sottili rughe del volto,

né prolungare carezze più ardite.

Nulla di nuovo all’ovest, nella pace

dei sensi. Ma quel cecchino solitario,

quell’ultima pallottola in canna,

ah! il malandrino, ha sparato.

Non s’è fermato il proiettile dentro

il petto, no, il tuo sangue s’è mischiato al mio,

un fiotto, improvviso, ardente:

 lo chiamano amore. 
postato da: karl38cg alle ore 22:07 | Permalink | commenti (1)
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