La ballata del vecchio anarchico
Il paese dove sono nato e dove vivo è stato, nei decenni a cavallo dei secoli XIX – XX, una importante roccaforte dell’anarchia, insieme a Volterra e Monterotondo Marittimo. La grande ondata migratoria che lo caratterizzò nello stesso periodo, oltre quattrocento persone, dirette all’inizio verso il bacino del Rio della Plata, nell’America Meridionale e, successivamente, verso New York e la costa atlantica degli Stati Uniti, per poi installarsi, la maggior parte, nei bacini minerari carboniferi della Pennsylvania, ne ridusse di molto l’influenza, a vantaggio dei Circoli Socialisti e delle Società Operaie, poi confluiti nel PSI fino all’avvento del fascismo. Durante il fascismo gli anarchici più irriducibili espatriarono in Francia, alcuni si convertirono al nuovo regime, altri si ritirarono completamente nel privato. Alla fine della guerra diversi di loro rientrarono al paesello, ma…tutto era definitivamente mutato! Ho avuto la fortuna di conoscerne qualcuno di questi tipi ciarlieri e stravaganti seduti sulle loro seggioline a lato della strada principale, grandi fumatori di sigari e pipa, e buoni chioccatori di vino. Avevano un giornale “Umanità Nuova” e vagheggiavano l’anarchia pur vivendo, i più, abbastanza agiatamente. In paese i figli si individuavano facilmente, si chiamavano Libero, Libertà, Rao, Ateo, Sorge, Fede, Speranza, Libertario, Solidea, Solidaria, Spartaco, Idea, ed anche Pietro (da non confondersi con San Pietro, bensì con Pietro Gori, l’apostolo dell’anarchia!). Io ero un ragazzetto curioso e le loro storie mi sembravano fiabe, li ascoltavo volentieri. Tra il 1953 ed il 1958 la mia famiglia si trasferì in una casa di legno, con quattro appartamenti. In uno ci abitava Gelasio, un vecchio anarchico dalla storia mirabolante. Con lui ci strinsi una vera e propria amicizia anche perché mi prestava i ponderosi romanzi di Eugenio Sue, di Zola, e opuscoli di un russo dal nome inpronunciabile, mi sembra Kropotine, del quale ricordo vagamente “La presa del pane”. Alla sua morte gli dedicai una ballata dato che era uno degli ultimi sopravvissuti nel sistema democristiano e del miracolo economico, la “Ballata del vecchio anarchico”:
C’era un uomo nel vicolo buio
che abitava la baracca di legno,
ogni notte rientrava ubriaco
trascinando il suo bastone.
Sulla collina aveva un orticello
e ciò bastava al suo bisogno;
qualche volta ci offriva un cavolo
senza pretendere una lira.
Quando la domenica passava
davanti alla finestra di cucina,
chiedeva l’inno di Pietro Gori
e mio padre l’accontentava.
Una volta capitai
nella baracca a prendere il giornale
“Umanità Nuova”, ricordo,
era quello il suo ideale.
Una sera di gennaio col gelo
- più del solito aveva bevuto –
egli cadde davanti alla soglia,
ma rifiutò il mio aiuto.
“Un uomo quando cade
può rialzarsi anche da solo,
il libero uccello nel libero cielo
vuol compiere il suo volo!”
La donna che con lui viveva
quell’inverno non resisté,
sottoterra la misero
senza lacrime e senza fé.
Tra i suoi gatti egli rimase
taciturno nel vicolo buio,
anche nel letto li portava
per farsi riscaldare.
Sulle scale lui appariva
ormai sempre più stanco,
ma gli occhi erano di fuoco
senza conoscer pianto.
Desiderava morire
presso il torrente dalle acque chiare,
senza fare testamento,
che nulla aveva da lasciare.
Ma quando fu così vecchio
da non coltivar più la sua terra
premurosi i figli lo misero
in una casa comoda e bella.
Lui ripensava ai suoi gatti,
ai meli fioriti, al giornale,
solo sbornie non prendeva:
lo tenevano a razione.
Per il decoro di quella casa
egli visse troppo a lungo,
poi si spense tra il sollievo di tutti.
Lo seppellirono con il prete.






