domenica, 05 ottobre 2008

La ballata del vecchio anarchico

 

Il paese dove sono nato e dove vivo è stato, nei decenni a cavallo dei secoli XIX – XX, una importante roccaforte dell’anarchia, insieme a Volterra e Monterotondo Marittimo. La grande ondata migratoria che lo caratterizzò nello stesso periodo, oltre quattrocento persone, dirette all’inizio verso il bacino del Rio della Plata, nell’America Meridionale e, successivamente, verso New York e la costa atlantica degli Stati Uniti, per poi installarsi, la maggior parte, nei bacini minerari carboniferi della Pennsylvania, ne ridusse di molto l’influenza, a vantaggio dei Circoli Socialisti e delle Società Operaie, poi confluiti nel PSI fino all’avvento del fascismo. Durante il fascismo gli anarchici più irriducibili espatriarono in Francia, alcuni si convertirono al nuovo regime, altri si ritirarono completamente nel privato. Alla fine della guerra diversi di loro rientrarono al paesello, ma…tutto era definitivamente mutato! Ho avuto la fortuna di conoscerne qualcuno di questi tipi ciarlieri e stravaganti seduti sulle loro seggioline a lato della strada principale, grandi fumatori di sigari e pipa, e buoni chioccatori di vino. Avevano un giornale “Umanità Nuova” e vagheggiavano l’anarchia pur vivendo, i più, abbastanza agiatamente. In paese i figli si individuavano facilmente, si chiamavano Libero, Libertà, Rao, Ateo, Sorge, Fede, Speranza, Libertario, Solidea, Solidaria, Spartaco, Idea, ed anche Pietro (da non confondersi con San Pietro, bensì con Pietro Gori, l’apostolo dell’anarchia!). Io ero un ragazzetto curioso e le loro storie mi sembravano fiabe, li ascoltavo volentieri. Tra il 1953 ed il 1958 la mia famiglia si trasferì in una casa di legno, con quattro appartamenti. In uno ci abitava Gelasio, un vecchio anarchico dalla storia mirabolante. Con lui ci strinsi una vera e propria amicizia anche perché mi prestava i ponderosi romanzi di Eugenio Sue, di Zola, e opuscoli di un russo dal nome inpronunciabile, mi sembra Kropotine, del quale ricordo vagamente “La presa del pane”. Alla sua morte gli dedicai una ballata dato che era uno degli ultimi sopravvissuti nel sistema democristiano e del miracolo economico, la “Ballata del vecchio anarchico”:

 

C’era un uomo nel vicolo buio

che abitava la baracca di legno,

ogni notte rientrava ubriaco

trascinando il suo bastone.

 

Sulla collina aveva un orticello

e ciò bastava al suo bisogno;

qualche volta ci offriva un cavolo

senza pretendere una lira.

 

Quando la domenica passava

davanti alla finestra di cucina,

chiedeva l’inno di Pietro Gori

e mio padre l’accontentava.

 

Una volta capitai

nella baracca a prendere il giornale

“Umanità Nuova”, ricordo,

era quello il suo ideale.

 

Una sera di gennaio col gelo

-         più del solito aveva bevuto –

egli cadde davanti alla soglia,

ma rifiutò il mio aiuto.

 

“Un uomo quando cade

può rialzarsi anche da solo,

il libero uccello nel libero cielo

vuol compiere il suo volo!”

 

La donna che con lui viveva

quell’inverno non resisté,

sottoterra la misero

senza lacrime e senza fé.

 

Tra i suoi gatti egli rimase

taciturno nel vicolo buio,

anche nel letto li portava

per farsi riscaldare.

 

Sulle scale lui appariva

ormai sempre più stanco,

ma gli occhi erano di fuoco

senza conoscer pianto.

 

Desiderava morire

presso il torrente dalle acque chiare,

senza fare testamento,

che nulla aveva da lasciare.

 

Ma quando fu così vecchio

da non coltivar più la sua terra

premurosi i figli lo misero

in una casa comoda e bella.

 

Lui ripensava ai suoi gatti,

ai meli fioriti, al giornale,

solo sbornie non prendeva:

lo tenevano a razione.

 

Per il decoro di quella casa

egli visse troppo a lungo,

poi si spense tra il sollievo di tutti.

Lo seppellirono con il prete.

postato da: karl38cg alle ore 22:01 | Permalink | commenti
categoria:anarchia