martedì, 18 novembre 2008

The Sign and the Seal. L’Arca dell’Alleanza.

 

Il lungo viaggio, interiore e reale, della grande avventura archeologica e storica di Grahan Hancock, è finalmente giunto alla fine: “…infine arrivammo alla cima e qui, sotto il cielo cremisi del mattino incipiente, guardai ammirato dall’alto la città di Axum. La luce si andava facendo più forte ora, e scrutando in basso, in lontananza, potei scorgere il giardino nel centro di Axum in cui si trovava la principale collezione di stele giganti. Più avanti, al di là di una piazza deserta, inserita in un contesto ben appartato, stava la grande chiesa di Santa Maria di Sion, con le sue torri e i suoi merli. E a lato di questo imponente edificio, circondata da una cancellata di ferro a punte acuminate, vi era una tozza, grigia cappella di granito, tutta chiusa e priva di finestre, con una cupola di rame verde. Questo era il santuario dell’Arca dell’Alleanza!”

E la sera dopo comincerà il Timkat e l’Arca sarà portata fuori, in processione al Mai Shum. Ma sarà portata fuori la vera Arca, oppure una delle ventimila copie esistenti in Etiopia?  Ascoltiamo Hancock:

“…l’oggetto che fu portato in processione al Mai Shum quando cominciarono le cerimonie del Timkat, nel tardo pomeriggio di venerdì 18 gennaio 1991,  era una grossa scatola rettangolare avvolta da uno spesso panno azzurro impreziosito dal ricamo di una colomba. E ricordai che nel Parzival  di Wolfram proprio una colomba era l’emblema del Graal. Eppure sapevo, al di là di ogni ombra di dubbio, che l’oggetto che stavo guardando non era né il Graal né l’Arca: era piuttosto esso stesso un emblema, un simbolo, un segno. Come mi aveva detto mesi prima il sacerdote falasha Raphael Hadane, la sacra reliquia conservata nella cappella del santuario, restava lì, gelosamente sorvegliata nel tabernacolo; quella che veniva portata in processione era una copia…ero riuscito, alla fine, a intravedere il segreto nascosto dietro il simbolo, il glorioso enigma proclamato in tanti mirabili segni, proclamato ma non rivelato. Perché gli etiopi sanno che se vuoi nascondere un albero devi metterlo in una foresta; e che cos’altro sono le copie che essi venerano in ventimila chiese se non una vera e propria foresta di segni? Al cuore di questa foresta sta l’Arca stessa, l’Arca d’oro che fu costruita ai piedi del Monte Sinai, che fu portata nel deserto e attraversò il fiume Giordano, che assicurò la vittoria degli israeliti nella loro lotta per raggiungere la Terra Promessa, che fu portata a Gerusalemme da re Davide e che, attorno al 955 a. C. fu posta da Salomone nel tabernacolo del primo tempio. Da lì, circa 300 anni dopo, essa fu spostata da sacerdoti fedeli che cercarono di preservarla dalla contaminazione alla quale l’aveva esposta il peccatore Manasse e che la portarono al sicuro nella lontana isola egizia di Elefantina. Qui venne costruito un nuovo tempio per contenerla, un tempio in cui essa rimase per altri due secoli. Quando questo tempio fu distrutto, tuttavia, ricominciarono le sue peregrinazioni e l’Arca fu portata verso sud, in Etiopia,  nella terra ombreggiata di ali, nella terra in cui si incrociano i fiumi.  Provenendo da un’isola, fu portata in un’altra isola, la verdeggiante Tana Kirkos, dove venne sistemata in un tabernacolo semplice e adorata da gente semplice.  Per i successivi 800 anni essa fu al centro di un vasto culto giudaico, un culto i cui fedeli erano gli antenati di tutti gli odierni ebrei etiopi. Poi arrivarono i cristiani, che predicavano una nuova religione: dopo aver convertito il re, essi riuscirono a prendersi l’Arca. La portarono ad Axum e la posero nella grande chiesa dedicata a Santa Maria Madre di Cristo Passarono molti altri anni e con l’avvicendarsi dei secoli bui, il ricordo di come l’Arca era arrivata in Etiopia si fece sempre più confuso. Cominciarono a circolare delle leggende che cercavano di rendere conto del fatto misterioso e inesplicabile che una piccola città nelle sperdute montagne del Tigrè sembrava essere stata scelta, presumibilmente da Dio stesso, come ultimo luogo di custodia della reliquia più preziosa e prestigiosa dell’epoca vetero-testamentaria. Queste leggende vennero alla fine codificate e messe in forma scritta  nel Kebra Nagast, un documento che conteneva una tale messe di errori, anacronismi e incongruenze da impedire alle successive generazioni di studiosi di individuare l’unica, antica e recondita verità, nascosta sotto strati successivi di elementi mitici e magici. Chi invece riconobbe la verità furono i Cavalieri Templari, essi compresero l’immenso potere dell’Arca e vennero in Etiopia per cercarla.”

 I Templari furono tutti (o quasi) uccisi in una sola notte del novembre 1307 su ordine segreto del papa  Clemente V. Una parte del mistero, tuttavia, quello dei “poteri” dell’Arca e la sua micidiale potenza, che si manifesta come una sorgente di energia nucleare tra i due cherubini d’oro posti ai suoi lati, non sono stati ancora svelati; né occhio umano, al di fuori del guardiano, che la custodisce, di generazione in generazione, fino alla sua morte,  l’ha più ammirata da migliaia di anni. E Hancock può concludere il suo magistrale lavoro:

“…posta nella remota oscurità del suo santuario, l’Arca di Dio splendeva forse di oro antico, ma il suo valore non stava affatto in questo. E nemmeno importava che fosse un tesoro archeologico di valore incalcolabile. Anzi, nulla di tutto ciò che poteva essere misurato, calcolato o quantificato aveva la minima importanza…e dove stava allora, se non nel mondo materiale, il vero valore della reliquia? Beh…nel suo mistero, naturalmente, nel suo incantesimo, e nel posto che aveva avuto nell’immaginario collettivo umano per tanti millenni e in tante terre diverse. Questi erano i valori eterni, la magia e le meraviglie, l’ispirazione e la speranza.”

postato da: karl38cg alle ore 10:45 | Permalink | commenti
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