La mole della Badia camaldolese domina il rilievo tufaceo che sovrasta ad ovest le “Balze di Volterra”. Il monastero venne fondato nel 1034 dal vescovo Gunfredo e affidato ai “monaci benedettini”, che nel 1113 scelsero di seguire la regola di san Romualdo, aggregandosi all’ordine dei Camaldolesi, sotto la cui gestione è rimasto sino alla fine. Nel 1338 vi furono aperti gli studi di lettere e scienze che vi rimasero ininterrottamente sino alla fine del 18° secolo. Dal 1514 iniziarono i grandiosi lavori di accrescimento ed abbellimento. Purtroppo il devastante terremoto del 1846 che colpì le Colline Pisane e in seguito ad una rapida avanzata dell’erosione della voragine delle “Balze” i monaci decisero di trasferirsi entro le mura della città, abbandonando definitivamente l’edificio l’11 febbraio 1861. Oggi la chiesa, crollata e scoperchiata, è ridotta a poco più che un rudere, mentre è ancora ben conservata e possente la torre. Dal XVI secolo i suoi sette altari mostravano le opere di grandi artisti, come il Ghirlandaio, Pieter de Witte e Baldassarre Franceschini. A fianco della chiesa si trova l’ingresso principale del monastero per mezzo del quale si accede al chiostro suddiviso da 16 pilastri di pietra che sostengono altrettanti archi (il cui aspetto risale al 1587), progettato da Bartolomeo Ammannati. Dal chiostro si accedeva alla Foresteria ove il Franceschini dipinse nel 1631 l’Elia dormiente, il suo primo lavoro a Volterra. Un’altra porta collega il chiostro al Refettorio ornato da un ciclo di smaglianti affreschi dipinti nel 1597 da Donato Mascagni, rappresentanti le storie della vita dei santi Giusto e Clemente.
E’ in questo luogo meraviglioso, recentemente riaperto, in parte, ai visitatori grazie ai cospicui interventi finanziati dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Volterra, che ieri, domenica, sono approdato alla guida un gruppetto di otto amici e familiari. Emozione fortissima all’esterno: la luce obliqua, il vento marino che portava il profumo delle ginestre e del gelsomino, la visione tragica e sublime delle voragini provocate dall’erosione, le balze, che suggerivano riflessioni sulla caducità di tutte le cose costruite dall’uomo ed anche sulla lenta, ma incessante trasformazione del nostro pianeta, pagliuzza nell’Universo in preda alle forze primigenie della creazione, tempo, spazio, energia. Ed all’interno, del tutto casuale ed inatteso , l’incontro con un gentile signore, uno di coloro che da poco prima della seconda guerra mondiale per circa 17 anni, abitò, come sfollato, in alcune stanze della badia. A lui ho chiesto della vita minuta e il suo racconto è stato affascinante. Mi ha detto che anche la sua vecchiaia si impoveriva di amore man mano che la badia decadeva. Ed ora, invece, il suo cuore ha ripreso a battere ed ogni fine settimana viene negli ambienti che raccolgono “le sue gioie e le sue pene”. Una metafora che in parte mi si attaglia. Mi ha raccontato delle donne e dei balli, dell’orchestrina di Badò e dei mezzadri che venivano a prelevare il “bottino”, degli artigiani e delle donne che lavoravano nel chiostro, ed anche della giovane ragazza chiamata “







