BARTOLI ENZO
Nello stile di sobrietà e laicità del nostro ultimo saluto all’amico e compagno Enzo Bartoli mi è stato concesso di dire alcune parole per ricordarlo, in un momento così solenne, quello della morte.
Sono quasi coetaneo di Enzo e le nostre vite si sono incontrate molto presto. In più ho goduto e godo il privilegio di essere amico dei suoi figli e di sua moglie, Giovanna, mia compagna di scuola.
A loro, in particolare, ed a tutti i suoi parenti, amici e compagni, mi stringo in un abbraccio affettuoso. La morte di Enzo mi addolora profondamente. Ho imparato molto da lui e credo che il miglior modo di commemorarlo sia quello seguire gli insegnamenti che si traggono dalla sua vita. Non parlerò di “una vita eroica”, ma di una vita umile, appartata e di abnegazione agli ideali nei quali si era formata la sua coscienza, in sostanza quelli di “servire il popolo”. Tanto più in quanto oggi prevalgono disvalori quali “il successo”, la ricchezza, il potere, l’antipolitica, e l’egoismo; gli ideali e l’esempio di vita di Enzo tornano prepotentemente come insegnamento e ammonimento, politico e morale. Agli inizi degli anni ’90, in un tentativo di salvare una parte della “memoria” della Comunità di Castelnuovo, ormai avviata ad un fenomeno di rapida trasformazione ed erosione, registrai una lunga conversazione con Enzo. Ci ritrovammo per due o tre pomeriggi di seguito nella stanzetta che per tanti anni era stata la Sezione del PCI. Da quella registrazione ho estratto alcuni spunti biografici:
La famiglia paterna di Enzo proveniva da Pontedera. Il nonno, “Ettore”, di professione guardafili, e convinto socialista, fu assunto dalla Società Elettrica Maremmana ed assegnato, alla fine della prima guerra mondiale, al controllo della linea Poggio al Pievano-Larderello. Aveva tre figli, Egidio, Mario e Guido. Da Egidio e Giustina Cappellini nacque il 12 maggio 1925, figlio unico, Enzo. Il nonno Ettore era un diffusore del giornale socialista l’Avanti! e un avversario del fascismo e per questi motivi subì un pestaggio e l’assalto alla sua casa da parte di una squadraccia nera proveniente da Pisa e da Pomarance. Il padre Egidio, invece, aveva aderito fin dal suo nascere, nel 1921, al Partito Comunista e pur vivendo in disparte veniva frequentemente ammonito e “mandato a letto” dai fascisti locali. Morì presto, nel 1927, quando Enzo aveva appena due anni di età. Si può affermare che tutta la famiglia Bartoli fosse impregnata della ideologia social-comunista e antifascista. All’età di 14 anni Enzo entra come manovale alla Siderocementi che stava costruendo la centrale elettrica di Castelnuovo, poi andò a Livorno in una fabbrica che produceva la fibra di vetro per il rivestimento delle tubiere del vapore, infine ritornò a Larderello. Nell’autunno del 1943, con la nascita della RSI, anche la classe 1925 fu precettata e, pena la fucilazione per i renitenti, (a seguito della tristemente nota legge affissa su tutti i muri, il cosiddetto “Bando Almirante”), anche a Castelnuovo iniziò la paura per i richiamati che non si presentavano e per le loro famiglie.. Furono infatti arrestati due genitori e per farli liberare un gruppo di giovani, tra cui Enzo, promisero ai carabinieri di presentarsi al Distretto Militare dopo le feste natalizie. Fu allora che Enzo cercò il contatto con i partigiani, ma non fece in tempo a causa di un losco individuo del paese che invece consegnò lui e molti altri giovani alla Milizia repubblichina di Pisa. Riuscì a fuggire dalla stazione di Pisa aiutato da un ferroviere e appena rientrato a Castelnuovo andò alla Mammoleta dove i mezzadri , che avevano un figlio prigioniero in Germania, lo nascosero. Lassù fece l’incontro con la XXIII Brigata Garibaldi, comandata da Bargagna e Stoppa, e con gli uomini del CLN clandestino di Castelnuovo. Collaborò con i partigiani come staffetta passando le notizie e gli ordini della Brigata di podere in podere tra i monti delle Carline e della Cornata, come si legge sul certificato di patriota che gli fu rilasciato: “…Corpo Volontari della Libertà, aderente al CLN, Divisione Garibaldi “Elvezio Cerboni”, XXIII Brigata G. Boscaglia, Brigata Garibaldi Pannocchia. Si certifica che BARTOLI ENZO, durante il periodo della lotta di Liberazione nazionale prestò disinteressatamente e continuamente la sua collaborazione aiutando e prestando servizi ritenuti necessari alle forze partigiane operanti e dipendenti da questi Comandi. Per la sua collaborazione e l’opera prestata al fine della Liberazione della Patria si rilascia il presente attestato di benemerito della lotta di Liberazione Nazionale. Firmato, il Comandante Alberto Bargagna”. Alla liberazione rientrò a casa e fu assunto come stradino alla Provincia, ma poco dopo ricominciò a lavorare alla fasciatura delle tubiere e, finalmente, nel 1948, entrò come operaio generico alla Larderello SpA per essere destinato all’entrata in funzione della Terza Centrale, allora la più grande del mondo, nel turno di quell’impianto. Aveva aderito fin dalla loro costituzione alla FGCI ed al PCI. Anche prima della caduta del fascismo esisteva a Castelnuovo una cellula clandestina comunista e l’Unità veniva diffuso a con grande rischio e pericolo. All’apertura della sezione comunista Enzo fu incaricato prima dell’organizzazione interna e, successivamente, della “stampa e propaganda”, un tema quest’ultimo che l’ha visto, fin quando la sua salute glie lo ha consentito, organizzatore delle Feste dell’Unità, Amico dell’Unità, diffusore e, infine, fedele lettore del suo giornale proprio fino a questi ultimi giorni, prima della morte. Aveva sempre dato una grande importanza ai mezzi di comunicazione, come ad esempio Il giornale murale, allora essenzialmente orali e scritti per l’innalzamento della coscienza di classe del popolo e delle maestranze operaie e pur con la sua figura mite, si dimostrò in questo compito infaticabile e rigoroso. Non c’è stato momento cruciale della storia d’Italia del dopoguerra che non l’abbia visto partecipe. Attivista sindacale, diffusore della Fidae/Cgil (e da pochi giorni aveva ricevuto un attestato di benemerenza per risultare ininterrottamente iscritto alla CGIL da oltre sessanta anni!), sempre presente nelle lotte, anche dure, si dedicò per anni nell’opera di valorizzazione e crescita del movimento Cooperativo, dell’ANPI e in molte altre branche del volontariato associativo. Faceva parte di quel gruppo dirigente comunista che diresse la sezione di Castelnuovo fino agli anni 70, anni difficili ed insieme esaltanti, ed anch’io, con la mia inesperienza, ma profonda passione, gli fui accanto fin dal 1961 quando mi iscrissi al PCI entrando nel comitato direttivo della sezione. In più Enzo era membro del gruppo dirigente del Comitato Politico del PCI in Fabbrica, una vera e propria scuola proletaria sul campo, nella quale anch’io cominciai la vera formazione politica aiutato da eccezionali figure di dirigenti comunisti. Forse le sue doti di umana simpatia erano superiori alle sue doti politiche, fatto sta che mai uno screzio turbò l’unità in quel gruppo dirigente. Credeva nella gioventù, nei valori della democrazia e nei valori della Costituzione antifascista, e nella necessità di aprire il PCI al nuovo. Credeva nella classe operaia, nello sviluppo della fabbrica di Larderello e fu tra quel piccolo drappello che nel febbraio del 1970, dopo l’esplosione del soffione Travale 22, portò per la prima volta nella storia, il tricolore e la bandiera rossa del PCI dentro il cinema teatro di Larderello per una eccezionale manifestazione dei comunisti di Castelnuovo alla quale si unirono poi tutte le organizzazioni del partito della zona! Come altri compagni ha vissuto il crollo del comunismo sia come una liberazione sia come un minaccia. Quest’ultima non solo per vedere scomparire un passato di militanza,di lotte e di ideali, ma per le sorti del mondo, ormai preda del capitalismo e dell’imperialismo. Noi rimanemmo, in molti, tra cui Enzo, nella maggioranza che si strinse intorno al “continuismo” riformista del vecchio PCI. Fino ad aderire e sostenere i cambiamenti tutt’ora in atto per una grande sfida, la creazione di un partito democratico e riformista frutto dell’incontro tra le due componenti fondamentali della storia d’Italia, quella socialcomunista e quella cattolica. Ricordo infine le parole conclusive di Enzo alla mia intervista, la sua commozione dicendo che “non si smentivano le tradizioni di famiglia”, vedendo suo figlio segretario della Sezione. Ne era davvero fiero! Sentiva di aver trasmesso qualcosa di importante. E così è stato. E così dobbiamo ricordarlo.
Castelnuovo Val di Cecina, 4 aprile 2009.