Lo spleen di Parigi
La targa marmorea accanto al portoncino d’ingresso sulla “Rue de
Col cuore contento, son salito sulla montagna
Da dove si può contemplare la città nella sua ampiezza,
Ospedale, postriboli, purgatorio, inferno, galera,
Dove ogni enormità sboccia come un fiore.
Sai bene, o Satana, protettore della mia angoscia,
Che non ci andavo per spargere un vano pianto;
Ma come un vecchio libertino d’una vecchia amante,
Volevo ubriacarmi dell’enorme baldracca
Il cui fascino infernale continuamente mi ringiovanisce.
Sia che tu dorma ancora nelle lenzuola del mattino,
Greve, oscura, infreddolita, o sia che ti pavoneggi
Nei veli della sera ricamati d’oro fino,
Ti amo, o infame capitale! Cortigiane
E banditi, a questo modo voi offrite spesso dei piaceri
Che i volgari profani non intendono.
- A chi vuoi più bene, enigmatico uomo, di’? a tuo padre, a tua madre, a tua sorella o a tuo fratello?
- - Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
- - Ai tuoi amici?
- - Adoperate una parola di cui fino ad oggi ho ignorato il senso.
- - Alla tua Patria?
- - Non so sotto che latitudine è posta.
- - Alla bellezza?
- L’amerei volentieri, dea e immortale.
- - All’oro?
- - Lo odio come voi odiate Dio.
- - Eh! ma allora cosa ami, straordinario straniero?
- - Amo le nuvole…, le nuvole che vanno…laggiù…laggiù…le meravigliose nuvole!






