7 giugno 1984 – 7 giugno 2009
XXV Anniversario della morte di Berlinguer
Ripropongo un articolo apparso sul periodico della FNLE/CGIL di Larderello nel giugno
Ciao, Enrico!
Pur essendo il leader di un grande partito di massa – il Pci – il compagno Enrico Berlinguer era un uomo timido e schivo, non amava, ed anzi evitava, tutte quelle manifestazioni mondane che nelle società moderne si accompagnano agli uomini di successo e che alla fine li rendono prigionieri di simboli, gesti, immagini e li allontanano dalla quotidianità nella quale vivono le moltitudini.
Tuttavia era una persona pubblica, il suo carisma apparteneva a milioni di lavoratori e cittadini; la sua morte è stato un avvenimento che, al di là di tutto, ha toccato e commosso l’animo delle folle, era inevitabile e forse giusto.
Il compagno Berlinguer ha caratterizzato con intuizioni profonde (talvolta inattuali e destinate al fallimento perché troppo audaci ed in anticipo sui tempi) l’ultimo decennio di vita italiana; forte è stato il suo impegno per la pace, per realizzare una politica di austerità e di rinascita morale dell’Italia, di cui la classe lavoratrice doveva essere il protagonista fondamentale nell’opera di risanamento dei guasti che la classe dominante ha causato al nostro Paese; forte il suo impegno per affermare il diritto del popolo ad una più alta qualità della vita, per gli ideali della solidarietà internazionale e per l ’affermazione della democrazia socialista.
L’intuizione di Gramsci su un nuovo “risorgimento” si è proposta con Berlinguer, in termini di attualità politica con l’ascesa delle classi proletarie e popolari, non più subalterne, alla direzione dello stato attraverso una rivoluzione sociale dalle caratteristiche del tutto nuove rispetto alle altre esperienze internazionali.
Ma Berlinguer resterà nel nostro cuore per quella sua aria indifesa e sofferta, per quella velata tristezza consapevole dettata da profonda umanità, di colui che sa e che vede i problemi e i mali di una società non a misura dell’uomo, anche quando si nascondono nelle pieghe dell’opulenza o nelle frasi roboanti della propaganda.
Lui, che era tutto fuorché un “tribuno” o un “capo”, a volte troppo modesto, dubbioso, strano, lui che sembrava scivolare sui sentimenti degli altri, respingendoli quasi per pudore, è stato pianto ed amato da un intero popolo .Le sue idee, il suo stile di vita, appartengono ormai alla nostra storia. A noi resta il difficile compito di vivificarle nelle lotte di ogni giorno, per quella scelta fondamentale di trasformazione sociale insieme ai lavoratori e agli sfruttati di tutto il mondo. Con immensa tristezza






