mercoledì, 21 maggio 2008
Gracias a la vida que me ha dado tanto…
Ieri sera, alla fine di un giorno freddo e piovoso, sono finalmente uscito da casa per andare, come dice mia moglie, “a socializzare”! Ma con chi? In questo luogo disperato? Lentamente, insensibilmente, mi accorgo di essere diverso, sono un’altra persona da quella che tutti conoscevano. Non ho più quelli che si chiamano “amici”, anche se “amico” ha un concetto ed un valore assai più profondo dei semplici “conoscenti”, o “compagni”, qual’erano in molti, prima. Questo villaggio è cambiato! Mi dico per farmi coraggio. Tanti extracomunitari, donne giovani musulmane che non danno confidenza ad un vecchio, bambini già sospettosi di adulti che sorridono, pensando ai “mostri” ed ai “pedofili” di cui sono piene le cronache televisive. E poi, di cosa parlare? Della quotidianità politica non m’interessa; dei pettegolezzi in evidenza, nemmeno; di lamentazioni sulle tasse e sulle pensioni sempre più a rischio di farci precipitare, dallo scalino della sicurezza, a quello della miseria, non ho voglia di discutere, non servirebbe a nulla; tanto più non mi interessano le invettive contro chi ci “governa”, oppure contro i nostri antichi alleati “traditori”. Sterili lamentazioni. Ma, allora, di cosa vorrei parlare? Non lo so bene. Sono confuso. E infine non amo parlare di malattie e persone morte…Mi deprime. Vorrei parlare con chi rivolge una parola affettuosa al mio vecchio cane che spesso mi accompagna, con chi si ferma ad ascoltare il canto d’amore di due uccelli sui platani al bordo della strada, a chi, camminando, canta sottovoce una canzone, a chi guarda il cielo, le nubi, le foglie, le rose che s’infradiciano, il lillà che fa cadere i suoi fiori, e in cuor suo s’allegra d’esserci…a chi, non conoscendomi, mi guarda negli occhi e mi sorride…Ma cosa dire? Ora ho in mente il verso di una canzone che canta Cesaria Evora in “Perseguida”: “la nostra vita è un romanzo d’amore senza fine…”. Vorrei dire: ami la voce languida di Cesaria? Vorrei vivere laggiù, al Café Atlantico, a Capo Verde. Certo sarei guardato con stupore! E, allora, se raccontassi che ormai sto ultimando l’annosa raccolta dei proverbi licenziosi? Ancora peggio! Chi l’avrebbe immaginato, uno come Carlo, che è stato Sindaco? Figuriamoci se dovessi parlare delle poesie che ho scritto e che scrivo: demenza senile…Inoltre, come poter spiegare che la poesia, anche se nessuno l’avverte, proprio come gli angeli e i demoni e l’algebra, riempie tutto lo spazio intorno a noi? A noi che non la sappiamo riconoscere? Ma non è tutto un rosso deserto la vita, no, per fortuna! Anche se chi pizzica le corde della mia chitarra è lontano, “en el azul infinito de la distancia”. Ad esempio, all’ultima ora di libera uscita, ho trovato Uwe e Hildegard, due antichi amici di Hamburg, che gentilmente mi avevano aiutato a svolgere una complicata ricerca sui criminali nazisti negli Archivi tedeschi. Anche se ci vediamo una o due volte ogni anno, riusciamo a metterci in sintonia, parlando di musica, poesia, usi e costumi popolari, gastronomia…proprio mi ci volevano! Ma non sono, in realtà, così triste. No. Al contrario, questa settimana è un tempo felice e una dolce, creativa, meravigliosa amicizia, non è finita ma s’è rafforzata! E’ la poetessa insospettata, quella che sulla spiaggia del mare cammina tra le onde leggere, raccogliendo conchiglie ed ascoltando il mormorio del vento dalla valva vuota. Allora penso a Violeta e mormoro “Gracias a la vida que me ha dado tanto”.