sabato, 05 aprile 2008

Prima di scorgere l’isola di Ferraglia, Pantagruele, Panurge e fra’ Giovanni salutano Editus e salpano dall’isola Sonante  (Cap. VIII-XXVI, Libro V, Francois Rabelais: Gargantua e Pantagruele).

 

<…tornando al beveraggio, scorgemmo un vecchio Vescogallo dal capo verde, che se ne stava accovacciato, in compagnia d’un Suffragallo e di tre Onocrotali, allegrissimi uccelli, vale a dire un suffraganeo, e tre protonotari, e ronfava sotto una frasca. Presso di lui stava una graziosa Abbagallessa, che cantava lietamente, e noi ne prendevamo un piacere così grande da desiderare che le nostre membra si trasmutassero tutte in orecchie per non perdere nulla del suo canto e del tutto, senza possibilità di distinzione.

Panurge disse: - Questa bella Abbagallessa si rompe il capo a forza di cantare, e quel grosso villan Vescogallo intanto ronfa. Lo farei cantare ben io subito, corpo del diavolo!

E suonò una campana che pendeva sulla gabbia. Ma per quanto suonare facesse, il Vescogallo ronfava più forte e non si sognava di cantare.

- Per Dio! – disse Panurge, - vecchia busa, ti farò cantar io con un altro sistema.

E prese una grossa pietra, con l’intenzione di dargliela sulla mitra. Ma Editus esclamò:

- Caro il mio uomo, picchia, ferisci, ammazza e rovina tutti i re e principi del mondo, a tradimento, col veleno o in qualunque altro modo, fin che vorrai; tira giù gli angeli dal cielo: di tutto avrai perdono dal Pappagallo. Ma non toccare questi sacri uccelli, per poco che tu ami la vita,  i comodi e i beni, sia tuoi che dei tuoi parenti o amici, vivi e trapassati, e anche quelli che nascessero da loro ne sentirebbero il danno!

- Meglio dunque, - disse Panurge, - bere ancora una volta e banchettare.

- Dice bene, - esclamò fra’ Giovanni, - perché, vedendo questi diavoli d’uccelli, non facciamo che blasfemare; mentre vuotando bottiglie e boccali non facciamo che lodare Dio. Andiamo dunque a bere di nuovo. Che gran parola!

Il quarto giorno, dopo bevuto (già lo capite), Editus ci diede congedo e ci disse: - Amici, voi noterete viaggiando come nel mondo ci sono più coglioni che uomini, ricordatelo bene! >.

Ripreso il viaggio discendemmo brevemente nell’isola di Ferraglia prima di entrare  nell’isola del Trucco, una terra così magra  che le sue ossa (cioè le rocce) le foran la pelle, e arenosa e sterile, malsana e sgradevole.  Vi comprammo un sacco di cappelli e berretti da prestigiatore, atti cioè a gabbare  il mondo, dalla cui vendita credo che non trarremo molto profitto; e penso che ancor meno ne ricaveranno ad usarli quelli che li compreranno da noi. Lasciammo indietro  Procurazione e doppiammo Condannagione,  che è un’isola tutta deserta. Passammo anche la Sbarra, dove Pantagruele però non volle discendere. E fece benissimo; perché vi fummo presi e imprigionati di fatto da Mordigraffiante, arciduca dei Gatti in pelliccia, per la ragione che qualcuno della nostra compagnia aveva battuto un Mangiaprocessi nel passare da Procurazione. Da Mordigraffiante fu proposto uno strano enigma risolto d Pantagruele con gran soddisfazione dei Gatti in pelliccia che non erano poi così diavoli quant’eran neri. Dopo alcune mirabolanti avventure sull’isola riuscimmo a salpare e prendere la rotta per Oltre, raccontando le nostre peripezie a Pantagruele che ne provò gran commiserazione. Naviga, naviga, si giunse al reame della Quinta, ossia nel regno della Quint’Essenza, chiamata Entelechia, dove i malati guariscono con le canzoni. Qui comandava una Regina  che ci introdusse con grazia alle usanze della sua gente e ci fece osservare come Ella fosse servita a pranzo ed in qual modo mangiava. E dopo aver mangiato, in presenza della Quinta, fu fatto un allegro ballo in forma di torneo, nel quale i trentadue personaggi del ballo combattono. .Salimmo infine sulle nostre navi ed avendo il vento in poppa salpammo, navigando per due giorni scorgemmo l’isola di Odos, nella quale i cammini camminano, passammo davanti all’sola degli Zoccoli, i quali non vivono di zuppa di merluzzo e decidemmo di scendere. Fummo bene accolti e trattati dal re dell’isola chiamato Beneditus, che ci intrattenne amabilmente mostrandoci il sistema di vivere dei frati Canticchianti, canterin canteranti. Panurge, fin da quando eravamo entrati non aveva fatto altro che contemplare profondamente i facciotti di quei Canticchianti. Ora tirò per la manica uno di quelli, magro come un diavolin sotto sale, e gli domandò:

-          Di’ un po’, fratel Canticchiante, canterin canterante, dov’è la ganza”. Al che il Canticchiante iniziò a rispondere non più che in bisillabi.

(ma questa è una parte da descrivere tutta intera, prima del fatale incontro con la Diva Bottiglia…)

postato da: karl38cg alle ore 11:08 | Permalink | commenti
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