mercoledì, 21 maggio 2008

KENNST DU DAS LAND?...

ITINERARIO POETICO NELLE COLLINE METALLIFERE TOSCANE

XVII

Serrazzano

 

      Ovunque ci troviamo conviene seguire la strada regionale 439 raggiungendo proprio al suo bordo, nei pressi della grande centrale geotermoelettrica (quella con quattro torri refrigeranti),per ammirare una delle più vetuste costruzioni religiose di tutta la regione: la premillenaria pieve di Morba, costruita in stile romanico, dedicata a San Giovanni Battista e già menzionata in documenti a partire dell'anno 986. La Pieve è attualmente degradata e ridotta, in molte sue parti, quasi rudere, e nessun serio intervento di arrestarne il declino e renderle dignità di “monumento della memoria collettiva” s’intravede. Converrà fare il giro completo dell'edificio per osservare l’abside e l’alternanza di cotto e pietra nella costruzione, ed entrate  dalla porticina posta ad est a visitare le imponenti fondamenta. Se ci saranno i cani non vi fate intimorire dai loro latrati, sono alla catena, ma stateci alla larga. Ripresa la strada si prosegue seguendo le indicazioni: Serrazzano.  Subito dopo il bivio tra la strada 398 e la 439 potrete osservare la moderna centrale geotermoelettrica “Valle Secolo” e lo sviluppo imponente delle argentee tubazione che convogliano il vapore endogeno alle sue potenti turbine. Arrivati al bivio del “Poggetto Rosso”, svoltate per Serrazzano. Lungo il percorso si godono ampi panorami sulla valle del Fiume Cornia (l'antico e mitico Lynceus) coi suoi vapori geotermici, i villaggi e le torri. Più lontano il mare, con Piombino e l'Isola d'Elba.  Entriamo nel villaggio di Serrazzano dalla parte meno pittoresca perchè il Castello e il Borgo sono costruiti su uno sperone miocenico che domina l'altro versante. Lasciamo la macchina prima di addentarci alla scoperta di questo suggestivo angolo di medioevo vivente, condotti per mano dalla magia descrittiva di Claudia Vallini, paesana e nostra carissima amica:"…Serrazzano, di notte, è una scura e maestosa massa circolare, attorniata da una corona gemmata dai lampioni del borgo e stellata da occhi qua e là illuminati, rivolti verso le pendici meridionali del colle. Questi occhi, che l'alba trova già schiusi, sono le finestre di antiche case che strette l'una all'altra costituiscono il castello: case minuscole e fumose, dalle ritte scale umide, dagli enormi davanzali sui quali antiche fanciulle agucchiavano interminabili corredi da sposa. Le case escono su stretti vicoli e ripide rampe che salgono al punto più alto del castello dove, oltre mille anni fa, i Longobardi costruirono la loro rocca e una piccola chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, guerriero principe degli angeli. Mille anni di miseria e soprusi, mille anni di quotidiana vita di vicolo ad usci aperti, condividendo gioie e dolori, mille anni di burlette e di beghe con chi, magari (i nomi non si fanno) sta’due usci sopra il mio! Resti delle antiche mura separano tuttora il Castello dal Borgo circostante; nella cinta, oltre l'ingresso carrabile dell'imponente frantoio costruito sul galestro, si aprono tre porte di cui restano gli archi: la più caratteristica è la Porta Spina a nord-ovest; vi si accede di borgo tramite scale, un tempo larghe e molto basse per consentire l'accesso ad un unico quadrupede, spesso un bigio asinello che aveva stalla proprio nel buio ed angusto cunicolo sotto la Porta che esce su un chiassetto racchiuso dalle mura oblique e smussate delle case. Da qui si sale in Piazzetta dove la nuova cisterna di recente costruzione fatica a rimpiazzare, nel ricordo di molti, quella antica a cupola, sul cui largo bordo circolare, generazioni di bimbi hanno giocato a "chi trovo butto giù". Nell'atmosfera attonita di queste austere mura, il verso meccanico di un pettirosso fa rimbombare esageratamente le deserte stanze di Villa Beltrami e le basse case che danno sulla Piazzetta, prolungandosi poi nel vicolo disabitato persino dagli sdutti gatti di un tempo, che sgusciavano via fulminei e ladri. E se non fosse per la chiesa, la parrocchiale di San Donato dalle trecentesche volte a crocera, solo i rari e radi abitanti del Castello salirebbero su per la ruga, il cui selciato cinquecentesco è andato perduto per sempre. Signore di Serrazzano è rimasto il vento, l'eterno vento di sempre, che porta via le vecchie tegole e ne riempie la Ruga, o quel vento struffaglione che non si sa bene da dove provenga, ma solo che effetto ha sui passanti; poi c'è quello, definito con precisione davvero scientifica, "vento di Casternovo". E quando non soffia il vento, il tempo è buzzone e non si sa cosa cova: avvicina dalla parte del mare i barconi di nuvole...Ed è sempre il vento, quello di primavera che avvicina il profumo dei fiori del castagneto...Ma la magia d'estate dei castagni stava in quella sospirata passeggiata per prendere l'acqua fresca al Fontino, testimone di belle risate e di dolci promesse...D'autunno poi quando le foglie dei castagni hanno il colore dei fiori, i vecchi si recavano con passo lento e le mani incrociate dietro la schiena ricurva, ad alimentare con grossi ceppi, il fuoco lento dei seccatoi. L'aroma di quel fumo che sfuggiva timidamente dal tetto lasciava quasi pregustare il sapore del neccio, del castagnaccio e della minestra di biscottini, cioè le castagne seccate e sbucciate con la mazzaranga. Il tempo dell'uva era passato da poco e Asia Castellini, la nostra poetessa (per un approfondimento vedere: POST 29 febbraio 2008, ASIA&DANTE ALIGHIERI: SPOSI), ben descrive il vigneto spoglio, emblema del ciclo della natura e della vita:

 

“...i grappoli, vezzi d'ambra e di rubini

quanta ricchezza dalle vigne spoglie

è la terra così: che dà, che toglie

ritesse infaticabile i destini...” (24)

                                                                                                         (continua)
postato da: karl38cg alle ore 13:32 | Permalink | commenti
categoria: , serrazzano, asia castellini, claudia vallini, pieve di morba